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Una storia di Sempervirens

Questa storia è presente nel magazine LeFou

I Racconti di Cafopicrite ep.III

Fine del gioco

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Pubblicato il 21 marzo 2018 in Avventura

Tags: Avventura Scoperta Stupore Pizzi Viaggio

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I quattro fecero un singolo passo dentro la cenere nera e densa. Videro tutta la vita che avevano avanti a loro in un sol lampo e, inaspettatamente, avevano ancora così tanto tempo a disposizione da vivere che quell’attimo sembrò eterno. Peccato che di questa e di quest’alta impresa, nonostante fossero molte e nessuna aveva niente da invidiare alle altre per quantità di dedizione e impegno non indifferente da applicare per superarle, loro non serbassero più alcun ricordo e tutto ciò che poteva costituire la loro rivincita, a differenza di quello che si crede debba abbondare in una storia d’avventura, venne a mancare. Infatti, nonostante avessero abbandonato un passo più in là i loro corpi, congelati e annichiliti dal tempo, si sentivano ancora piuttosto lucidi e alquanto vivi. La stessa cosa che risponderebbe una di quelle belle querce cave, se a qualcuno importasse chiederglielo, al quesito fondamentale “Come stai oggi, tutto bene?”. Il minotauro che affrontarono, la visita al giardino dei filosofi, quel messaggero di luce che capitò nel mezzo di una azzuffata, mentre Sfinge di Pietra cercava di circuire uno a scelta fra gli altri tre e Spessospiro si era sentito appesantito a tavola; tutto insomma, non era pervenuto così come il loro rimembrare. Tutte memorie che erano rimaste in quelle statue raffiguranti persone che, ovviamente, non avrebbero più potuto riconoscere come proprie. Tuttavia, niente era finito, anche se era difficile ricordare una condizione diversa in un momento in cui la loro attenzione non poteva che essere totalmente focalizzata sullo splendore posto di fronte a loro. Eppure, chiedendosi chi fossero, sapevano chiaramente di chiamarsi uno il Prode, l’altro il Gentile, quell’altro il Vegliardo, riscattatosi dal demone di Spessospiro nelle battaglie per la presa del Castello del Nord, abbandonato ai delinquenti senza scampo, e dietro a tutti, come si poteva immaginare, il Candido, da quella volta che rinchiuse la Sfinge di Pietra dentro un magnete, recuperato in chissà quali tranelli.

*

Una sfera di fuoco sembrava galleggiare quasi sotto i loro piedi, bruciando perennemente in un mare di denso inchiostro. Si trovava impassibile poco più avanti fra l’amalgama della terra, come dentro un pavimento di vetro, decisamente e ostinatamente in una posizione che dava solletico alla vista. Per scherzo e sfida, quasi lanciato, il Vegliardo calciò il Candido verso il Sole e, avvicinandosi di quel passo, videro il Candido dimagrire. Era diventato ancor più di bell’aspetto, come se non bastasse già la faccia da bellimbusto che gli avevano appioppato. Giacché la cosa non lo aveva minimamente turbato, con lo stuporei degli altri tre compari, si avvicinò ancora di un passo. Vedendo il suo aumento progressivo di fascinosità, credettero che si trovasse sull’orlo di un enorme buco nero, nonostante non fosse caduto da nessuna parte o dentro chi sa quale pizzo. Piuttosto pareva loro che da lì ogni cosa derivasse come un misterioso riflesso sull’onda di un placido stagno, o come le briciole che si staccano dai migliori biscotti.

Il Sole s’era cacciato nella nera materia. Lo si poteva vedere, eh! Eppure così piccolo e così concentrato che, in mezzo a tanta morte e desolazione dell’anima, brillava come una stella: distante e, al tempo stesso, così prossimo ai sensi. Quindi chi potrebbe mai biasimarli se, invece che dar retta ai corpi parcheggiati dietro di loro, entrarono nel Sole? A ogni passo le loro cicatrici scomparivano e presero a ringiovanirsi da quel zampillare felice. Per l’ammontare di luce, in fine, chiusero gli occhi e continuarono a procedere nei passi come volando.

Quando li riaprirono, come solo i gabbiani sanno atterrare quando c’è vento forte, si trovarono in un luogo piuttosto semplice da descrivere. Per niente semplice era invece la motivazione per cui si trovavano in quello che aveva tutta l’aria di essere un luogo importante. Tuttavia, tra tutte, una cosa era piuttosto notevole: la campana che si trovava al centro di questa costruzione, grande abbastanza da essere la seconda cosa, se non la prima, da prendere in considerazione appena si capiti in un posto del genere. Infatti sarebbe come entrare all’interno di un’edificio e non notare, con tutte quelle divise, che si tratti di una stazione di polizia oppure capitare in uno spiazzo e non capire di trovarsi proprio in uno sfasciacarrozze.

Uno della dozzina dei bei figuri che erano lì a scrutarli da chissà quanto, prese parola: “Avete trovato Giallamina? Siete riusciti a bere di cafopicrite o siete forse morti?”. Colpiti per la precisa sequenze di domande e non sapendo come meglio rispondere, per la forte commozione suscitata da quella situazione, si accontentarono di esser usciti fuori da quell’inferno ed essersi ritrovati in quel santissimo luogo pieno di affreschi, statue e mosaici in oro, argento, smeraldi, rubini, zaffiri e anche qualsiasi altro genere di pietra andasse bene ficcata lì in mezzo. Infatti, a bella posta, c’era un san pietrino stondato che, solo lui, pesante e grave come Saturno, si trovava verso il basso nella straordinaria volta di quella sorta di cappella. Siccome la cosa era piuttosto complessa quanto meravigliosa ed esistendo biblioteche intere su certe opere d’arte, basti considerare che il soffitto fosse tutto dipinto, scolpito, affrescato e anche meccanicizzato a raffigurare grandi invenzioni di precisione, come il firmamento e tante altre opere che fanno sicuramente piacere a chi l’ha create, nonché a chi le ammira. Vedendo che era giunto il momento di prestare attenzione anche a quei signori vestiti per bene, con piacere li videro che ora stavano indicando proprio a loro di affacciarsi dal campanile. I loro gesti così puliti li convinsero di quanto fosse una buona idea farlo.

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