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Una storia di MarthaBartalini

La casa arlecchino

Martha Bartalini

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Pubblicato il 04 giugno 2018 in Altro

Tags: racconto narrazione storytelling

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Pina abitava in quel posto da trent’anni e quasi non si accorgeva più della sua stramberia: non badava più al fondo chiuso di via Torino, miseramente arrestata dalla costruzione del complesso Colombo, e non faceva più caso nemmeno alla stranezza della sua casa, accanto a una delle due villette curate che si fronteggiavano alla fine della strada. Eppure non c’era che dire: la casa di Pina proprio si distingueva. Specie in quel terso mattino d'inverno, col sole che faceva sfavillare i muri.

A vederla da lontano pareva interamente ricoperta di mattonelle variopinte ma, se ci si avvicinava, ci si accorgeva che in realtà era rivestita da una miriade di piccole lastre irregolari di granito: bianche, nere, grigie, rosa, sulla parte inferiore della palazzina; gialle, rosse, verdi, sul muro di cinta della terrazza al piano superiore. Un arlecchino multicolore. In cima al tetto spiovente, un angelo di cemento spiegava le sue ali all’indietro e guardava giù, proprio come faceva Damiel, il protagonista del film Il cielo sopra Berlino. Solo che sotto non c’era nessuna bella trapezista francese da osservare. Però c’era Pina, la minuscola vecchietta che puntualmente andava a fare la spesa col cappello, un logoro cappuccio di feltro color beige dal quale non si separava nemmeno in piena estate.

E poi c’era anche uno strano vestito di paillettes ad asciugare al sole.

A dire il vero, lei non abitava proprio dentro quelle insolite quattro mura: da quando suo marito era morto, l’affitto era diventato troppo caro e le stanze troppo grandi, così aveva deciso di trasferirsi col suo fido Lillo nella piccola dependance in giardino. Anche quella tappezzata di lucide tessere colorate. A prendere possesso della casa erano arrivati due trans brasiliani: due figure robuste, col pomo d’Adamo prominente e tette e culi improbabili, che silenziosamente uscivano dal cancello a tarda sera e ci rientravano alle prime luci dell’alba. Sempre scortati dal solito taxista alla guida del solito taxi, il numero 85, e dall’abbaiare di Willy, il loro west highland white terrier. Pina ci conviveva per circostanze e necessità, ma li guardava con diffidenza, li salutava a mala pena e, ogni volta che li sorprendeva a svettare sui loro zatteroni, le parevano tanto degli sgangherati cavalli a dondolo.

Sua unica confidente era la vicina, una signora occhialuta e piuttosto arcigna che, mossa a compassione dalla corporatura minuta della vecchietta, dai suoi vestiti sempre troppo larghi e da quella smorfia di dolore che le faceva storcere la bocca tutta da un lato, ogni tanto si distoglieva dai suoi gatti per andare a chiederle come stava o per portarle un piatto pronto da mangiare.

La lavatrice era un lusso che Pina aveva abbandonato insieme al marito e il lavaggio di maglioni, lenzuola, tovaglie, riempiva le sue giornate. Il lavatoio era all’aperto e d’inverno l’acqua era gelata, ma ciò non le impediva di svolgere il suo lavoro: prima sfregava i panni col sapone di Marsiglia, poi li strusciava energicamente, li sciacquava più e più volte, infine li strizzava per bene e li andava a stendere. Perché i cenci prendessero più aria e asciugassero in fretta, aveva escogitato un meccanismo ingegnoso: i sostegni dei fili erano muniti, da un lato, di una piccola carrucola in modo da poterli regolare in altezza e fissare alla testa di uno dei grossi chiodi che sporgevano dai pali.

Vedendola sempre indaffarata col bucato, un giorno uno dei trans le aveva timidamente chiesto se poteva smacchiargli un vestito ma Pina gli aveva replicato seccamente: andava di fretta, e si era sbrigata a inforcare il cappello e la borsa con la scusa di dover fare la spesa.

- Non mi fido mica a mettere le mani su quella roba lì! - aveva detto poco dopo alla vicina.

- Non abbia a prender delle malattie… Stia attenta Pina, mi raccomando!

- Non c’è pericolo: non ci penso mica a diventare la sguattera di quello lì! – e con tali parole aveva messo fine alla questione.

Seguirono giorni battuti da pioggia e da una tramontana talmente forte da rendere impossibile qualsiasi operazione di bucato. Quando il vento si fermò e il cielo si ripulì, la vecchietta decise di rimediare subito al tempo perso. Svuotò il cesto dei panni sporchi, li lavò e risciacquò accuratamente, infine si avviò a stenderli con al braccio un sacchetto pieno di mollette. Qualcosa non andava però. Le potenti raffiche che avevano soffiato per giorni, dovevano aver messo fuori uso uno dei meccanismi a carrucola alla sommità dei pali e, per riuscire a stendere le lenzuola, Pina doveva ricorrere allo sgabello malandato riposto da tempo sul retro della casa. Sarà stata per colpa di quello, o del terreno sconnesso, oppure del grosso telo rosa nel quale si trovò infagottata, fatto sta che Pina perse l’equilibrio e cadde giù tirandosi dietro un lenzuolo. Passò qualche breve istante prima che perdesse i sensi, ma bastò perché potesse sentire una cantilena che le ripeteva e le ripeteva e le ripeteva:

- Tranqüila, tranqüila: arriva ambulância. Arriva ambulância. Tranqüila.

