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Una storia di Jelena

Pensieri di un ex fotografa

C'è un tempo per tutto, uno per sognare ed uno per fare

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Pubblicato il 13 luglio 2018 in Altro

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Anno 2015


E' immobile, e questo è ovvio. Se ne sta ad osservarmi con il suo occhio enorme, sonnecchiando su delle enciclopedie rosse e bianche. Ad esser sincera non è che proprio sonnecchia, prende polvere.

La stringa nera e gialla è consumata così come lo è l'impugnatura. Era la mia fedele compagna fino a poco tempo fa, era il mio oggetto vivo, la mia anima era nei suoi circuiti nascosti.
Credete si possa soffrire del blocco del fotografo? Esiste una patologia che possa giustificare il perché non riesca più a scattare una maledetta foto?
Lo so, lo so, forse è difficile da capire, forse vi sembrerà una cosa da niente. Ma in quella macchina avevo riposto tuta la mia vita, era il mio cassetto dei sogni aperto e svuotato fino in fondo.


E poi il nulla.

Anni trascorsi nel difendere un qualcosa che molti vedono come un hobby da weekend, a sfatare il mito che con una buona attrezzatura siamo tutti fotografi, a sorbirsi le teorie di quelli che -il bianco e nero rende tutto più bello, che tanto se si sbaglia c'e comunque Photoshop, che non ti pago ma ti darò visibilità.

Certo, perché vivo di aria e visibilità. Ho mandato giù bocconi amari, mi sono vista mentre fallivo, e fallivo, e fallivo ancora. Ma poi ho spiccato il volo e quei click erano la conquista di qualcosa. Io, J., ero una promettente fotografa, finalmente potevo dire a tutti di esser brava, davvero brava, in qualcosa. Ricordo tutte le giornate durante le quali passavo al setaccio centinaia di immagini e facevo spallucce ai martellanti mal di testa, alla stanchezza, al raffreddore preso per catturare fulmini in un fotogramma. Trascorrevo ore sui libri, a ripassare, studiare ed approfondire, e poi metter in pratica. Non saltavo nemmeno una lezione, ero sempre la prima ad arrivare e l'ultima ad andar via.

Avevo fame, fame di sapere, di diventare, di migliorare.

Ma tra tutte le lezioni una l'ho davvero detestata. Quella sul grigio medio.

In fotografia c'è la continua ricerca di questo non-colore, base per tutti gli altri. E' il dio del "cromatismo" fotografico ( neologismo di J., pardon!) , non potuto nemmeno professare il mio ateismo, dovevo riprodurre il santissimo grigio medio.

Una nottataccia nel cercare la giusta combinazione per raggiungere il paradiso dei non-colori, un orribile nottata per raffigurare l'unica cosa che accomuna celluloide e pixel.

E indovinate? L'ho sbagliato.

"Devi cercare di non vedere i colori, immagina di vivere in un film anni '20."

Le parole del prof mi fecero sorridere. Io, che cercavo le sfumature del rosso, del verde, del blu e del giallo, dovevo socializzare con un tristissimo parente del nero.

In tutti gli anni di studio non sono mai riuscita ad applicare del tutto questa teoria alle mie foto, vedevo arcobaleni ovunque. Ed è per questo che mai e poi mai mi sarei aspettata di piombare nel mondo dei non-colori, di arrivarci a piè pari contro la mia volontà. Niente più arcobaleni per me.Mi ritrovo in un universo privo di diversità e pieno zeppo di noia, in cui ogni giorno è uguale al precedente ed al successivo, senza luci e ombre. Piattume interno ed esterno.

Io non so più fotografare. Ecco la realtà. Non trovo più emozioni nelle scene quotidiane, non mi soffermo più sui dettagli e sui volti. Ma allora cosa posso fare? J. non è brava in nient'altro. Riguardo i miei vecchi lavori, sento per un attimo il cuore vibrare, vedo il bagliore dei flash, i negativi da sviluppare, sento l'odore degli acidi, sento il caldo soffocante della camera oscura. Mi riaffiorano alla mente le soddisfazioni e non, i sorrisi di circostanza e non. Rivedo i colori in cui vivevo. Poi, sento solo il suono del silenzio, vedo solo il grigio medio che mi schiaccia e non mi fa tornare a ciò che ero, a ciò che desideravo essere. E' così ironico, è come raggiungere le stelle e vederle spegnersi un attimo prima di toccarle ed essere investiti da un buio che ha un preciso colore.


Anno 2018


Mi fa quasi sorride oggi rileggere ciò che scrivevo anni fa.

La mia vita è stata completamente stravolta da eventi desiderati e non.

Ho un lavoro adesso, uno di quelli in cui ti alzi la mattina alle 7:30 prendi i mezzi-tra i batteri e tra i ritardi - come recita una canzone, bevi un caffè in 0,1 secondi e ti siedi alla scrivania fino a pomeriggio inoltrato.

E ti riempi la testa di numeri e di telefonate, di mail da inviare, poi te ne torni a casa con il mutuo da pagare, il fidanzato che ha preparato la cena e ti viene da sorridere.

Ma la Nikon sta ancora lì.

Non l'ho più accesa, non sono nemmeno certa che funzioni.

E' tanto ironico quanto triste vedere quanto i sogni a volte ritornino in un cassetto ancora più profondo, di quanto la realtà dei fatti vada in collisione con i desideri.

Ma se potessi tornare indietro scatterei di nuovo quelle foto, investirei ancora i miei risparmi in una scuola che costa quanto vendere un rene.

Ma non getterei più la spugna, non permetteri più al mondo di ridurre i miei sogni in polvere.

Forse sarei più ostinata.

Forse mi ritroverei comunque in ufficio che si occupa di numeri e non in camere oscure o a mostre internazionali.

Forse sono ancora in tempo, mollo tutto e rimetto in sesto un talento.

Quel che è certo è che una parte di me sarà sempre una ragazza con una macchinetta fotografica in mano e un sogno ancora da realizzare.


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