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Una storia di abernasc

Questa storia è presente nel magazine C'è vita dopo il matrimonio ?

Bio esiste ?

Mi bastava una mozzarella non blue

Pubblicato il 28 gennaio 2018 in Humor

Tags: bio matrimonio pigrizia etica cucina

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Questa sera sono solo in casa coi bambini: mia moglie se ne è andata dopo cena.

Ho pensato si fosse finalmente resa conto del sugo che aveva fatto e in crisi di coscienza, prima che gliela spalancassi io, avesse preso la porta, ma poi mi sono ricordato che aveva una riunione del GAS e che quindi la sua consapevolezza di sapori resta qualcosa al di là da venire.

Non è ancora al cancello che io ho già accantonato l’ipotesi di provare ad introdurre in famiglia il metodo steineriano: accendo la WII e mi dimentico degli spermatozoi, che si sono fatti bambini, che mi gironzolano per casa.

La serata si articolerà con i continui lamenti di Andrea, il piccolo, che supplicherà Mattìa di non vincere sempre ed elargirò perle decoubertiane, alternate a più efficaci minacce di spegnere il tutto, che lasceranno comunque il tempo che trovano, ma mi consentiranno tatticamente di dimenticare che sono il padre e potrò navigare tra internet e i miei pensieri in attesa del rientro di Elena.

Tornando alla cena, non è stata nulla di più drammatico del solito: la pasta al ragoogle, che consiste nel buttare in una pentola gli ingredienti trovati sul noto motore di ricerca e bruciare il sugo per colpa di un rallentamento della connessione, l’annoso problema del digital divide…

Quello che indispone è che spesso lei giustifica portate al limite del commestibile dicendo “mi sono impegnata”, non cogliendo che questa si chiama tecnicamente aggravante e non attenuante.

#tralamilitanzaelamisticanza

Comunque se ne è andata spontaneamente per partecipare alla riunione del GAS: nulla a che fare con un dibattito sulla dipendenza energetica da Gazprom, G.A.S. inteso come Gruppo di Acquisto Solidale, spesa consapevole, etica, a supporto dei produttori locali, bio, noglobal, glocal etc.

Sono tutti temi che sostanzialmente condivido perché in linea con i miei valori, che vengono però subito dopo al mio valore dominante: la pigrizia.

Sono pronto a combattere battaglie civili e culturali, a condizione di poterle gestire dal mio divano; Elena si fa carico della militanza, mentre io sono un po’ l’ideologo che muove i fili ma con il senso del ridicolo, insomma strizzo l’occhio a Toni Negri ma ricordo di più Toni Renis.

Che poi sul tema alimentare lei ha una sua coscienza critica addirittura più vecchia della mia: ha avuto un periodo della sua vita in cui, rapita da questioni etiche di consumo sostenibile, ha mentito a se stessa dicendosi vegetariana. Eravamo fidanzati da poco, fingevo ancora un interesse per le sue motivazioni e lei mi raccontava rapita la teoria che aveva abbracciato, che sosteneva che la quantità di cereali per produrre un chilo di carne non reggeva il bilancio energetico della terra ed in più i peti dei bovini contribuivano al buco dell’orzoro, e da lì il boicottaggio della Nestlè.

Almeno questo era quello che avevo capito tra un colpo di sonno e l’altro.

Io fingevo interessamento e con in mano una costina, le dicevo romanticamente tra gli sbadigli che mi aveva quasi convinto.

#vivievegeta

La sua credibilità vacillò alla nostra prima cena da fidanzati al ristorante, quando la sua comanda fu: “Rognone, grazie”.

Se voleva dimostrarmi il suo non integralismo alimentare, mi sarei anche accontentato di una fetta di prosciutto, avrei colto da quella la sua elasticità: ma il rognone al primo appuntamento mi terrorizzò, eravamo ancora nella fase di conoscenza e fu come uscire a cena con Hannibal Lechter…

Per di più, specie ai primi appuntamenti, in genere si presta attenzione agli ingredienti evitando ad esempio aglio e cipolla, mentre lei si era divorata, con tanto di scarpetta, il filtro dell’urina di un vitello.

La accompagnai a casa e la salutai pudico con un bacio sulle guance…

Cercò di giustificare il rognone con il sacrificio di mangiare quello che gli altri scartano, ma lì si chiuse la sua parentesi vegetariana ed anche la mia, per altro mai aperta.

