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Una storia di StefanoLabbia

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Apollinaire giocava a poker (ed era pure bravo)

Pubblicato il 14 aprile 2017

Apollinaire

Apollinaire giocava a poker. 'Sta storia non la sa nessuno. Che c'erano lui, Picasso, Ungaretti e Max Jacob. Che Apollinaire era pure un po' schizofrenico, tipo. Del genere che prima era si e poi no. Prima accettava l'invito a corte, poi sfanculava tutti e restava a casa a rollarsi un bel cannone che nemmeno Bob Marley si sarebbe mai sognato. E fumato. Era fatto così, Apollinaire. Apollinaire era bravo al poker: gliel'aveva insegnato Picasso, dopo il colpo del Louvre. Che poi era innocente, Apollinaire, che mica era stato lui a prendere La Gioconda. Nooo... Però lui e Picasso furono accusati. E Apollinaire si fece anche il carcere. Vabbè. Dicevamo... Apollinaire giocava al poker. Quello vero, niente Texas Hold'em. Cinque carte. Combinazioni numero nove. Numero massimo giocatori dieci. Apollinaire non barava. Non bluffava. Mai. Era onesto con gli altri e con se stesso, nonostante le "undicimila verghe". La moglie detestava che lui giocasse: quante liti! Quante urla! Quanti schiamazzi! E la gente? A volte chiamava la polizia. I gendarmi venivano, schiaffeggiavano Apollinaire - che lui ci provava pure un certo gusto, ci provava - e poi se ne andavano. Una sera Apollinaire aveva ricevuto un invito a palazzo per cui avrebbe ricevuto anche qualche denaro. Solo per presentarsi, stringere qualche mano, bere un flute, forse due di quello buono... fare conversazione e, infine, stare seduto su una sedia a guardare gli altri ridere, scherzare, danzare, suonare e parlare di politica. E lui era confuso, indeciso: «Si o no... si o no... si o no?» mormorava camminando dentro casa, testa bassa occhi sgranati e mani dietro la schiena, incrociate. La moglie già sapeva come sarebbe andata a finire e lo compativa: "Povero vecchio pazzo..." pensava con mestizia. Che Apollinaire aveva da fare, mica cazzi! Aveva i suoi riti, le sue ossessioni, le sue piccole manie... Tipo che aveva una chiave che apriva un armadio che non apriva mai. Cioè... la chiave apriva l'amradio ma Apollinaire non apriva mai 'st'armadio, che manco i ricordava più che c'era dentro! L'ultima volta l'aveva aperto nel 1900. Poi più niente. Chiuso. Serrato. 'Sta chiave se la girava di tanto in tanto, tra le mani, insistendo sui palmi sino a procurarsi delle piccole lesioni da cui usciva del sangue. Tipo stigmati. Ecco... Apollinaire si era fatto venire le stigmati. Ma non perché fosse in cerca di santità. Per ossessione maniaco compulsiva / masochismo. E poi aveva il vizio di lanciarla, quella chiave, a terra. E la chive doveva fare esattamente semrpe lo stesso rumore, lo stesso tintinnio, pena il malessere nel cuore che affliggeva il povero A... E finché lo stesso rumore non veniva fuori, Apollinaire continuava a raccogliere la chiave e a lanciarla a terra: provava e riprovava mentre la sua fronte si riempiva di sudore, le vene divenivano in rilievo, i denti si serravano e tutto il corpo era in tensione. La moglie viveva con le mani nei capelli... Ma amava quel vecchio pazzo e fobico. A parte quando si mostrava un vizioso del poker. Perché Jacqueline poteva sopportare tutto: il suo modo di essere, i suoi atteggiamenti da schizoide, i cambiamenti di umore... ogni cosa. Ma che fosse sposata ad un pokerista... Proprio no. Apollinaire girovagava borbottando poi decise: si, sarebbe andato. Ordinò alla moglie di preparare il miglior abito, di ricucire i bottoni della giacca che stavano per cadere, lavare la camicia bianca e preparagli uno spuntino da portare con sé. La donna ubbidì e si dedicò solamente a quello, stanca e macilenta. Apollinaire gridò quando all'ora