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Una storia di Atrabile

una clessidra

brevissimo esperimento di malinconia

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Pubblicato il 26 giugno 2018 in Altro

Tags: malinconia

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Fissando la sporca tazzina da caffè posata sul rotondo tavolo, appena affianco il vecchio centrino cucito all'uncinetto, un braccio poggiato sul freddo legno di noce, coperto solo dalla corta manica di una camicia a righe azzurre e gialle, entrambi pastello. Nel resto della casa nessun suono oltre al pesante ticchettìo di un vecchio orologio da parete e al respiro dell'anziano uomo seduto al tavolo: lo sguardo rivolto verso la finestra appena sopra il lavello nell'angolo cottura della sala, la luce del primo pomeriggio filtra e come unico ostacolo trova gli infissi in legno della finestra, per il resto si diverte a giocare con i ninnoli di argenteria poggiati dalla parte opposta della stanza, con le cornici in metallo, con la fede nuziale al dito dell'uomo. La mente si perde, riportata di tanto in tanto dal ticchettare pesante dell'orologio: elemento della realtà che non le aggiunge nessuna autorevolezza, ma che anzi costringe la mente dell'uomo a ripercorrere sempre e daccapo lo stesso labirinto di pensieri, ricordando nuovi dettagli, facendo emergere nuove strade, nuovi tentativi della mente di risolvere un qualche gioco, gioco che però, ci è spesso dura ammettere, non avere una soluzione a noi gradita. Il ricordo di una moglie che è venuta a mancare troppo presto, perché nessun momento sarebbe stato accettabile, scuote l'anima in una glaciale consapevolezza, un ghiaccio che brucia e lascia scavi profondi sul rugoso volto. Una vita passata insieme, senza figli, bastandosi l'uno con l'altro: l'unica persona ad avermi capito veramente, - è ciò che si ripeteva in ogni momento che pensava a lei, durante un pasto, prima di coricarsi, mentre leggeva il giornale, e qualche lacrima scendeva sempre. La consapevolezza di aver saltato delle normali tappe della vita di un uomo c'era, ma c'era anche la consapevolezza di essersi donati, a vicenda, per qualcuno che rendesse ogni cosa più bella, più facile, più vera, bevevano dalla medesima coppa e quella bevanda e la loro compagnia era tutto ciò che bastava ad allietare la sete con cui si viene al mondo. E c'era anche la consapevolezza che un uomo è chiamato ad avere, la consapevolezza che queste situazioni possono accadere e accadono, che di punto in bianco ci si ritrovi da soli di fronte al bicchiere, senza più qualcuno vicino, esperienza che può scuotere anche i più duri animi: piegandoli, distorcendoli, fino a suscitare la domanda se tutto ciò che è stato, sia stato reale. Ma è solo il dolore iniziale. Dopo un po' la consapevolezza emerge e si ritorna alla realtà, con una nuova, enorme, cicatrice.

In quel silenzio così arido gli sembrava di far chiasso con i propri pensieri, come se i suoi stessi timpani risentissero di quel frastuono interiore, come se anche quel ticchettare dell'orologio violasse il più intimo desiderio di silenzio, di immobilità, di bisogno di essere. Solamente e senza altri aggettivi, per non dover pensare.

In quella solitudine di una domenica pomeriggio, l'uomo si è ritrovato nuovamente a pensare, e nel frattempo la luce che prima giocava con le cornici e con la sua fede, era arrivata a toccare anche la montatura degli occhiali e si apprestava a tingersi di rosso, a segnalare che anche quel giorno stava morendo.

Nessun uomo è un'isola, ma forse tu eri l'oceano, quando io ero uno scoglio, non erano sue parole, ma capiva ciò che volevano dire.

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