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Essenziale 2049

Milano e il 2049

Il passato nel futuro e il futuro nel presente

Pubblicato il 10 dicembre 2017 in Fantascienza

Tags: 2049 futuro Milano

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Sono appena arrivata e mi sento già stanca. Ammetto che non mi aspettavo tutto questo. Mentre cammino lungo le strade di quella che sembra essere la Milano del futuro mi sento stordita. Tutti i miei sensi vengono sbranati: suoni, luci, colori, odori, un miscuglio di stimoli che mi ferisce. Guardo il cielo in cerca di qualcosa di familiare e mi pietrifico: il cielo non esiste più! Al suo posto c’è una specie di soffitto multimediale tappezzato di messaggi di ogni tipo. Ma è possibile che Milano ora sia una città al coperto? Ma come è possibile? Eppure sembra proprio sia così. D’altronde con il progressivo interesse per la comunicazione a tutti i livelli, la corsa sfrenata all’apparire per primi ovunque, la cosa non dovrebbe sorprendermi più di tanto. Mi sento svenire… ho bisogno di acqua. Scorgo una fontanella pubblica, anche quella ricoperta di annunci su ogni lato, e mando giù un paio di sorsi. Il mio stomaco non aspetta neanche un minuto e mi ripropone in gola quel liquido dal sapore strano. Ovviamente, con il progresso, anche l’inquinamento ha raggiunto un nuovo apice e il mio fisico non ha la capacità di gestire questo veleno all’avanguardia. Mi domando come farò a sopravvivere, ma scaccio il pensiero e vado avanti.

Una luce in particolare cattura la mia attenzione. Si tratta di una luce azzurrina, mista a una tinta rosso fuoco. Proviene da un bambino, anzi, circonda il bambino, come se fosse un’aura. Lo guardo e lo vedo sorridere da solo. Ora che ci penso, in questa moltitudine di persone che vanno e che vengono, chi su apparecchi elettronici e chi a piedi (ma con strane scarpe che probabilmente incorporano un marchingegno che fa camminare le persone più velocemente), è l’unico finora a cui ho visto accennare un sorriso. Decido di concentrarmi su di lui. Lo fisso e, di rimando, mi fissa pure lui. Ride. Mi guarda ancora e ride di nuovo. Ho capito che ha scoperto il mio segreto, ma non dice nulla e non ha intenzione di rivelarlo, almeno così percepisco. Gli adulti attorno a lui fortunatamente non si accorgono delle nostre occhiate d’intesa, sembrano ingarbugliati in un filo infinito di pensieri. Meglio così, almeno per me.

Continuo la mia ricerca e mi sposto piano piano. Anche l’aria ha un effetto devastante sul mio fisico e mi rende molto fiacca. Ma sono qui per un motivo e cerco di farmi forza. Vago da una strada all’altra, cercando di ricordarmi dove si trova esattamente la mia meta. Certo che non è facile, sono passati anni e saranno cambiate un sacco di cose. Poi, all’improvviso, mi ricordo: vedo da lontano le guglie del Duomo e tutto mi torna alla mente: papà che si trova sul tetto del Duomo in una gelida notte d’inverno e che sembra volersi gettare, ma ancora esita. Mia madre, i miei fratelli e io che lo guardiamo da sotto, con il cuore in gola… e il resto è storia. Devo assolutamente tornare sul tetto del Duomo, lo DEVO fare. Sarà tutto diverso sul tetto ora, speriamo si possa ancora andare lassù. Sempre lentamente (faccio fatica a respirare quest’aria) raggiungo la Galleria Vittorio Emanuele, o quello che ne rimane. Ora sembra una discoteca: anche qui ci sono messaggi multimediali in ogni angolo, sul soffitto, di fianco alle insegne dei negozi e anche sul pavimento. Che peccato che abbiano coperto il bellissimo pavimento originale. Ma ora non posso soffermarmi a pensare a questi dettagli, non ora che sono così vicina alla mia meta. Il tetto del Duomo si può ancora raggiungere, anche se con un po’ di difficoltà. Ora che sto per arrivarci sento il mio cuore pulsare nel petto, sempre più veloce, sempre più forte. Eccolo lì l’angolo dove tutto è iniziato e dove tutto è finito. La mia ricerca è quasi conclusa e dopo tutti questi anni scoprirò la verità di quel giorno. Guardo dentro la fessura ancora presente di fianco alla guglia e scorgo qualcosa… tutto si ferma, tutto si spegne dentro di me. Ora posso finalmente dare un senso ai fatti di quel giorno…

