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Una storia di IlariaScottoDiVetta

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Il Piccolo Principe sull'isola che non c'è.

Pubblicato il 19 novembre 2017

Cap I.

Erano passate ormai tre settimane dal naufragio e sull'isola tutti i superstiti si comportavano come se si fossero rassegnati al fatto che non ci avrebbero più ritrovati. C'eravamo accampati sulla spiaggia in modo da essere più visibili nel caso in cui passasse qualche aereo o nave, e oguno di noi svolegva un compito.

Tutte le altre mattine mi inoltravo all'interno della giungla, verso le caverne, per rempire le bottiglie di acqua potabile.

Una mattina, giunta lì iniziai a sentire rumori strani provenire dalle piante, inizialmente mi spaventai, pensavo fosse chissà che animale feroce. Dalle piante, invece, uscì un piccolo ometto ben vestito e dai capelli color oro.

"Tu chi sei e cosa ci fai qui?" gli chiesi.

"Sono il Piccolo Principe e sono atterrato su quest'isola con il mio asteroide. Tu come ti chiami?"

"Ciao, io sono Ashley"

"Ciao Ashley, vivi da sola su questo pianeta?"

"No. Ne siamo più o meno una quarantina, siamo i superstiti di un disastro aereo e ci siamo accampati in spiaggia."

"Cos'è un disastro aereo?" mi chiese. Questa sua domanda mi lasciò perplessa, ero stranita dal fatto che non sapeva cosa fosse un distastro aereo e così glielo spiegai. Dopodiché il piccolo ometto aggiunse:

"Posso conoscere tutti gli altri? Deve essere bello stare in compagnia. Scometto che nessuno si sente solo."

Gli risposi di si e così ci mettemmo in cammino verso la spiaggia. Il Piccolo Principe era un tipetto alquanto strano.

Cap II.

Mentre camminavamo il Piccolo Principe vide una ragazza seduta ai piedi di un albero che si pettinava i capelli.

"Chi è quella ragazza?"

"Si chiama Shannon. Qui sull'isola la chiamiamo Miss Vanità perché non fa altro che ripetere quanto è bella e quanto sono belli i suoi vestiti. Passa parte del suo tempo a prendere il sole e pettinarsi i capelli."

Il Piccolo Principe si avvicinò e si presentò:

"Ciao, io sono il Piccolo Principe, ti va di venire con noi in spiaggia per conoscere gli altri?"

Shannon a stento lo guardò e poi aggiunse:

"Ho dei capelli meravigliosi, vero? Sono così meravigliosi perché li curo molto, non posso perdere tempo nel conoscere persone che non notano quanto curati e belli sono i miei capelli." e riprese così a pettniarsi i suoi lunghi capelli rosso fuoco.

Il Piccolo Principe mi guardò stranito e mi disse:

"Come si fa ad essere così superficiali? A volte voi grandi siete proprio strani. Sarà meglio continuare a camminare, magari incontriamo qualcuno più simpatico".

Cap III.

Per arrivare in spiaggia passammo per il piccolo orto del Signor Adams, un uomo al quanto burbero che non dava confidenza a nessuno, pensava solo ai numeri e a contare quanta frutta o verdura avesse raccolto quel giorno.

Il Piccolo Principe e il Signor Adams erano al quanto distani e così il piccolo ometto con tutta la voce che aveva gli urlò:

"Salve Signor Adams, come va? Io sono il Piccolo Principe, sto andando verso la spiaggia per conoscere gli altri. Vuole unirsi a noi?"

"Sono rimaste cinque ceste di uva per quaranta persone. Dureranno una, due, no forse quattro settimane..." disse il Signor Adams, che ignorò il Piccolo Principe. Era troppo impegnato con i suoi calcoli per potergli rivolgere la parola; così il piccolo ometto dai capelli oro, seppur amareggiato, continuò il suo percosro verso la spiaggia.

Cap IV.

Per accorciare il cammino decisi di attraversare un boschetto di bambù, dove incontrammo James.

"Ciao Ashley" - mi salutò James - "Come mai da queste parti?"

"Ciao James" - risposi - "Ero alle caverne per prendere dell'acqua, ora sto andando in spiaggia".

"E questo piccolo ometto chi è?" continuò James.

"Ciao, io sono il Piccolo Principe e vengo da un altro pianeta"

"E come mai sei qui?" chiese James.

"Ero di ritorno da un lungo viaggio quando il mio asteroide invece di atterrare sul mio pianeta, è atterrato qui. Cosa stai facendo?"

"Sto raccogliendo della legna per accendere il fuoco appena si fa buio. Quella che ho usato ieri ormai non è più buona."

"Ogni sera accendi il fuoco?"