La vita matrimoniale e le abilità culinarie di Elena mi avrebbero poi condotto più verso la coprofagìa che verso il vegetarianesimo ed oggi sono, mio malgrado, una rara forma di stercorario ricciolone che ogni sera fa rotolare nel proprio piatto i manicaretti di mia moglie.

#noexpo

Per anni la militanza alimentare di Elena si è sopita, allorquando la combinazione Gabanelli-Expo le ha improvvisamente risvegliato gli istinti, perché mancandole il freno fondamentale della pigrizia, si lascia trasportare più facilmente dall’emotività e quando le arriva una informazione tende a definire un’azione di risposta, mentre io invece propendo per una più saggia inazione.

Abbiamo sempre seguito Report, ma fino a che parlava di politica o tangenti, per esempio, sulla metropolitana, tutt’al più lei sbottava: “Domani per protesta scendo due fermate prima !” e tutto si risolveva così, ad impatto zero per il mio pianeta.

Poi, maledetto il giorno in cui hanno assegnato l’Expo a Milano, alla Gabanelli le è mica venuto in mente di fare tutta una parte dedicata al tema “Nutrire il pianeta” e da lì sono incominciate le mie domeniche da incubo: un alimento sotto inchiesta ogni settimana ed è l’inizio della fine.

La mia piadina viene guardata in cagnesco, Elena si infila per tre quarti prima nel frigorifero e poi nella credenza, analizzando le etichette di tutto ciò che abbiamo a stock alla ricerca di coloranti messi al bando, conservanti cancerogeni e grassi vegetali dannosi per il pianeta.

Ne esce con ghigno soddisfatto sventolando le confezioni colte in flagrante e redige immediatamente liste di proscrizione verso il taralluccio, cavallo di troia incubatore di olio di palma, la fetta di bresaola confezionata, portatrice malsana di e252 nitrato di potassio o il vitello dopato come un personal trainer.

Arringa me e i bambini proferendo con toni solenni “Non compreremo più …” e giù l’elenco degli alimenti messi all’indice.

I bambini sono spiazzati e spaventati: non riescono a vedere il diavolo nel biscotto che fino a quella stessa mattina hanno inzuppato nel latte e cercano nei loro corpi le escrescenze o qualsivoglia sintomi che non tarderanno a venire dopo tutti quei veleni ingeriti fino a poche ore prima.

#denutrireilpianeta

A questo punto, io e i bambini, abbiamo due opzioni: o ci lasciamo spegnere, unici occidentali denutriti nel 2015, martiri di Report, o accettiamo il consumo alimentare critico che è l’opzione che Elena benevolmente ci concede.

“Scegliamo” all’unanimità di aderire al gruppo di acquisto solidale, per cui potremo alimentarci con prodotti biologici, a km zero, eticamente sostenibili, senza sfruttare i coltivatori stretti al cappio dei prezzi imposti dalle multinazionali, in modo tale da poter consentir loro una vita dignitosa mentre noi, sempre più poveri, si possa vivere a Pozzo d’Adda, col costo della vita di Tokyo.

La mia coscienza sinistrorsa incontra buona parte di questi principi, ma invecchiando ho sviluppato una piega più pragmatica, per cui l’appoggio a questo progetto deriva quasi esclusivamente dal tentativo di cercare pomodori al sapor di pomodoro, che nei supermercati si sono inequivocabilmente estinti.

Che poi la mia coscienza soccomberebbe all’edonismo se solo la Monsanto riuscisse a darmi un pomodoro perfetto anche con manipolazioni sui geni di alghe, mais, detersivo e tracce di pomodoro: sarei pronto a rischiare delle mutazioni genetiche e darei 15 giorni di vita per una caprese fatta come Dio comanda…

Anche perché potrei ordinarmi la caprese online e averla a casa in 24 ore, tutto sempre rimanendo incastonato nel divano: invece no, ora siamo usciti dal circuito dell’online, Elena ha cancellato le app dai telefoni e dobbiamo fare questa vita da Amish sull’Adda.

