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Una storia di Massimo.ferraris

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Tre minuti

Pubblicato il 08 marzo 2017

Mancano tre minuti, tre soli, una manciata di secondi che mi separano da quella porta scura posta di fronte a me. Chiuso, in questa stanza quasi in penombra, stringo le mani sui braccioli della sedia, un vecchio modello imbottito che ha visto sedersi molti altri prima di me. Respiro a fatica, la mente vacilla un attimo per poi riprendersi, quasi fosse un pendolo che mi allontana dalla realtà quando raggiunge i punti più alti. Vorrei non osservare lo scorrere del tempo, è un lento scivolare verso la meta, quando sai che ancora non sei pronto e che vorresti tirarti indietro.

Eppure l'ho scelto, nessuno mi ha costretto, spinto o obbligato a farlo. Sono io che ho voluto seguire il flusso dei pensieri e trasformarli in realtà. All'inizio era solo fumo, nebbia attraverso la quale speravo in uno spiraglio di luce, poi le nubi si erano squarciate ed ero lì, io ma diverso. Solo sei mesi fa nessuno sapeva nemmeno che esistessi, il mio viso era ai più sconosciuto e non rischiavo di farmi sconvolgere la vita. Invece è successo, di colpo ho attraversato settimane irreali e sono giunto qui, su questa sedia dalla quale non vorrei staccarmi, attorniato dal silenzio, increspato da un brusio lieve e incomprensibile. Dietro la porta c'è ciò che mi aspetta, alle spalle un'altra porta aperta. Sposto la sedia di lato, per poter osservare tutte e due le entrate -o uscite?-, nella speranza che qualcuno venga e mi dica che è tutto uno scherzo, una sorta di candid camera virtuale, una storia alla Truman Show, intorno a me il mare finto delimitato da pareti e dietro coloro che si occupano di far si che tutto sembri reale. Non fa caldo, ma sento la fronte umida; non fa freddo, ma le mani sono cubetti di ghiaccio, che metto sotto le cosce per cercare di riscaldarle. Il vestito che indosso fa parte della scena, una cosa non mia; non penserei mai di indossarlo, di solito sono piuttosto informale nell'abbigliamento. Eppure sono obbligato a passare attraverso questo cambiamento, in attesa del verdetto finale -già scritto- che mi attende oltre la porta. Sono solo e non voglio compagnia, non ho voglia di parlare e sentirmi dare consigli. Devo affrontare tutto da solo, da vero uomo.

Due minuti, il tempo di un salto in bagno, ma sento che non c'è tempo; chi è al di là non accetterebbe la mia assenza, è gente decisa, che sa quel che vuole. E io? So davvero quello che voglio? Sono nel famoso punto del non ritorno, il limbo dell'attesa senza scuse, la terra degli uomini senza passato. Mi scappa da ridere quando mi accorgo che la vescica bussa: accavallo le gambe e cerco di non pensarci. Ho altre cose più importanti da ricordare, tanti visi che saranno in prima fila in attesa all'entrata. Occhi che mi guarderanno commossi, alcuni piangeranno lacrime, altri esulteranno, mentre io percorrerò quel tratto illuminato, come una fiera esposta allo zoo. No, non sono pronto! Sta succedendo troppo in fretta e il peso della situazione grava sulle mie spalle come un sacco di macerie. Chiudo gli occhi e mormoro una preghiera, una di quelle che si recitano nei momenti più duri della vita. Sono cattolico, ma non praticante. Padre Luke mi avvisò in giovane età che le cose nella vita accadono sempre per una ragione, anche se ti sembra che tu non le abbia cercate. Ed io non l'ho voluto, è capitato per caso, una sera di sei mesi prima, alla fermata della metro, in mano una rivista e un annuncio...

Un minuto, ci siamo, tocca a me, ultimo di una lunga serie; la porta si aprirà, qualcuno dichiarerà il mio nome e verrò gettato in pasto ai media. Non voglio telecamere, ma so di non avere voce in capitolo, sono solo il protagonista, il contorno è storia già nota.

Trenta... venti... dieci... mi alzo e punto gli occhi al cielo. "Grazie" dico, a chiunque abbia contato, a coloro che hanno creduto in me e a ciò che mi prospetterà l'ingresso da quella porta.

Si spalanca, le luci mi investono quasi accecandomi. Le voci aumentano di volume, stiro con le mani i pantaloni e muovo il primo passo. Flash dei fotografi, sotto il palco vedo Mary, mia moglie che si asciuga le lacrime con un fazzoletto e Tom, mio figlio di otto anni, elegante nel suo completino da piccolo uomo e sorridente.

Un uomo di colore mi attende al centro, in mano un microfono.

-Signori, diamo il benvenuto a Reginald Moore, re indiscusso dell'editoria con il suo best seller "Al di là dei sogni". Un grande applauso per quest'uomo che in pochi mesi ha raggiunto le vette con mezzo milione di copie vendute, la traduzione in cinque lingue e un contratto per la sceneggiatura del film!-.

Quello sono io, il nuovo Reginald, sorto dalle ceneri di un uomo qualunque con in testa la speranza di poter un giorno sfondare. Sorrido e raggiungo l'uomo, pronto a ricevermi con la mano tesa.

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