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Una storia di Veronica.busky

1

Griselda.

non è fatta per l'amore

Pubblicato il 24 agosto 2015

Come il ghiaccio muore, senza il freddo;

Come le nuvole tacciono, senza il vento;

Come il tramonto rabbuia, senza il sole;

Così la bellezza si perde, se non la si ammira.

Griselda aveva i capelli rossi, lunghissimi. Fin oltre le spalle. Contornavano un viso rotondeggiante, e piccolo; gran parte del quale era occupato dagli occhi, color nocciola. Chiari, e grandissimi. La pelle era come la crosta del pane ben cotto. E accanto al nasino, lievemente arricciato, vi erano sparse alcune lenticchie, del colore dei capelli.

Le labbra erano rosse come i frutti del ciliegio, seppur non le abbellisse, tingendole, come facevano spesso le altre donne. Nel guardarle muoversi quando parlava, esse esprimevano una allettante morbidezza, accentuata da quella lieve inclinazione degli angoli, verso il basso.

I denti, non erano bianchi, e neanche diritti. Quell’accenno di forte imperfezione sul suo viso, non faceva che completare la sua insolita bellezza.

Griselda.

Griselda abitava in un piccolo villaggio, nascosto fra i boschi, lungo il versante di una montagna, non molto alta, e affiancata da due rilievi, di gran lunga più imponenti.

Il villaggio era davvero molto piccolo. Vi abitavano in pochi, e Griselda li conosceva tutti quanti. Ma soprattutto, tutti, conoscevano Griselda.

“Griselda, la guaritrice del villaggio”

Così, si soleva chiamarla. Difatti ella, aveva quella difficile, delicata, e preziosa arte, di saper far del bene, attraverso le sue cure.

Chi era Griselda dunque? Una maga? Qualcosa di simile.

I suoi genitori, erano morti, quando ella era ad un’età che non poteva lasciarle ricordi. Era stata cresciuta dall’anziana e buona nonna, la quale le aveva insegnato l’arte di saper guarire. Conosceva il potere delle erbe, dei fiori, della Natura. Quanti libri avevano letto insieme su queste cose! Su quei libri, Griselda aveva imparato a leggere, e molti, li aveva anche mandati a memoria.

Quando rimase sola, Griselda continuò a fare ciò che sempre avevano fatto insieme.

Ma decise di lasciare la casa in cui era cresciuta, ormai troppo grande per lei.

Si era dunque spostata, in una piccola grotta, incastonata su di una roccia di colore chiaro. Era davvero piccola, così tanto che era difficoltoso starci in piedi. Vi aveva portato tutti i libri.

Così tanti da riempire ogni angolo. Sparsi ovunque.

Si poteva trovarli all’interno del mucchio di paglia su cui dormiva, dentro le pentole, sopra le mensole, tra i suoi vestiti. Ovunque. Roccia, e libri.

E così, era diventata “Griselda la guaritrice”.

Ella inoltre sapeva cucinare, e cucire, e ogni inverno comperava moltissima lana, per produrre coperte colorate, che poi vendeva agli altri abitanti.

Aveva imparato tutte queste cose solamente dai libri, e dalla nonna, eppure, sapeva farle tremendamente bene.

Al villaggio tutti le volevano bene, eppure era sempre sola. Riceveva visite unicamente da coloro che avevano bisogno delle sue cure. Non che le pesasse, le piaceva aiutare. E poi, era abituata ad esser sola, lei che lo era sempre stata.

Spesso, coloro che andavano da lei, si dilungavano in lunghi racconti sulle loro vite, problemi, speranze.

Lo facevano perché Griselda lo permetteva, nel modo più semplice in cui si può farlo: il silenzio.

Parlava poco, sorrideva, e Ascoltava.

Poche parole, pochi consigli, poiché sapeva che il sollievo più grande era il solo parlarne.

Aveva pochi abiti, e simili. Lunghe tuniche solitamente scure: grigie, blu, o violacee. Dalle maniche larghe, e non più lunghi che le caviglie, in modo tale che non toccassero in terra. Spesso erano rattoppati, oppure strappati. D’inverno soleva indossarvi sopra alcune delle grandi coperte colorate che cuciva lei stessa.

Ai piedi aveva sempre le solite scarpe di stoffa, dalla suola in legno, legate con una corda, attorno alle caviglie. Rosso scuro.

