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Una storia di CuorDiPolvere

Questa storia è presente nel magazine LeFou

Il mio Deserto

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Pubblicato il 08 aprile 2018 in Avventura

Tags: Deserto StoriaBreve

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Smarrii la mia penna più preziosa, un tempo.

Ricordo ch'era inverno, perché di nascosto osservai i figli dei boschi uscire dai loro palazzi negli alberi per giocare con le foglie:a danzarono sotto le intermittenze delle stelle e sotto l'occhio vigile di un'enorme luna d'argento.

Scoprii che quella luna conserva tutti i baci del mondo; pensai alle distese siderali che passano da stella a stella, e a tutti gli Dei segreti che vivono di nascosto tra una luce e l'altra.

Mi parve di scorgere dell'oro tra i rami di un arancio.

Sospiravo spesso perché la mia penna mi mancava. Era davvero straordinaria: la percorrevano deliziosi geroglifici, era del colore delle nuvole e delle miniere quando i preziosi traboccano. Fui portato così a rincorrere i pensieri da un porto all'altro, in cerca del mio bene più caro, senza trovarlo.

Evaporai lontano da me, spinto da venti forti e leggeri; divenni nuvola e viaggiai a dorso di cielo. Poi piovve, ed io caddi.

Fu così che venni rapito dal deserto.

E d'improvviso fu tutto giallo e il sole coprì il cielo, e le ultime carovane dell'impossibile passarono all'orizzonte con stoffe preziose e rubini sottratti alle città sotto le dune.

Catturato dal deserto vagai per secoli, ed appresi -per quel poco che rimasi- l'arte dei sussurri, di cui la sabbia è maestra. Mi rivelò i suoi segreti, giacché lei sapeva i miei, e disse di averne rubati un po' al mare. Mi parlava di storie e sentieri, mi raccontava dei tempi in cui non esisteva, quando le antiche mura della città di ghiaccio si sgretolarono e divennero granelli di sole; mi parlò di ladri e fantasie, mi trascinò con pazienza fra le onde d'oro delle sue creste, e non volli più andar via.

Fui molto triste quando smise di parlare, perché mi aveva detto tutto quanto c'era da sapere. Si congedò da me quando cominciai a perdere le forze, perché aveva preso a parlare di meno, e mi sentivo stanco di cercare: come migliaia di poeti pazzi, avevo perso la ragione ed il sentiero.

Che il diavolo se lo porti, il deserto! Ero diventato un personaggio dei suoi sogni!

Una notte m'accorsi delle rovine e volli indagare: sibilava il vento tra le fredde ossa della città. Svoltai gli angoli delle strade, sfiorando con la punta delle dita la polvere dei secoli che aveva ricoperto d'oro i mattoni delle case. Tanto immensa e scura essa era che ne ebbi paura: mi parve di sentire delle parole che non mi piacquero, perché non uscivano da bocche ma de brecce fra i palazzi.

Le colonne s'alzavano troppo in alto, e le cupole che chiudevano le maestose reggie d'oro appartenevano ai giganti, non agli uomini.

Fu quando inciampai in un mucchio di macerie che tornai a casa, perché lì vi trovai la mia penna, e mi svegliai.

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