La mattina mi sveglio e corro alla finestra a vedere se c’è ancora la macchina parcheggiata, non perché tema che qualcuno me l’abbia rubata, ma perché è prossimo il giorno in cui Elena la baratterà con una carrozza…

#ladiscesaincampo

Così abbiamo aderito al gruppo di acquisto e io ho ottenuto di avere il ruolo di finanziatore occulto e di occuparmi del ritiro della spesa; Elena invece è la parte attiva gestisce gli ordini e partecipa a interessantissime tavole rotonde su temi come “dove va la canapa ?” o a volte più accesi tipo “c’è un futuro diverso dalla pattumiera per i gusci di noce ?”, con discussioni animate e rischio scissione.

L’inizio è stato difficoltoso perché la transizione ha riservato incognite non previste.

Innanzitutto un periodo di embargo verso qualsiasi acquisto da canali non autorizzati perché “martedì arriva il GAS”: questo ha inizialmente portato le scorte familiari sulla soglia di povertà e me a guardare malinconico nel frigorifero vuoto come se ci fossero dentro dei tramonti.

Una volta azzerate le scorte all’arrivo della prima fornitura, attesa da Elena come un figlio, ci viene consegnata una cassetta di legno contenente: 1 carota, 1 pomodoro, 1 cavolfiore e qualche altra verdura sempre in unità singola o irrisoria, perché Elena intendeva chili mentre l’unità di misura convenzionale nell’universo GAS erano i pezzi.

In più il consumo etico non si concilia né con la comodità, nè tantomeno con quei vizi consumisti a cui, dopo 45 anni di, scopro ora, dissoluta esistenza, mi ero abituato.

Passi per la stagionalità degli alimenti che si può accettare, ma si va oltre fino ad un ben più estremo “si mangia quel che c’è” : come alle medie in mensa che mi toccava mangiare i finocchi cotti per evitare le punizioni e che ancora oggi son forse l’unica cosa che non riesco a deglutire.

Così seppur sogni spinaci, mica eroina, il tuo desiderio è in subordine al fatto che, per esempio, questa settimana dobbiamo provare un nuovo produttore di fave. Ignorandone il peso specifico, ne riceviamo una quantità che tiene impegnati noi, amici e parenti per un entusiasmante weekend a sgranarle.

#pescatoridiasterischi

Il consumo è etico sia per il rispetto della natura, sia perché dietro ad ogni allevatore, coltivatore, pescatore proposto dal gruppo c’è un messaggio e una bella storia da raccontare.

Così quello che fornisce il pesce non è un pescivendolo, bensì un sub delle parti dell’argentario che si alza all’alba e col furgone va al molo: si immerge, col costume di canapa, e a mani nude prende i pesci e li lancia nel furgone, perché il pesce va rispettato mentre il polpo viene staccato dallo scoglio con delicatezza e attaccato ai parafanghi.

Dopo aver rimesso a posto le alghe, il pescatore indossa veloce infradito e accappatoio e si lancia col furgone a tutta velocità in direzione Trezzo d’Adda, mentre l’autoradio trasmette “Sapore di sale” per lenire l’agonìa dei pesci.

Tu, che abbia un lavoro o meno, merda di un crumiro, ti devi far trovare alle 11.30 del mattino all’uscita dell’autostrada: il pescatore ti incontrerà lì e a garanzia della freschezza del tutto provvederà a rompere le fibre del polpo, ancora vivo, battendolo direttamente sulla sbarra del telepass al casello.

Poi ti consegnerà la sua interpretazione di quella che era la tua lista della spesa: quello che hai chiesto non c’è, siamo mica in sartoria che fai le cose su misura, qui arriva il pescato del giorno, se hai chiesto i branzini e oggi i branzini nuotavano al largo ti becchi i molluschi.

Se non ti va bene comprati il tonno coi delfini all’esselunga, fascista.

Poi c’è il furmagiat che la leggenda narra essere stato l’amministratore delegato di una multinazionale, salvo poi esserne uscito per una crisi di coscienza e aver deciso di allevare capre ed ora fa il formaggio tra Milano e Bergamo. Che io dico, se scegli di tornare alla vita agreste, ma vai più in là, vai dove il verde è verde, in Val d’Aosta, in Alto Adige o in Trentino dove c’è ancora l’habitat per le capre, qui i capannoni sono la forma più spontanea della natura, se devi star qui stacci a comandare quelle capre dei tuoi sottoposti sulla linea di montaggio.

#Linvidiadelpane

Poi c’è quello che fa il pane coi carcerati: per carità, sono favorevole a tutte queste iniziative di reinserimento nella vita sociale dei meno fortunati, ma io dico, finanziamole a distanza.