Spesso teneva i capelli avvolti all’interno di un velo, in modo tale che fosse più difficile riconoscerla, soprattutto se doveva uscire dal villaggio. Non le piaceva, dare nell’occhio.

Camminava zoppicando Griselda. Non ne sapeva il motivo, semplicemente, non sapeva camminare in altro modo. Eppure, quella imperfezione, non faceva altro che renderla più Lei.

Ogni mattina si svegliava al primo sorger del sole. Quando ancora splendevano nel cielo, blu di notte, le chiare stelle, e vi era appena quel poco di luce, per poterci vedere.

Avvolgeva le spalle in una calda coperta, in modo da sconfiggere il freddo mattutino, e poi usciva.

Se ne andava dal villaggio, e attraverso le stradine tortuose, e ricoperte di ghiaia, raggiungeva i folti boschi, non molto distanti.

Non temeva il buio, o gli animali: non erano sicuramente più pericolosi, che le persone.

Per questo, preferiva che non la vedesse nessuno.

Adorava i boschi, il profumo aspro degli alberi, l’umido sapore dei fiori, bagnati di rugiada nuova.

E lì, raccoglieva tutte le erbe di cui aveva bisogno.

Quando il sole era ormai alto nel cielo, Griselda tornava alla sua grotta. Separava le erbe, le ripuliva, e le riponeva con cura negli appositi contenitori. Quelli, erano in ordine; i libri no.

Dopodiché usciva nuovamente, per recarsi al mercato del villaggio, e comperare ciò di cui aveva bisogno.

In molti la salutavano. “Ciao Griselda! Come stai oggi?”

E molti la trattenevano per qualche consiglio: su un dente dolorante, un’unghia spezzata, una lozione per render migliore la pelle,…

Griselda sorrideva dolcemente, e dava i suoi preziosi consigli. Con quella lieve modestia di chi sa, di non esser in fondo, Nessuno.

E poi, tornava a casa.

Il pomeriggio lo passava a leggere i suoi libri, preparare creme, infusi, e speciali pozioni guaritrici.

Oppure a curare qualcuno del villaggio.

Ed ogni giorno era così.

Ed ogni giorno era lo stesso.

Ed ogni giorno lei era ferma: la vita le scorreva sotto i piedi, che calzavano scarpe dalla suola di legno.

Accanto al piccolo villaggio, in cui abitava Griselda, ve ne stavano altri due. Più grandi.

Erano più in alto, ma sulla medesima montagna.

Accadde un giorno, che per ragioni forse non troppo importanti, probabilmente, questioni di confine, essi cominciarono a farsi guerra.

La gente al villaggio di Griselda, era preoccupata, venendosi a trovare, proprio a metà strada, tra l’uno e l’altro.

Griselda, non aveva paura.

Immediatamente andò presso il bosco, e raccolse moltissime erbe. Sapeva che durante la guerra, che non era rara, in quei luoghi, non sarebbe stato possibile farlo.

Lo stesso giorno, acquistò al mercato, una grande quantità di lana. D’altronde, l’inverno non era lontano.

E poi tornò nella sua grotta, iniziando a preparare tutto ciò che sarebbe potuto esser utile in un periodo di guerra, qualora, qualcuno del suo villaggio, fosse stato ferito.

Si sa che le voci girano in fretta, soprattutto se riguardano ciò che è utile. E fu così che presto la notizia di “Griselda, la brava guaritrice”, giunse anche ai villaggi vicini.

Quasi tutti i giorni, ella riceveva visite da coloro che provenivano dalle zone di guerra. Non faceva altro che bendar ferite, spalmare creme che alleviassero il dolore, e confortare, con il suo silenzio.

Essi la informavano sulle sorti della guerra, ma, tutti quanti provenivano dal villaggio che “giustamente vinceva”. Quale dei due fosse questo villaggio? Entrambi!

La guerra proseguiva ormai da più di un mese, solitamente, queste guerre di confine, non erano così lunghe, eppure quella lo era.

L’inverno era ormai alle porte, e un vento carico di freddo e pioggia soffiava forte dal cielo nero.

Era quasi sera, e Griselda stava cuocendo sul fuoco una zuppa, per scaldarsi un po’, quando sentì qualcuno bussare alla porta.

“Chi è?” Chiese.

Il vento era troppo forte, e non riuscì ad udire la voce che parlava. Sembrava esser una voce di uomo.

Un poco titubante aprì.

