scrivi

Una storia di LaBaudelaire

1

La promessa del Capitano

Parte II

Pubblicato il 13 aprile 2017

-Ma che faj 'cca basc? (Che ci fai qua giù?*)

Filumena non credette alle sue parole fino a quando non decise di affacciarsi al balcone per vedere con i suoi occhi il cadavere del prete sotto la sua finestra. Chiamò la polizia. Solo quando sentì le sirene si decise a scendere per andare incontro a Giuseppe, arrivando al portone con indosso il pigiama. Inizialmente anche sua madre scese, ma troppo impressionata dal corpo a terra tornò immediatamente sopra.

-Stev cammenan ... nun tenev suonn e agg penzat ca si me ne iev cammenan me stancav pe me ne 'i a durmì ... (Stavo camminando ... non avevo sonno e ho pensato che passeggiando mi sarei stancato per potermi addormentare),

-Sì, fin'a 'cca? (Sì, ma fino a casa mia?),- ... Comunque ... Agg' vist a stu prèvete 'nmiez a via, e notte ... crireme ca te foss fermat pure tu. ( ... Comunque ... Ho visto questo prete in strada, di notte ... credimi che ti saresti fermata anche tu*).

-Penz pop che sì. Ma pecché stiv cammenan 'nmiez a via e notte? (Credo proprio di sì. Ma perché stavi passeggiando per strada di notte?*).

Giuseppe era troppo scosso per parlarle. Se non altro le stava parlando. L'aveva rivista.

Certo, si era immaginato un incontro molto più cinematografico, completamente diverso. Il cielo si stava schiarendo. Stava sorgendo il sole.

Le luci delle volanti della Polizia illuminavano la strada. Qualche casa, già sveglia a quell'ora, si affacciò per osservare la scena. In breve, la strada divenne un teatro a cielo aperto.

-Signorina Filumè! Ma ch'è stat? (Signorina Filumena, che cosa è successo?*)Una donna, sporgendosi da una finestra del palazzo accanto, chiamò a gran voce Filumena che vedendola la salutò e la rispose: -Signora Michelina hanno sparato a un prete.

-A un prete?!

Scandì la donna, incredula. -E, l'hann sparat. L'ha truvat marìteme Giusepp. (Sì, gli hanno sparato. L'ha trovato mio marito Giuseppe*).

Lui la guardò, sorpreso che lo vedesse ancora come suo marito. Forse l'aveva detto per abitudine. Forse non voleva che si spargessero pettegolezzi nel vicolo (di cui la signora Michelina era avida ricercatrice), o semplicemente Giuseppe si stava facendo troppe domande.

-Song ancor marìtet'?Le domandò in modo che lo sentisse soltanto lei.

Filumena non rispose.

Giuseppe non ebbe modo di replicare che un poliziotto si avvicinò a lui.

-E' lei che ha trovato il corpo? Gli chiese l'agente.

-Sì. Ho visto anche che lo sparavano. Un signore stava dall'altro lato del vicolo, ha cacciato una pistola e gli ha sparato. Io mi sono nascosto là dietro, vicino alla macchina. Dopo gli spari non ho visto più nessuno ... ho bussato a ... mia moglie e le ho chiesto di chiamare i soccorsi. -Lei abita qui?

Disse l'agente.

-No, questa è casa di mia suocera. Io stavo ... passeggiando ... insonnia.

La sua affermazione incuriosì il poliziotto. -Le capita spesso di passeggiare di notte?

-Veramente è la prima volta che mi capita ... state sicuro che è anche l'ultima. -Bravo, stateve à casa la prossima volta.

Filumena non aveva il coraggio di guardare il corpo della vittima, coperto da un telo bianco, circondato da poliziotti intenti ad analizzare la scena del crimine.

Giuseppe non vi badava.

Avrebbe baciato Filumena in quel preciso momento. Sotto il portone, come i ragazzini, dimenticandosi del cadavere, della Polizia e di donna Michelina. Quanto le mancavano le sue labbra. Aveva proprio bisogno di un bacio.

Filumena si stringeva nelle braccia, infreddolita dall'aria mattutina, e quando Giuseppe se ne accorse si sbottonò la felpa per dargliela: non appena l'aprì l'umidità lo avvolse come una tenaglia, rizzandogli i peli sulla schiena. Solo allora si ricordò di essere sceso in cannottiera.

-No, e ti muori di freddo così.

Disse lei fermando il gesto premuroso.

-Allora torna sopra. Ti stai congelando.

Le disse. A malincuore. Lei sembrò esitare.

-E tu che fai?

-Mo vedo che succede qua ... poi vado a casa. Erano imbarazzati, loro che si conoscevano perfettamente, l'uno sapeva tutto dell'altra, in quel momento non sapevano che fare o che dirsi.

Filumena prese il cellulare dalla tasca e guardò lo schermo per leggere l'orario: erano le cinque e mezza, quasi meno venti.

-Domani devo andare a lavorare.

