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Una storia di Franco.frasca.bhae

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LA POESIA DELLA FOLLIA

Parlare ad alta voce al cellulare. Una volta era poesia ... della follia!

Pubblicato il 13 luglio 2015

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Andava su e giù lungo il Corso, disegnava traiettorie irregolari, a volte si fermava, altre allungava il passo, tornava indietro oppure procedeva allegramente spedito. E parlava, parlava, a voce alta, senza alcun timore che tutti quelli attorno a lui potessero mai ascoltarlo. Teneva appiccicato all’orecchio un telefonino e intrecciava i suoi interminabili colloqui con il vento. Ora nella parte di un impegnato uomo d’affari, più tardi in quella di un torbido amante oppure nell'altra ancora di un cittadino arrabbiato alle prese con l’impiegato di un qualsiasi ufficio del Comune. Un artista di strada, un millantatore seriale oppure un povero squilibrato? Tutti ormai lo conoscevano e tutti sapevano che lui parlava solo con se stesso. Quando lo s’incontrava era un amabile gioco cercare di captare qualche parola per capire chi era l’interlocutore immaginario e poi magari quando lo si rincontrava nuovamente sentire se per caso lo avesse già sostituito con qualcun altro. Quel telefonino non aveva mai bisogno di essere caricato e il credito a disposizione era illimitato, poteva parlare con tutto il mondo e per tutto il tempo della sua vita. E non c’era alcun pericolo di velenose radiazioni, né di improbabili e volgari suonerie perché di sicuro se ne restava incollato a quell’orecchio sempre innocentemente spento! Questi monologhi dell’assurdo durarono ancora per qualche tempo, fino a quando non divennero straziati dagli sberleffi e dagli scherni di nugoli di ragazzini sempre più irrispettosi e a tratti anche crudeli. Anche l’attore più consumato comprende bene quando è arrivato il momento di abbandonare il palcoscenico e lui per sua fortuna lo comprese e scomparì per sempre. Sulla scena ora sono rimasti pallidi figuranti, magari con cuffie e microfoni ultrasottili appesi al collo , che parlano e gesticolano ai fantasmi della loro realtà a cui forse non si possono in alcun modo sottrarre . Nessuno è più interessato alle loro recite e nessuno più vuole carpire i loro segreti. In questo tempo di oggi moderno e sofisticato non c’è più spazio per la romantica poesia della follia!

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Poesia e follia. Arte e vita. Tutto si intreccia, per chi riesce a vedere. Chi guarda resta ai margini di una vita superficiale, chi decide di oltrepassare il confine e aprire la mente a nuovi orizzonti, scopre il diverso e scoprendolo riscopre se stesso.

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LA FOLLIA HA LE ORECCHIE COME LA SOLITUDINE

Margaret era una reporter fuori dall’ordinario. Non raccoglieva mai per il suo giornale notizie consuete. No! L’annoiavano e le sembravano troppo scontate.

Era una tosta che s’insinuava nelle crepe della realtà e lì dov’era da indagare lei correva col suo paio di gambe lunghe e affusolate sempre in bella mostra.

Le era giunto agli orecchi che in un paesino vicino a Genova viveva un tipo assurdo che trascorreva ore e ore a interloquire con un cellulare muto e spento.

Aveva cercato di sapere di più ed era andata sul posto a fare interviste ai passanti.

-Folle! - Glielo avevano descritto così. -Uno da schernire senza pietà. Perché chi sta fuori con la testa, è fuori dal mondo. E-li-mi-na-bi-le!-

-Cosa?-

- I-NU-TI-LE!-

Allora aveva compreso bene. Quegli idioti aveva anche rincarato la dose.