Era un giovane soldato, forse di appena qualche anno più di lei. Ferito sul volto. Aveva un taglio che andava dall’occhio fino a metà guancia. Il sangue, sembrava essersi appena seccato.

Teneva fra le braccia una donna, sua moglie forse. Ella aveva il viso più pallido del manto delle pecore, e sudava, seppur fosse molto freddo.

Gli occhi del giovane, caddero supplichevoli, tra le braccia di Griselda.

Erano occhi verdi, come è verde l’erba appena nata dal terreno. Intensi. Non troppo grandi. Ma l sguardo era così trepidante e sincero, che Griselda credette non esistessero altri occhi così belli.

“Vi prego… So che voi potete aiutare mia moglie! Vi prego…”

“Prego, entrate!” Rispose Griselda, sorridendo dolcemente. E chiuse la porta dietro di se.

La grotta era calda, illuminata appena da una candela, e dal fuoco per la zuppa.

Griselda invitò il soldato a posare la moglie sul suo giaciglio di paglia, sul quale distese una coperta di lana, poi lo fece sedere su di una pila di libri.

“Che cos’ha?”

“I nemici, hanno fatto irruzione nel nostro villaggio.

È stata ferita. Ha un brutto taglio, sulla gamba sinistra. Sono tre giorni che sta male. Suda. È pallida. Sta delirando”

La voce del soldato tagliava il silenzio della stanza, e lo inondava di note musicali, che si aggiungevano allo scoppiettio del fuoco.

Vi era in essa un ardore ed un trasporto così intensi, che Griselda non credeva si potesse provare tutta quell’emozione, in un solo cuore.

Abbassò il capo, e si inginocchiò accanto al letto, dove giaceva la donna.

Le tolse gli abiti e scoprì la ferita. Era un taglio profondo, avvolto in bende sporche.

Capì subito che cosa sarebbe servito, e per fortuna, era già pronto.

Tolse la zuppa dal fuoco, e scaldò dell’acqua, per pulire la ferita.

Una volta fatto, fece bere alla donna un infuso che l’avrebbe fatta addormentare, così da non sentire il dolore.

Finì di curare la ferita quando era notte fonda.

Si avvicinò al soldato, e gli mise tra le mani un barattolo al cui interno vi era una miscela del colore del muschio. “Questa deve spalmarla sulla ferita, tutti i giorni, e poi, ricoprirla con bende pulite”.

Poi, prese un altro barattolo, questa volta contenente un liquido rosso, e odorante di mirtillo “Questo invece deve berlo, serve per mandar via la febbre. Sta già bene! E presto starà meglio”

“Grazie! Grazie…”

“Griselda!”

“Griselda… Grazie Griselda”

E sussurrò quel cuore solitario: mai prima aveva sentito pronunciare il suo nome con tanto trasporto. Gli stranieri, solitamente, il nome neanche glielo chiedevano.

Nulla, più che le cure.

Il soldato era stato in silenzio. A differenza degli altri non aveva elogiato il suo villaggio, non aveva denigrato i nemici. Semplicemente, non aveva parlato.

I suoi occhi erano stati tutto il tempo incollati alla moglie, distesa sul letto. E mai, avevano perso quell’espressione di triste e preoccupata supplica, piena di trasporto.

Che cosa supplicavi soldato? La sorte, La vita; Griselda, forse…

“E’ tardi, per rincasare. C’è la guerra, la notte è pericolosa. Potete restare qua. Se vuoi, puoi stenderti accanto a tua moglie. Io, non dormirò…”

“Non vorrei disturbare… C’è una locanda nei dintorni?”

“Non vi accetterà a quest’ora. E poi, tua moglie deve rimanere qui, finché non si sveglierà.

Non preoccuparti. Io dovevo comunque finire di studiare quel libro là…”

Mentì, indicando un libro che conosceva a memoria.

Griselda si sedette su di una pila di libri, nel punto della caverna più lontano possibile dal soldato. Avrebbe preferito che lui si fosse disteso accanto alla moglie, e addormentato. Ma non lo fece. Non era abituata a stare a lungo con le persone. Specialmente sconosciute. Specialmente la notte.

Rimase rannicchiata nel suo angolo, con la candela accanto, cercando di affondare i pensieri, tra le pagine del libro.

Eppure talvolta gli occhi si alzavano, e celati dall’oscurità, lo guardavano. Vittime di una debole curiosità.

Era bello quel giovane.