Disse lei, riponendo l'oggetto.

-Vai a dormire, non ti preoccupare.

Rispose lui, carezzandola. -... Vuoi salire? Gli chiese. Giuseppe non seppe cosa rispondere.

-... No, è meglio che vado a casa, appena questi mi liberano.

-Non devi lavorare anche tu?

-No ... mi sono preso dei giorni di permesso ...

Filumena fece una smorfia. Giuseppe la interpretò alla perfezione.

"I giorni di permesso? E pecché? E c'adda fa? Quann stéveme a casa nun'se pigliav mai".(Giorni di permesso? Perché? Che deve fare? Quando stavamo a casa non se li prendeva mai*)

Si salutarono con un bacio sulla guancia.

Restarono d'accordo che si sarebbero richiamati il pomeriggio seguente. Era già una cosa.

Quando Filumena richiuse il portone Giuseppe si avvicinò alla pattuglia, impegnata nelle ricerche di indizi per ricostruire il delitto. Il polizziotto di prima, vedendolo avvicinarsi, ne approfittò per porgergli altre domande: -Potete ripetermi il vostro nome? -Non ve l'avevo detto ... Giuseppe Sanmartino.

-Allora, rispiegatemi la scena. Giuseppe si strofinò gli occhi, finalmente preda del sonno, e iniziò a raccontare.

-Sono arrivato qui venendo da piazza San Domenico, appena ho imboccato la strada ho visto questo prete che scendeva nel senso opposto al mio. Ha iniziato a camminare velocemente verso di me per poi cadere a terra, e quando ho cercato di aiutarlo ho visto un altro uomo arrivare dallo stesso punto di lui ... del prete insomma. Questo ha cacciato una pistola e gli ha sparato. Ma non ho sentito la botta ... credo avesse un silenziatore o qualcosa del genere.

-Ha visto quest'uomo in faccia? Ha visto com'era fatto?

-No, non si è avvicinato troppo. Gli ho perfino chiesto di aiutarmi ... poi quando ho visto la pistola mi sono nascosto ... -Ha detto di aver visto che la pistola aveva il silenziatore.

-No, non è che l'ho visto ... l'ho pensato. Cioé, non ho sentito gli spari ... Nun vo sacc spiegà. (Non ve lo so spiegare*)-Vi ho capito. Conoscete la vittima?

Giuseppe voleva solo andare a dormire. Ci voleva un omicidio per abbatterlo.

-No, non ho proprio idea di chi sia.

-Sa se era una persona del quartiere?

Il fetore che emanava il cadavere era nauseante, e la stanchezza acuiva terribilmente la percezione olfattiva di Giuseppe, tanto che stava per esplodergli un forte emicrania.

-Non saprei ... Lo sente anche lei st'addore e ov? (questo odore di uovo*)

Il poliziotto non rispose. Proseguì con l'interrogatorio.

-Che ci faceva in questa stradina a quest'ora?

-Gliel'ho detto, qua c'è casa di mia suocera ... dove vive mia moglie.

Il poliziotto guardò verso la finestra.

-E sua moglie sta a casa della mamma?

Giuseppe aggrottò la fronte, infastidito dal tono canzonatorio. -Chest che c'appiz cu l'indagine? (Questo cosa c'entra con l'indagine?*)

-Semplice curiosità. Non mi fraintendete.

-E allora ... non mi fraintendete ... facìteve e fatt vuost. (Fatevi gli affari vostri*)

Il poliziotto si impostò. -Signor Sanmartino, voi potete anche esservi inventato tutto pé chell che sacc (per quel che so*). Siete l'unico testimone oculare dell'omicidio, quindi badate bene a quel che dite ... che gira e rigira potete finire per essere un sospettato.

Giuseppe si ammutolì. Ci mancava solo la Polizia quella sera a levargli il sonno.

Lo congedarono, chiedendogli di restare disponibile per ulteriori domande.

Giuseppe tornò sui suoi passi.

Il cielo sopra Napoli stava accendendosi di un azzurro ceruleo, e mentre percorreva a passi pesanti via San Biagio Dei Librai i lampioni di colpo si spensero, tutti nello stesso momento, lasciando che la luce di un nuovo giorno illuminasse le strade pietrose del centro storico.Arrivato a casa, stanco morto, Giuseppe si liberò delle scarpe fradice d'acqua di mare, levandosele all'ingresso, si sfilò il pantalone e la felpa e si infilò sotto le lenzuola, crollando in un sonno profondo in pochi minuti.

Per un attimo ebbe il timore che i pensieri e la mancanza di Filumena l'avrebbero tormentato un altra volta, ma si costrinse a non pensarci, come se il suo cervello glielo comandasse categoricamente: "Peppe bell ro frat -gli diceva- teng suonn pur ij" (Giuseppe, amico mio, ho sonno anche io*).Dormì tutto d'un fiato fino alle tre del pomeriggio seguente. Fu un sonno senza sogni.

