scrivi

Una storia di Nightafter

Il sogno dell’odio – Pt.1

Nella luce il sangue era nero come il buio

Pubblicato il 23 febbraio 2018 in Horror

0

La casa aveva le pareti dipinte di nero, anche il soffitto lo era.

Nella casa non entrava il sole, alcune finestre erano sbarrate, altre murate.

Lui non sapeva il nome di quel colore, aveva solo quattro anni e nessuno gli aveva parlato dei colori, ma ne conosceva la natura: era quella del buio.

Il buio e il silenzio riempivano la casa vuota e la sua mente quando chiudeva gli occhi per sfuggire alla paura, o per nascondersi nel sonno, dove tovava un mondo che gli piaceva.

Nel sonno non c'era paura né si provava il dolore, il sonno era una cosa buona, era il bene.

Una lampadina rossa, appesa a un filo in centro al soffitto, certe volte faceva cessare il buio, questo avveniva solo quando mamma era a casa: a lui non piacevano quella luce e sua madre.

Senza luce non si vedevano quei simboli sulle pareti di cui non capiva il significato.

Erano segni che gli creavano angoscia, perché avevano il colore nero del sangue. Nella luce il sangue era nero come il buio e usciva dal suo corpo, quando sua madre lo colpiva con cattiveria, ovunque. Sua madre gli faceva paura, sempre.

Il dolore aveva due nature: una fisica, quando sua madre o quegli uomini lo picchiavano, o facevano cose orribili sul suo corpo, ma quel male aveva un termine. Prima, quando accadeva, lui urlava e piangeva: nessuno lo sentiva, perché la casa era un rudere isolato, lontano da altre case. Ora aveva smesso di farlo, desiderava solo che tutto finisse in fretta.

L’altro dolore era più profondo, covava dentro acuto: era fatto di paura e non finiva mai, c'era sempre quando era sveglio. Nel sonno cessava, o meglio era più remoto, poteva osservarlo come qualcosa fuori dal corpo e dalla mente, non poteva cancellarlo, ma guardarlo da lontano gli procurava sollievo.

“Madre”: Questo termine indicava la donna che viveva nella casa con lui.

Lo aveva sentito da quegli uomini, sempre gli stessi, che venivano nella casa: “Tu sei la madre di quel mostro”, dicevano con disgusto.

“Figlio”: anche questo significato lo conosceva, indicava lui: “Quell'aborto dell'inferno è tuo figlio” dicevano, gli stessi uomini, poi quando avevano finito andavano via.

Lei lasciava accanto al suo giaciglio ogni mattina, prima di uscire, la scodella di zuppa densa e insapore, che non bastava alla sua fame. La donna stava fuori a lungo, non tornava prima che fosse notte, a volte non tornava per giorni. Allora la fame diveniva feroce, lo aggrediva con morsi dolorosi e lo costringeva a procurarsi altro cibo, in altro modo.

Quando la casa era deserta e restava solo nel buio e nel silenzio, allora venivano.

Li sentiva muoversi: zampettio di unghie aguzze sul pavimento delle stanze, corse rapide e furtive rasenti i muri, piccoli squittii lievi, ratti in caccia.

Occhietti rossi, punte di spillo incandescenti che scandagliavano febbrili le tenebre in esplorazione, cercavano cibo: rimasugli, avanzi di cucina abbandonati nel secchio del pattume. Erano famelici, le cantine di quelle stamberghe fatiscenti ne pullulavano, o salivano dalle rive del torrente che scorreva dietro la casa.

Quando s'immergeva in quella sorta di dormiveglia, mentre guardava il paesaggio all'interno della sua mente, nel luogo caldo e sereno in cui trovava conforto e nulla lo allarmava, i ratti venivano e lui li udiva.

Il tanfo dei loro escrementi e dell'urina stagnava nella casa, erano sempre parecchi, sapevano muoversi con circospezione, a lui non osavano avvicinarsi, non lo facevano mai.

Lo temevano, bastava un suo respiro più profondo o un movimento lieve a farli fuggire.

D' improvviso ricordò che era affamato come loro. L'essere che identificava col nome di “madre” a volte spariva per giorni, senza curarsi di lui.

Il fatto che non ci fosse lo rassicurava, non accadevano le cose che lo accecavano di dolore, lui non diventava cattivo, lei non lo puniva.

Mancava ormai da tre giorni: ora aveva fame, molta.

Era il più grosso, quello che precedeva il gruppo nell'esplorazione del territorio, il più audace, il più forte, il capobranco.

Un grosso ratto delle chiaviche: il pelo ispido e bruno, la coda lunga e coperta di scaglie, un esemplare di quasi mezzo chilo di stazza e lungo una quarantina di centimetri. Si muoveva a suo agio nel buio, la lunga coda frustava l'aria.

Come quelli della sua specie era in grado di percepire ultrasuoni e frequenze degli ultravioletti, i ratti sono metacognitivi, come avviene nei primati e nei delfini, hanno coscienza di sé.

Lui lo seguì ad occhi chiusi, lo sentì muoversi nella casa, era vivo, caldo e palpitante, poteva udire le pulsazioni del suo cuore nella frenesia della ricerca.

La sensazione di fame divenne impellente: allora iniziò a chiamarlo a sè, con un comando mentale silenzioso e ferreo.

Il ratto arrestò la sua attività, si irrigidì come inchiodato da una scossa elettrica.

Si rianimò e riluttante si diresse lentamente verso l'origine del richiamo, non poteva sottrarsi ad esso, quando fu davanti al bambino comprese di non avere scampo: il corpo avanzando lasciava una piccola scia di urina, scosso da un fremito di puro terrore.

Il bimbo allungò la piccola mano, lo cinse nel pugno, sentì le setole ispide ed il calore del corpo nella stretta, il piccolo cuore dell'animale impazziva nel parossismo dei battiti.

Denti acuminati come piccole lame trafissero la cotenna di pelo e spezzarono l'osso, staccò il capo dal corpo della bestiola con un morso secco, senti nella bocca il gusto del sangue. Sputò la testa verso un angolo della stanza, poi prese a succhiare il liquido che sprizzava a fiotti dal collo mozzato: la sensazione calda ed appagante del nutrimento gli colmò di piacere il corpo.

I sussulti ebbero termine, finalmente sazio, riprese il suo sonno immergendo lo sguardo dentro sé.

(Continua)

Nessuno ha ancora commentato, sii tu il primo!

Ottimo! Visita la libreria per gestire i tuoi magazine

×
!
La tua sessione è scaduta! Effettua di nuovo il login e spunta Ricordati di me per rimanere sempre connesso e non perdere i tuoi progressi!
Ottimo!

Controlla la tua email per reimpostare la tua password!

×