Poi il buio, la corsa a sirene spiegate in ospedale e, dopo il ricovero, un mese di letto nella speranza di rimettere in sesto il bacino fratturato.

Le giornate erano lunghe a passare. Le visite del dottore e della vicina, un po’ di tv e di parole crociate, le risultavano ben poca cosa in confronto a quei riti che da anni scandivano il ritmo della sua quotidianità. Poi soffriva terribilmente a non mettere il naso fuori: mentre dalla finestra seguiva Willy rincorrere lo smilzo Lillo e incitarlo ad abbaiare a chiunque scorgesse al di là della recinzione, Pina sospirava. Sospirava anche quando qualcuno bussò alla porta e, facendo leva sulla maniglia, le lasciò intravedere una mano che reggeva due grosse arance. Attaccata a quella mano, seguì il corpicione di uno dei trans:

- Como está? Fa male gamba?

Riconobbe subito quella voce e quella cantilena mista di italiano e portoghese, era la stessa che aveva tentato di rassicurarla quando si ritrovava stesa per terra dopo la caduta: a chiamare aiuto non era stata la vicina occhialuta, come aveva dato per scontato, bensì uno dei suoi eccentrici coinquilini.

- E come vuole che stia? Mica tanto bene chiusa qui!

- Tranqüila, passa tudo.

- Comunque non mi sono fatta male alla gamba ma al bacino, ba-ciii-no, capito?

- Capito, capito! Ho portato aranci, per te. Hai fame?

- No no, ora no. Li mangio dopo… Grazie.

Anche Willy era entrato nella camera e le posava le zampette anteriori sulla coperta scodinzolando accanto a Lillo, entrambi tenevano bocca aperta e lingua penzoloni in una specie di sorriso canino. Pina li carezzò, poi si tirò su le coperte e disse di sentirsi stanca, tanto stanca.

Il giorno seguente, fu una mela a spuntare dalla porta. Quello ancora dopo fece capolino un vassoietto di plastica con sopra due tazze di the e qualche biscotto. Poi fu la volta di un piatto di spaghetti decisamente scotti e appallottolati. Poi di un giornale e di un paio di spessi calzini di lana. Le rincresceva ammetterlo ma, piano piano, Pina prese ad apprezzare quelle attenzioni e ad aspettare il momento in cui Rafael diventato Rafaela, quello era il suo nome, faceva comparsa nella sua camera. Scoprì che veniva da Alto Boa Vista, nel Mato Grosso, dove aveva lasciato tre sorelle e due fratelli oltre ai genitori. Sognava di guadagnare abbastanza soldi per tornare lì e metter su una pousada, ma si domandava spesso se la sua famiglia l’avrebbe riconosciuto e accettato. Nonostante il suo italiano stentato, trovava il modo di farsi capire e Pina ascoltava. Ogni tanto anche lei si lasciava andare a qualche ricordo, con la lingua che le incespicava fra i denti. Ma pure lei si faceva intendere e, quando proprio credeva che Rafaela non capisse, cercava di scandire bene le parole, come se volesse dividerle in sillabe. Una volta trovò pure il coraggio di assaggiare la feijoada, un piatto tipico brasiliano, una specie di zuppa di fagioli con tanta carne di maiale e spezie, un po’ troppo pesante per il suo stomaco.

Il mese di degenza, così, passò, e lentamente Pina poté tornare alle sue occupazioni. Nel frattempo qualcuno si era dato pena di aggiustare il meccanismo che regolava in altezza i fili del bucato e le piaceva pensare che a farlo fosse stata proprio Rafaela.

In quel terso mattino d’inverno, un lungo abito color verde acqua pendeva accanto alle mutande di Pina, in alto, in modo da prendere più aria e più luce: le paillettes di cui era ricoperto lo facevano scintillare e, quando si muoveva, sembrava la coda di una sirena. La vecchietta lo osservava e si sentiva felice. Proprio come quando su quel filo se ne stavano ordinati i pantaloni di suo marito. Strizzava gli occhietti vispi e si parava il sole con una mano intirizzita. Il verso di una cornacchia le fece alzare la testa di colpo: era andata a posarsi sul tetto, accanto all’angelo che guardava giù. Lei ricambiò quello sguardo col suo sorriso sghembo, quasi che fra i due ci fosse una tacita intesa.

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