Vuoi 10 euro per un kg di pane dei carcerati ? Io te ne do 20 per NON portarmene mezzo chilo.

Primo perché il pane io non lo mangio, non perché non mi piaccia, ma è una bomba calorica di zuccheri; secondo perché si panifica un giorno alla settimana e ti consegnano un cubo, che sembra uno sgabello da ciabattino, il Lunedì a fine turno, quando l’operatore smonta dal carcere…

Tu, che in genere rientrando dopo la giornata di lavoro ti metti in mutande praticamente alla timbratrice in azienda, devi rimanere vestito da ufficio tutta sera perché arriva gente a casa e combatti i mille sbadigli del lunedì, cercando di rimanere sveglio nell’attesa che suoni il citofono.

Sono le 23-45 e arriva il tizio, che sinceramente stimi e rispetti per la sua scelta di vita, per l’impegno sociale e tutto il resto e ti dice:

“Ciao, scusa l’orario !”

tu ostenti empatia e sorridi

“Se non ci aiutiamo tra noi compagni …”,

ma dentro c’hai una specie di sottopancia da Breaking News che ti ruota nel cervello e che dice

“Ultim’ora : ti è passato il sonno, il prossimo slot non prima di 3 ore”

e giuri a te stesso che se non ti addormenti entro un’ora, si fottano il pane e i loro carcerati, la prossima volta ordini un bancale di Grissini della Digos.

Che alla fine ‘sto pane ti gira per casa dieci giorni, poi ti cade dal banco e ti spacca un metacarpo del piede e sacramenti: ”L’ergastolo a certa gente !”.

#glispinacidigiulianasgrena

Quello del pane almeno viene a casa, quelli delle verdure o della carne devi invece andare tu da loro.

Quelli della carne ti chiamano all’improvviso e ti danno appuntamento come brigatisti sulla provinciale in un luogo definito all’ultimo: ti avvicini al buio e sembra uno scambio di ostaggi, scaricano pezzi di bovino da una panda con sedili grondanti sangue e ti auguri che non passi la polizia in quel momento perché capiresti se aprissero il fuoco dall’auto in corsa…

Scena analoga per la verdura, con appuntamento in parcheggi isolati come gli scambisti in cui ti fai i segnali convenzionali coi fari, ma ti tieni la moglie e scambi casse di ortaggi e erbette, tipo C’era una volta in America, che se passano i carabinieri e ti trovano tutta quella verdura, ti lanciano in macchina un sacchetto di mariuana “che se vi fermano dei colleghi non fate ‘sta figura di merda che la roba più trasgressiva che avete è la catalogna”…

#ilcampodellefragole

L’alternativa è andare sul luogo a prendere la verdura o la frutta: se te lo racconta Elena viene fuori una giornata romantica tra i filari, il profumo del mosto selvatico, i suoni della campagna e tu all’aria aperta che raccogli quel che ti serve e che mangerai con ancora più gusto.

Invece per me vuol dire consumare almeno un filone di fazzoletti di carta starnutendomi l’anima, che io sto bene col monossido e i semi e l’aria aperta mi danno allergia. I suoni della campagna sono il solo ronzio della flottiglia di zanzare che plana su di me e alterno sul corpo ponfi a lividi, dal momento che passo il tempo a schiaffeggiarmi il collo e le braccia e la faccia, e a volte mi schiaffeggio starnutendo, per cui ho il corpo cosparso di uno strato di muco, che sembra oltretutto piacere alle zanzare…

Del profumo del mosto selvatico neanche l’ombra a meno che il mosto non si sia rotolato nel letame…

Questo è il punto di tutto, l’inconciliabile visione delle cose tra universo maschile e universo femminile, con picchi sulla sfera sessuale e quella alimentare: la poesìa dove non serve o dove non c’è.

Belli i tempi in cui cliccavo il pomodoro e mi suonavano alla porta nel giorno e ora che dicevo io, con sacchetti distinti per genere acquistato, anche se ci avvelenavano e mangiavamo cose insapori.

Ora invece, grazie ad una vita particolarmente scomoda, la nostra qualità alimentare è migliorata e Elena può massacrare materie prime di qualità.

Probabilmente il mio corpo più sano vivrà una settimana di più, ma la fatica di tutto questo me ne stornerà almeno due.

Mi consola l’assenza di certezze e lascio la porta aperta alla speranza e da ateo mi auguro che Bio ce la mandi buona.

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