Venne svegliato dal chiasso delle auto in strada.

Il sole filtrava dalla persiana abbassata.

Cercò il cellulare. Sperò che Filumena gli avesse scritto o che l'avesse cercato: niente.

Era stata una notte sconvolgente.

Solo in quel momento ci pensò: avrebbe potuto morire. Se quel tizio avesse premuto il grilletto un attimo prima l'avrebbe colpito di sicuro, senza lasciare testimoni.

Non aveva visto che Giuseppe si era nascosto? Perché non ucciderlo?

Forse si era trovato in un pareggio di conti criminali, quindi non era importante perché il bersaglio era ben preciso, e Giuseppe non centrava nulla.

Ma non riusciva a dimenticare la faccia sfigurata di quell'uomo e il terribile lezzo che emanava il suo corpo: sentiva ancora nel naso quel tanfo di uova marce, tanto che gli sembrava di avercelo addosso. Disgustato, la prima cosa che fece appena uscito dal letto fu una lunga doccia.

Quando si sedette a tavola per mangiare qualcosa, per costrizione più che per fame, tenne il cellulare tra le mani per buona mezz'ora: aspettava che Filumena lo chiamasse o lo contattasse.

Vide a che ora era registrato il suo ultimo accesso: alle 9:30.

Forse era ancora al lavoro. Lavorava in un'agenzia immobiliare a via Salvator Rosa.

Avrebbe aspettato. Del resto, cosa le avrebbe detto non lo sapeva nemmeno lui. Non era neanche felice all'idea di parlare per telefono. Voleva vederla. Guardò di nuovo l'orario: erano le quattro e venti del pomeriggio.

Doveva uscire, fare qualcosa, oppure l'attesa l'avrebbe ucciso.

Aveva bisogno di parlare con qualcuno, per schiarirsi le idee.

Doveva raccontare a qualcuno di quello che era successo, qualcuno di cui lui si fidava e che gli avrebbe dato un giudizio chiaro ed oggettivo.

C'era solo una persona che poteva aiutarlo in quel momento.

Sperava che non fosse andato via prima quel giorno.

Giuseppe lavorava agli archivi della Biblioteca Nazionale di Napoli.

Era il classico topo di biblioteca, o forse anni prima era felice di esserlo, ma in quei giorni stava rintanato fra quattro mura non per il piacere della lettura.

Tutti i libri erano diventati bianchi, ogni parola aveva perso il suo significato, e la più straordinaria delle avventure gli sembrava una colossale perdita di tempo. Giuseppe stava soffrendo. Questa è la verità.

Ma non lo avrebbe mai ammesso. Aveva un orgoglio da difendere.

Scorse tra i contatti del cellulare e pigiò s'un nome. Mise il vivavoce e attese. Dopo due squilli rispose una voce allegra.

-Giuseppe carissimo, che piacere sentirti.

-Professore, buona sera. Vi disturbo?

Cercò di sembrare allegro, o per lo meno ancora vivo.

-No, figurati. Sono a tua disposizione, dimmi pure. E' da qualche giorno che non ti vedo. Tutto bene? C'amma preoccupà? (Dobbiamo preoccuparci?*)

Giuseppe non aveva detto della sua separazione.

Aveva solo chiesto di stare a casa per problemi personali. Era più di una settimana che non andava a lavorare. L'idea di dover fingere di star bene lo attanagliava, solo all'idea aveva la nausea.

-No, professore, non vi preoccupate. Anzi, mo volevo passare e mi chiedevo se c'eravate ... volevo chiedervi un parere su una certa questione.

Fece vago.

-Come no, sto ancora qua. Vieni quando vuoi, io ti aspetto, va bene?

-Va bene. Grazie professò. Allora a tra poco, arrivederci.

Il professore De Crescenzo era il curatore della Biblioteca Nazionale.

Era un uomo di grande saggezza e cultura. Giuseppe lo stimava molto.

Era un uomo solare, ben voluto, e quando era perso nei suoi dilemmi esistenziali Giuseppe gli faceva visita, chiedendogli le cose più disperate, dal senso della vita allo sposare Filumena.

Quel giorno De Crescenzo era la custodia della serenità mentale di Giuseppe, che si incamminava verso il palazzo Reale pensando il modo migliore di chiedere al professor De Crescenzo come mai un prete, maleodorante e sfregiato, era stato sparato da un uomo misterioso, nel cuore della notte, sotto casa di sua moglie?

Inizia a far sentire la tua voce attraverso le tue storie. Iscriviti, è gratis.

Nessuno ha ancora commentato, sii tu il primo!

!
La tua sessione è scaduta! Effettua di nuovo il login e spunta Ricordati di me per rimanere sempre connesso e non perdere i tuoi progressi!
Ottimo!

Controlla la tua email per reimpostare la tua password!

×

Ops, c'è stato un errore. Riprova più tardi.

×

Sicuro che sia questa l'email?

×

Email non valida

×