di cena da mangiare non era pronto! E cacciò urla potenti quando si accorse che i calzini non erano stati ancora lavati. E che i suoi fazzoletti bianchi di stoffa non erano stati stirati. La donna in silenzio, sbuffò senza farsi vedere, alzando gli occhi al cielo. Veloce, pose rimedio a tutte le sue mancanze, sempre macilenta, sempre stanca. Il giorno dopo, Apollinaire cambiò idea. Così. Damblé. Non volle più andare. Dopo tutto il lavoro che la moglie aveva dovuto sostenere... Stressata, satura degli atteggiamenti di suo marito, si chiuse in camera, preparò una corda su cui sparse del sapone, fece un nodo scorsoio e si impiccò al bastone delle tende. Bastone che venne via dal muro e che le finì direttamente sulla testa causandole perdita di conoscenza. Jacqueline si era salvata. Era viva. Purtroppo per lei... Le stranezze di Apollinaire continuarono: quando era a cena o a pranzo fuori - capitava di rado - A era solito sedersi con la schiena rivolta al muro. Per sicurezza... casomai qualcuno avesse provato ad ucciderlo (ma perché poi qualcuno avrebbe dovuto provare ad ucciderlo?!). Cambiava spesso idea sulle piccole cose, non sulle cose che contano, Apollinaire. Ma era un bravo pokerista. Si, lo era... Battè con la "mano del morto", due assi e due 8 di picche e fiori, Braque che restò interdetto: aveva solo una misera coppia di donne. E vinse un ricco piatto anche contro Savinio e contro Utrillo, Modì,Van Dongen e Dupuy... Un full d'assi e regine. A nulla valsero la doppia coppia al Jack e Sette di Modì... o il colore di picche di Dupuy. Neanche la scala (7 - 8 - 9 - 10 - J) di Van Dogen potè qualcosa contro la mano di Apollinaire. Per non parlare del bluff di Utrillo! Nessuno sembrava riuscire a batterlo e lo stesso Picasso, si era spesso ritrovato a rifiutare di giocare con lui, iracondo e senza pace. Smise di dipingere, Pablo, per questo. Era diventata la sua ossessione: battere al poker Apollinaire. Vedeva la tela, la mattina... prendeva i colori, la tavolozza, i pennelli... ma la tela restava bianca. Nuda. Spoglia. Quanta rabbia... Quanto nervosismo. E quante tele distrutte, accoltellate, trafitte, tagliate. Scopate. Prese a calci, violentate, mangiate, imbrattate da secchiate di vernice. Per sfregio. Per ira. Doveva riuscirci. Doveva battere Apollinaire, quel pazzo di un francese. Ne andava della sua dignità di pokerista, di pittore, d'uomo. E soprattutto ne andava della sua salute mentale. E del suo portafoglio, non ultimo. Era un rischio. Un rischio che Picasso sentiva di dover correre. Organizzò tutto, sin nei minimi dettagli. Nelle minime pieghe. Sarebbero stati in quattro: lui, Apollinaire, Rousseau e Marie Laurencin. Una donna con cinque carte in mano. La partita fu rovinata e da qui, la celebre battuta, ripresa poi in "Un tram che chiama desiderio": «Non si dovrebbe giocare a poker, dove ci sono donne!». Tra l'altro uno dei personaggi presenti nello scritto di Tennessee Williams ha nome Pablo. Sarà un caso. Chissà. I quattro si sedettero presto, dopo le sei di sera. Casa di Picasso aveva luci soffuse. Apollinaire fu combattuto sino all'ultimo se andare o meno... Decise in favore del si ed indossò il suo panciotto "magico", forte anche del suo "portafortuna" mistico: il tatuaggio di un asso di picche all'interno del polso destro. Arte, quella dei tatuaggi veramente antica: il primo sembra risalire al 500 a.C. addirittura... Apollinaire si sedette spalle al muro, chiavi in mano, punta del piede destro che molleggiava avanti ed indietro sotto al tavolo, sempre più velocemente. Di fronte a lui Picasso, a destra Marie e a sinistra Rousseau. Prima mano: Apollinaire servito con due bei Jack, un asso un tre ed un sette. Rousseau lascia - con due donne, cinque, due e quattro (scemo 'sto Rousseau!) -. Picasso ha due assi. Due, assi. Ha