-Sa, quel pazzo alla fine ha capito che doveva sparire ed è sparito davvero. Per sempre! FINALMENTE!-

-E dov’è andato?-

-Che vuole che ne sappiamo?-

-Come? Mi avete raccontato il fatto, anzi il fattaccio e non mi sapete raccontare la fine?-

- A noi sta bene così, sa? In fondo, era un disturbo.-

-E in cosa vi disturbava?-

-Eh… Andava su e giù per il Corso per ore. Parlava. riparlava, straparlava. Idiota, ecco cos’era-

-Adesso andate. Lo cercherò io. IDIOTI!-

-Perché ci offende?-

-Ah! Inutile spiegarvelo, non capireste. Arrivederci!-

Si defilarono col capo chino. Erano convinti di averla dalla loro parte.

-Quella tipa mi ha fatto girare le palle!- disse uno

-E’ tutta strana. Però ha un paio di gambe che mi ci farei volentieri un giro.-

-Sì, provaci! Ti farebbe volare altro che. Sa il fatto suo e vedrete che scoprirà dov’è finito CELLULAR MAN-

Gli si addiceva quel soprannome. Il nome vero nessuno aveva mai cercato di conoscerlo. Che importava?

Margaret era incazzata. Quei quattro omuncoli che aveva intervistato, oltre ad occhiate languide e fuori luogo, non le avevano fornito un solo indizio utile.

Era incazzata perché avevano ridicolizzato la follia al punto di averla messa in fuga.

Era incazzata perché quel pover’uomo doveva essersi barricato da qualche parte in solitudine per continuare a parlare.

Era incazzata perché aveva perso sua sorella così, nello stesso modo.

Samantha amava ridere e rideva per qualsiasi cosa, senza controllo. Era contagiosa la sua risata, malata forse, ma contagiosa.

Quando era una bambina, ci stava. Poi era cresciuta. Le altre amiche già si scopavano i fidanzatini e misuravano la circonferenza delle tette e lei, Samantha, guardava il cielo e rideva. Ingenua, felice a modo suo.

Finché un giorno, un tizio, stramaledetto bastardo, uno a cui non bastava la sua risata, l’aveva portata via con sé a fare una passeggiata –diceva e Samantha ci aveva creduto- e l’aveva violentata fino a lasciarla tramortita.

Quando la trovarono era tardi, disse ai soccorritori di riferire a Margaret che non avrebbe riso più in cielo. E spirò.

A Genova si parlò per anni di Samantha e nessuno osò fare commenti sulla sua risata.

Margaret li avrebbe mangiati vivi. Letteralmente divorati.

Quel tale, ora, doveva salvarlo.

Poi avrebbe scritto un pezzo da paura sulla follia.

Tornò più volte in paese, entrò nei bar, se lo fece descrivere nei minimi particolari.

-Era altissimo. con due occhi strampalati e gesticolava.-

-No! Altezza media, occhi castani e capelli lunghi fino alle spalle. Indossava sempre una camicia bianca aperta sul petto e un jeans scuro-

-Si chiamava… si chiamava… Alberto e doveva avere all’incirca quarant’anni o giù di lì-

Margaret andò via scuotendo la testa.

-Razza di vipere! Parlate di lui al passato, dando per scontato che sia morto-

Tornò a casa e sorseggio una tazza di te bollente. Doveva riflettere.

All’improvviso le venne in mente di cercare nelle campagne vicine al paese.

Magari per stradine strette e invase dai rovi, in cui nessuno si sarebbe addentrato tranne lei, Alberto e Samantha, se fosse stata in vita.

Prese le chiavi della macchina e si diresse là.

Era tardo pomeriggio. Il sole si stava preparando al tramonto.

Il fruscio delle foglie le sembrò avere il rumore di una risata.

Guardò il cielo e sorrise.

Ad un tratto udì una voce.

Un insolito balbettio confuso e stranito.

Proveniva da un rudere che riusciva a intravedere appena tra i rami contorti e abbracciati tant’erano fitti.

Si avvicinò in silenzio, cercando di non far rumore. La terra era umida, come un morbido e fresco tappeto.

Alla fine lo vide e lo riconobbe.

Camicia bianca lacera, capelli lunghi fino alle spalle e un gesticolare vivace e allegro.