Mi ci vuole un po’ per riprendermi dopo essere stata inghiottita da un delirio di emozioni. Ora so e posso andare avanti, ma prima devo cercare di non farmi prendere. Finora sono stata fortunata, ma sono sempre più debole. Solo ora mi accorgo che la pavimentazione della piazza del Duomo è un enorme maxischermo che continua a rimandare immagini e suoni senza sosta. Ero così presa da me stessa che ho chiuso fuori tutto ciò che avevo attorno. Cercherò di tornare alla porta della città il prima possibile, cercando di non destare l’attenzione di nessuno. Mi sento così debole, mi sento così sfiancata, mi sento così… no, non posso perdere i sensi! Mi scopriranno! Mi lascio andare solo un attimo, dai, solo un attimo… Mentre sto per chiudere gli occhi mi accorgo che due umanoidi stanno venendo verso di me. Oh no, mi hanno scoperta! Che ne faranno di me?! Aiuto, qualcuno mi aiuti! Ho paura!

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Mi sveglio di soprassalto, col cuore in gola. Penso di aver lanciato un urlo nel sonno, perché vedo mio padre entrare in camera con lo sguardo preoccupato.

- Che succede, Giorgia? Perché hai urlato?

- Niente, papà, ho solo fatto un sogno terribile. Ho sognato che ero nell’anno 2049 e che ero un uccellino che cercava di capire cosa fosse successo a suo padre. Noi animali eravamo stati internati in una specie di grande zoo molto lontano dalla città ma io dopo anni ero riuscita a scappare e a raggiungere l’ultimo posto in cui avevo visto mio padre. Milano era una città chiusa e io ero riuscita a entrare attraverso una feritoia nell’involucro che la ricopriva. Le persone erano tutte come zombi, guardavano avanti senza capire nulla. Praticamente non erano più umani. Tranne i bambini, i bambini erano gli unici umani rimasti e infatti uno di loro capiva che non ero un uccello-robot, ma un uccello vero. Ovviamente gli altri animali erano tutti dei robot, dato gli animali veri erano stati uccisi, poiché tutto ciò che era puro doveva essere eliminato. Per i bambini non c’era questo pericolo, perché si sapeva che col passare del tempo sarebbero stati travolti da un turbinio di pensieri senza sosta e sarebbero diventati zombi pure loro.

- Bella questa anteprima del futuro. E dimmi, a Milano c’erano ancora quelle code pazzesche la mattina per andare al lavoro in macchina o le metropolitane piene fino all’inverosimile all’ora di punta? No, perché è l’incubo per vivrò io tra poco…

- No no, niente macchine e niente metropolitane. Molti avevano il proprio mezzo elettronico per spostarsi, tipo uno skate, mentre altri avevano le scarpe che correvano per loro.

- Non male! E il lavoro? Le fabbriche? Gli uffici?

-Le fabbriche c’erano ancora ma i lavoratori umanoidi erano pochissimi. Gli uffici non esistevano, dato che ognuno poteva lavorare dal proprio computer, che in realtà era grande poco più di uno smartphone e facevi tutto con la voce.

- Quindi non c’era gente per le strade e non c’era confusione?

- Eccome se c’era gente per le strade! I negozi erano aperti 24 ore su 24 e la gente era costantemente in giro a comprare.

- Insomma, questo futuro che hai sognato non è che mi faccia impazzire…

- Già, nemmeno a me.

- Ma poi hai scoperto che cosa era successo a tuo padre-uccello?

- Sì. Praticamente qualche minuto prima che la città venisse chiusa mio padre si trovava sul tetto del Duomo con un’ala ferita e noi lo guardavamo da giù in attesa che provasse a volare fino a noi per scappare tutti insieme. Ma lui esitava e non capivamo il perché. Quando finalmente tornai sul tetto del Duomo dopo diversi anni e guardai dentro quella fessura capii il perché: non voleva andarsene senza il cibo che aveva nascosto lì per noi. Tentava di prenderlo col becco ma con l’ala ferita probabilmente non riusciva a rimanere in equilibrio e quindi continuava a provarci. L’ultimo ricordo che avevo di mia padre era di lui su quel tetto che ci guardava disperato, prima che uno degli ultimi semi-umani lo catturasse e lo portasse via. Noi fummo più fortunati, perché venimmo rinchiusi in quella struttura lontana dalla città, mentre la maggior parte degli animali venne uccisa.

- Ma che storia triste. E che immagine: un padre che fa di tutto per la sua famiglia, anche a costo di perdere la vita. Un padre non umano, un animale. Mentre l’umano lo uccide. Certo che fa riflettere.

- Fa riflettere davvero. Però ora cerco di scrollarmi di dosso questo sogno perché mi ha messo un’angoscia pazzesca. Vado a scuola, così non ci penso.

- E speriamo di rimanere tutti più umani!

- Speriamo, papà, speriamo…

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