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Una storia di Rosa_Piagge

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L'incubo è finito

Pubblicato il 10 luglio 2017

La lama del coltello affondava di nuovo nel mio ventre mentre pian piano perdevo conoscenza.

Avevo conosciuto Justin per caso, in un giorno qualunque, alla fermata dell’autobus.

Quel giorno pioveva a dirotto.

Ero inzuppata d’acqua dalla testa ai piedi. L’ombrello si era rotto ed ero inciampata in una pozzanghera.

Non dovevo essere un bello spettacolo, eppure feci colpo.

Lui era a pochi metri da me, nella sua auto.

Dopo circa mezz’ora di attesa, mi voltai per andarmene, quando una mano mi bloccò.

«Dove pensi di andare con questo temporale?» .

Rimasi un po’ stupita anche per il tono in cui mi si rivolgeva, del resto non ci conoscevamo, non l’avevo mai visto.

«Lasciami, altrimenti mi metto a gridare!» .

Quel primo approccio forse, avrebbe dovuto aprirmi gli occhi ma non fu così.

Accettai un passaggio fino a casa.

Da subito tra noi, sembrava essersi instaurato un grandissimo feeling ma era solo fumo negli occhi, questo l’avrei capito poi…

Iniziammo a frequentarci assiduamente e in poco tempo entrò a far parte della mia vita.

Volle conoscere subito la mia famiglia, i miei amici e viste le mie precedenti relazioni, ne ero entusiasta.

Pensavo che le sue attenzioni fossero dovute all’amore che chiaramente provava per me e invece il suo era solo controllo, assoluto potere su di me.

Me ne resi conto ormai troppo tardi, quando avevo già perso tutto e tutti.

Si trasferì da me e iniziò il mio calvario.

Persi la mia libertà.

Mi spiava continuamente, leggeva i miei messaggi privati, la posta, il computer, non ne potevo più.

Tutti i giorni scenate senza alcun motivo. Era lui ad immaginare situazioni inesistenti.

Tradimenti ovunque, con i miei colleghi in ufficio, con i dipendenti del supermarket…era un vero inferno.

«Sei diventato ossessivo, paranoico, devi farti curare!».

Bastò una semplice discussione per farlo andare fuori di testa.

Sì, non stavamo insieme da molto e litigavamo spesso.

A volte mi picchiava ma non era mai arrivato a tanto.

Non immaginavo davvero e invece…

Eccomi qui, in un letto d’ospedale, salva per miracolo.

Ricordo vagamente gli istanti prima di svenire.

Sentivo solo la sirena dell’ambulanza e forse anche quella della polizia. Un vociare confuso.

«E’ morto, non c’è più niente da fare».

Poi il vuoto.

Mi sono risvegliata qui, non so esattamente dopo quanto tempo.

Non sento più dolore, mi sono liberata di un peso.

Ho ammazzato il mio aguzzino.

Dicono sia stata legittima difesa, altrimenti l’avrebbe fatto lui.

D’ora in avanti potrò tornare a vivere ma non sarò mai più la stessa di prima.

Sarà difficile per me imparare di nuovo ad amare.

© Rosa Piagge

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