-E’ lui. Finalmente!-

Anche l’uomo la vide. Cominciò a fuggire.

-Aspetta. Ti prego, aspetta. Alberto..-

Sussultò. Nessuno lo aveva mai interpellato con tono gentile.

-Come mi ha chiamato?-

-Alberto. E’ il suo vero nome, no?-

-E chi le ha parlato di me?-

-Giù, in paese. Chiacchierano su un tale che trascorreva ore a parlare al cellulare-

- Chi è lei?-

-Una reporter che scriverà un articolo interessante in sua difesa, se me lo consente-

-Ahaha! Non ho mica bisogno di difendermi io! Quelli sono ottusi e non potranno mai capire un animo nobile e sensibile come il mio.

O TI COMPORTI COME TUTTI, O ENTRI IN UNA DELLE LORO CATEGORIE E NON TI SALVI PIU’.

Io ero solo, parlavo al cellulare pensando che qualcuno si avvicinasse, si interessasse a me. Poi hanno cominciato ad inveire contro con parole pesanti e ho deciso di sparire. A chi importava? Qui, in silenzio, lontano dalla stupidità, si sta bene, sa?-

Margaret sorrise. Quell’uomo si fidava di lei e lo avrebbe tratto fuori di lì.

-Ci rivedremo presto, Alberto. Glielo prometto-

-Non dica a nessuno…

-Scherza? Mi stanno antipatici quelli e li concerò per le feste. Vedrà che non sapranno come e dove nascondersi dalla vergogna. Ci tengo molto!-

-Grazie! Sa? Lei mi sta simpatica, invece!-

Aveva uno strano fascino. Un amore maledetto e benedetto insieme poteva nascere se solo, se solo anche lei avesse riaperto il cuore agli uomini dopo quel che era accaduto a Samantha.

Si divertiva a provocarli e sapeva di essere bella, ma il cuore era a riposo da anni.

Tornò a casa.

Era sera ormai.

Oltre i tetti di Genova rondini e gabbiani erano impegnati in voli arditi e liberi sul lungomare dai bei colori. Genova che non dormiva. Genova inquieta e innamorata.

Sospirò come non capitava da tempo.

Alberto l’aveva impressionata. Pazzo, eliminabile, inutile, idiota. Non avevano capito un cazzo.

Cominciò a metter giù l’articolo, guidata da una rabbia incontenibile congiunta a una nuova dolcezza.

LA FOLLIA HA LE ORECCHIE COME LA SOLITUDINE

Quando uno si sente solo, è disposto a tutto, pur di sentirsi meno solo.

Parlare sempre al cellulare.

Fingersi diverso.

Cercare di attirare uno sguardo, una carezza che possano cambiare in maniera significativa quella solitudine.

E’ accaduto nei pressi di Genova a Nervi.

Lì nessuno ha avuto occhi, orecchie, cuore ma una lingua mordace e pungente sì.

Accuse blasfeme e impietose, tanto da spingere un abitante ad andar via.

Inutile, eliminabile, idiota, dicevano.

Utile, unico, eccezionalmente in salute mentale, dico io. Ma solo, tanto solo, troppo solo da ridursi a parlare con un cellulare spento.

Non è morto. Si è semplicemente allontanato da voi, stufo delle chiacchiere.

Di giudizi vacui e stupidi.

Il CELLULAR MAN ha un nome: Alberto. Il cognome non importa, è un dettaglio.

Lo scoprirò io perché per me Alberto è uno che conta, non voi.

LA FOLLIA HA LE ORECCHIE COME LA SOLITUDINE, non dimenticatelo più.

Firmò l’articolo e lo inviò al direttore pregandolo di pubblicarlo l’indomani mattina in prima pagina.

Era già notte fonda.

Respirò ancora l’aria frizzantina riempiendo i polmoni.

Ripensò ad Alberto. Poi si tuffò nel letto e si risvegliò tardi.

Controllò la sveglia ed erano già le 10.00.