"Si, e ogni sera cerco di utilizzare più legna possibile, così brucia di più."

"Perché fai questo?"

"Così se durante la notte passa un aereo o una nava, vede il fuoco e ci salva."

Dopo questa breve chiacchierata, io e il Piccolo Principe salutammo James e continuammo a camminare. La spiaggia era vicina.

Cap V.

Dovevamo attraversare ancora un piccolo sentiero e poi saremmo arrivati finalmente in spiaggia. Mentre camminavamo il Piccolo Principe iniziò a farmi delle domande; era un ometto davvero curioso.

"Cosa fai nella vita?" mi chiese.

"Sono una geografa. Disegno carte giografiche, o meglio, lo facevo in passato."

"Perchè hai smesso?"

"Quando siamo atterrati sull'isola, ho preso tutte le carte geografiche che si torvavano in aereo; iniziai a studiarle. Volevo capire dove fossimo, se vicino a noi ci fosse qualche villaggio, se ci trovassimo in un luogo civilizzato; e invece niente. Non sono riuscita a capire dove ci troviamo."

"Ma se questo è il tuo lavoro, perché non sei stata in grado di capire tutte queste cose?"

"Perché invece di espolarare luoghi nuovi, mai espolarti prima; anziché studiarli questi posti, ho aspettato che gli altri lo facessero per me, per poi riportare tutto sulla carta. Ma sbagliavo. Così, almeno qui sull'isola, mi sono rimboccata le maniche e ho iniziato ad esplorarla, di fatti ho scoperto le caverne, quelle dove ci siamo incontrati."

Qualche minuto di silenzio e poi il Piccolo Principe mi fece un'altra domanda:

"Chi è quell'uomo che dorme sotto l'albero di banane?"

Guardai nella direzione indicatami dal mio piccolo amico e risposi:

"Quello è il Signor Stevenson e non sta dormendo. E' moribondo. Ha quasi finito tutto l'alcol che c'era in stiva. Quella che vedi tra le sue mani è una bottiglia di vino rosso."

"Perché beve così tanto?"

"Perché si vergona"

"Di cosa?"

"Sai lui era un bravissimo cardiochirurgo, poi però è caduto nel giro dell'alcol e non ne è più uscito. Si vergona di esser diventato un alcolizzato."

Cap VI.

Dopo una lunga passeggiata arrivammo finalmente in spiaggia e notammo che tutte le altre presone si erano raggruppate in un unico posto. Io e il Piccolo Principe intenti a scoprire di cosa si trattasse ci avvicinammo. Due uomini stavano discutendo.

"Chi sono?" mi chiese il mio nuovo amico.

"Sono il Signor Lock e Jake. Litigano sempre"

"Perché?"

"Perché entrambi vorrebbero essere i leader del gruppo e non riescono mai a prendere una decisione insieme. Jake vuole che si faccia quello che dice lui, e pure il Signor Lock vuole la stessa cosa. Poi finisce che nessuno li ascolta e tutti fanno come vogliono."

Notai che il Piccolo Principe iniziò a scocciarsi nel sentirli discutere, così si avvicinò ai due e urlò loro di smetterla.

"BASTA!" - disse il Piccolo Principe - "Io non capisco perché su quest' isola vi comportate tutti in modo superficiale. Vi trovate in un luogo così bello, a contatto con la natura. Dovreste essere uniti, aiutarvi a vicenda, fare squadra. Dovreste essere tutti amici, conoscervi meglio e invece siete tutti distaccati. Non avete mai provato a creare un legame tra di voi. Io sul mio pianete, prima dell'arrivo della mia rosa, ero solo. Passavo tutte le giornate da solo a non far nulla. Mi sedevo sulla mia piccola sedia e aspettavo il tramonto. Voi invece siete fortunati, ne siete tanti e dovreste essere tutti amici. Dovreste ridere e scherzare e dovreste farlo insieme. Giratevi verso il mare, guardate il sole sta calando, guardate che bel tramonto. Non pensate anche voi che guardare un tramonto in compagnia sia meglio che guardarlo da soli? Io penso proprio di si."

In quel momento rimanemmo tutti in silenzio e ammirammo, per la prima volta in tre settimane, tutti insieme il tramonto. Fu proprio mentre guardavamo come il sole, calando, colorava tutto il cielo di un arancione fuoco, che capimmo che il Piccolo Principe aveva ragione, e che dovevamo collaborare ed essere tutti uniti per poter vivere meglio sull'isola. Grazie alle parole del Piccolo Principe imparammo ad ascoltare l'altro, a parlargli, a capirlo, a condividere, a creare legami così forti che siamo passati dall'essere degli sconosciuti superstiti di un disastro aereo, ad essere una grande famiglia.

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