già vinto, nella sua testa. Il resto non conta, per lui. Che testa di Picasso! Il resto della sua prima mano sono un Jack, una donna e un dieci. Potrebbe scartare l'asso e rischiare, aspettando un Re... ma Picasso aveva sempre odiato i Re. Scartò il resto, tenne gli assi: "Un cazzo di poker... Un cazzo di poker d'assi!". Un drink. Alcol. Marie uscì e lasciò la mano. Borbottò un pochino, incrociò le braccia ed evitò di guardare i presenti in voltò, come fosse offesa, corredando tutto da un broncio che precorreva quello celebre della Canalis. Che Apollinaire pensò: "Ammazza che palle... questa già 'sta a rosicà alla prima mano!". Pot sul piatto. Picasso e Apollinaire si sfidano, non si scollano gli occhi di dosso. C'è tensione. C'è odor di sudore stantio. E di alcol. Di tequila e di bum bum. Di anatra all'arancia. E di birra. Di vino francese e di sambuca, di pout purry scaduto e di lavanda. Uno schifo. Rousseau si tolse le scarpe e peggiorò la situazione. Piedi francesi. Voilà. Pescano carte, puntano, pescano carte, bestemmiano sotto voce. Quattro volte di seguito. La tensione è alle stelle: sono immersi nel sudore di Picasso e di Apollinaire. I due, denti serrati ed in bella mostra si fissano intensamente. Picasso rilancia di 100 - in tasca ha solo 200. Apollinaire guarda le sue carte cercando di non mostrare nessuna emozione: scopre il polso e bacia l'asso come fosse la sua Jacqueline. Inspira e chiude gli occhi. Torna a guardare le carte. Sono sempre le stesse... Due Jack, due donne ed un asso. Doppia coppia. Ma non basta. Lo sa già... Picasso non è uno degli sprovveduti che poteva incontrare al café de la rue o nei sottoscala polverosi della Parigi maledettamente povera... Un'ultima chance. Vede i cento di Picasso e scarta l'asso. Picasso se la ride sotto i baffi: due assi, tre sette. Non è la mano che voleva. No. Decisamente... Ma avrebbe battuto il grande Apollinaire. Lo avrebbe spellato. I due si fanno prendere la mano: rilanciano sino ad esaurire i soldi in loro possesso. Tutto sul piatto... Rousseau e Marie sono increduli e sudano per loro. Una sauna. Casa di Picasso era una sauna... Apollinaire pesca la sua carta. Non ha il coraggio di alzarla, di guardarla. Vita o morte? Vittoria o sconfitta? «Fine dei giochi amico mio... la scopri tu o lo faccio io?» ghigna Picasso. «Ci penso io.» stizzoso, Apollinaire. Un Jack. Sperava in una donna ed invece ecco lì, sul tavolo, a poca distanza dal piatto... un fottuto Jack. Batterà il punto di Pablo? Ci riuscirà? Picasso ringhia e sbava, occhi su Apollinaire, sul piatto e sulle carte tenute in mano dall'amico. La tensione sale: sembra che i quattro debbano cadere in preda alle convulsioni da un momento all'altro. Picasso scoppia a ridere sardonico, sguardo al cielo. "Ecco... lo sapevo che era pazzo!" pensa Rousseau. Marie si alza di scatto, mani sul petto incrociate, sguardo, corrucciato, sul piatto. Sbatte le cinque carte scoperte sul tavolo, vittorioso, tronfio, secco, Picasso. «Prima mano... Alla prima mano, Apollinaire... Ti ho battuto alla prima mano!!!» e scoppia a ridere sempre più fragorosamente, Pablo. Allunga le mani per fare suo il malloppo ma Apollinaire lo ferma secco. I due si guardano negli occhi: Picasso è sorpreso, immobile con le mani sul piatto. A scuote la testa lentamente. Picasso ritira le mani, indietreggiando il busto. Tre Jack e due donne. Full. Un full molto più potente del suo. Picasso è in mutande. Apollinaire ha vinto. Picasso quella sera tenterà il suicidio: proverà, con una corda insaponata, ad impiccarsi al bastone della tenda. Ma il bastone si staccherà e gli romperà la testa, salvandogli la vita. Quel bastone, come quello appeso a casa di Apollinaire, l'aveva montato Apollinaire stesso.

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