Stranamente quieta e soddisfatta, si lavò e vestì con cura. Indossò un vestito rosso corto e un giubbottino di pelle nera.

La primavera era come una carezza ormai.

Le labbra dipinte di rosso e un po’ di fard sulle guance per ravvivarle e via.

Alla prima edicola comprò il giornale.

C’era una folla di curiosi.

Andò via da Alberto.

Si diresse verso il rudere e per poco non si scontrarono.

Notò che si era lavato e rasato. Era ancora più bello.

Gli porse il giornale soddisfatta.

Lo lesse avidamente. Una, due, tre volte.

-Non posso crederci!- esclamò. –Ha inteso perfettamente il mio malessere.

Come ha fatto?-

Margaret rise nervosamente. Come Samantha.

-Perché non vieni da me, stasera? Vengo a prenderti io-

-Va bene ma… ho solo questi abiti

E che m’importa?-

Gli fece l’occhiolino e ripartì veloce.

Il paese rumoreggiava.

Il direttore del giornale la chiamò per farle i complimenti. Aveva toccato il cuore di tutti.

Genova contro Nervi.

Nervi contro Genova.

-Quella puttanella ce l’ha combinata proprio grossa, eh?- urlavano sgomitandosi i quattro intervistati.

-L’avevo detto che oltre le belle gambe aveva un cervello altrettanto apprezzabile e ha giocato bene le sue carte. Alla faccia nostra e a favore di CELLULAR MAN!-

-Trofiette al pesto e focaccia al formaggio. Gradirà sicuramente. Non so da quanto tempo non mangia in maniera decente.-

Margaret era lontana da tutto, da tutti. Il cellulare squillava in continuazione ma decise di non rispondere. Lo spense per starsene in pace.

-Poi… dopo un’ottima bottiglia di vino d’annata.. non avremo più bisogno di parole. Accidenti! Quanto mi piace quell’uomo e non riesco a smettere di pensarci!-

La giornata trascorse rapida e leggera.

Aveva già preparato tutto, raccolse i ricci ribelli in un perfetto chignon e andò all’appuntamento.

Alberto la aspettava. Anche lui aveva legato i capelli. Aveva occhi profondi e verdi. talmente verdi che perdersi era inevitabile.

-Buonasera!-

-Su, entra e chiamami Margaret, per favore! Altrimenti mi fai sentire vecchia dandomi del lei-

Prima passeggiarono un po’ sul lungomare. Una lunga striscia di 2 Km fino ad arrivare ad un antico borgo di pescatori perfettamente conservato.

Alberto osservava il panorama gustando ogni minuzia. Era stato chiuso nelle campagne così a lungo che non ricordava quanto fosse bella la città, in un silenzio a quell’ora quasi irreale.

Ad un tratto poggiò un braccio sulle spalle di Margaret.

Vide che non reagì e proseguirono ancora a lungo, finché non decisero di mangiare.

-Hai fame, vero?_

-Da morire!-

-Allora, andiamo! Ti stupirò!-

Alberto divorò focaccia e trenette al pesto in un battibaleno. Si strozzò sorseggiando il vino e scoppiarono a ridere come due bimbi.

Si desideravano e non c’era bisogno di raccontarselo.

- Al diavolo le paure! Vai, Margaret, osa!|- e ridacchiò mezza ubriaca.

L’alcool è un toccasana per eliminare l’imbarazzo.

Lo lasciò fare, lo assecondò e si amarono nel modo più dolce e disperato possibile. Quanta solitudine e quanto dolore scivolarono nella danza magica e armoniosa delle loro nudità.

-LA FOLLIA HA LE ORECCHIE COME LA SOLITUDINE E COME L’AMORE!- le sussurrò.

-Sì- fu tutto quel che riuscì a dire in quella corsa ai baci e alla normalità.

Genova ora rideva e anche Samantha da qualche parte aveva ricominciato a farlo.

-Dimmi che non vai più via!-

-Mai!-

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