Ma non migliore, di tanti altri. Non era la bellezza, ciò che lo rendeva così interessante. Quanto lo sguardo.

Il suo sguardo era Vero, sincero, e in quegli occhi vi era un barlume, una luce, un qualcosa, che Griselda non aveva mai visto prima.

Vi leggeva un trasporto sincero.

Mentre lo osservava, sentiva qualcosa percorrerle le braccia, come se delle formiche, vi stessero camminando. E ebbe una strana sensazione, seguita da un’immagine anche più strana: Lei, accanto a lui, ad abbracciarlo, e dirgli “Stai tranquillo. Tua moglie guarirà presto”

Che le succedeva? Non le erano mai piaciuti i contatti con le persone. Perché si immaginava ad abbracciare uno sconosciuto?

Griselda, non capiva…

Non sapeva, Griselda.

Il mattino seguente, al primo sorger del sole, la donna si svegliò.

Griselda le si avvicinò, e le chiese come si sentisse.

“Molto meglio. Come posso ringraziarti?”

“Non ce n’è bisogno” Rispose Griselda aiutandola a vestirsi.

Il soldato le osservava, seduto sulla pila di libri.

“Ho spiegato a tuo marito la crema da utilizzare per la ferita, e lo sciroppo da bere per la febbre. Vedrai, presto starai bene.”

“E speriamo che presto questa guerra ci lasci in pace…”

Griselda sorrise.

Quella donna era gentile. Sorrideva molto. Non era bella.

Piuttosto in carne, la pelle ruvida, e i capelli marroni come la corteccia degli alberi. Li teneva legati in una crocchia alta sul capo. Erano sporchi.

Eppure lasciava di sé un’immagine piacevole, soprattutto quando parlava, con quella sua calda e forte voce gentile.

Griselda l’aiutò a mettersi in piedi, il marito le andò accanto, e la fece appoggiare a lui. Nel farlo, sfiorò appena la manica della veste di Griselda, che immediatamente si ritrasse, percorsa da un brivido insolito.

Che cos’era?

La salutarono molto, chiedendo più volte come potersi ripagare. E Griselda, ripeté loro, che non ce n’era bisogno.

Li accompagnò fuori dalla porta, e rimase a guardarli che si allontanavano.

Lei, appoggiata a lui: apparivano esser una sola cosa.

Griselda tornò in casa, che le apparve stranamente Vuota.

La guerra durò ancora per pochi giorni, poi, finalmente, finì.

E le cose cominciarono a tornare alla normalità.

Gli stranieri smisero di andare da Griselda.

Tutto era di nuovo uguale.

Eppure, tutto era diverso.

Dal momento in cui, Griselda aveva aperto la porta, inciampando negli occhi di un soldato, non era più riuscita a dimenticarli.

Ogni giorno, segretamente, il suo cuore sperava, senza che lei glielo chiedesse, o che se ne rendesse conto, di vederlo arrivare.

Dormiva più a lungo del solito. Spesso lo sognava, ed ogni volta, al risveglio, si sentiva vuota.

Spesso, era percorsa da brividi insoliti. Temeva, di aver la febbre, ma il suo corpo, le diceva che non era così.

Spesso, dimenticava le cose.

Spesso, persa nei suoi pensieri, non si accorgeva di non rispondere a coloro che la salutavano.

Spesso, nel buio la sua casa appariva: Vuota.

E vuota, non lo era mai stata.

Griselda continuava a ripetersi che non sapeva cosa fosse.

L’amore? E’ l’amore Griselda? Ti sei innamorata del soldato?

No. Non era l’amore.

Non poteva esser l’Amore.

Perché Griselda non era fatta, per l’amore…

Un giorno, mentre stava leggendo un libro, alla ricerca di qualcosa che alleviasse quel suo insolito e fastidioso tormento, bussarono alla porta.

Il cuore sobbalzò: le parve fosse lo stesso deciso tocco, che le sue orecchie avevano udito quella notte ventosa di qualche tempo prima.

Andò ad aprire, agitata e paonazza in viso.

E fu delusa.

Era una giovane ragazza del villaggio. Una bella fanciulla. Aveva gli occhi celesti, il viso piccolo, gli zigomi alti, e morbidi riccioli biondi, fino alle spalle.

Il sorriso, tra le labbra rosee, le colmava tutta la faccia.

Indossava un vestito bianco, e sulle spalle teneva una mantella di lana azzurra, che aveva comprato da Griselda, l’anno precedente.

“Ah, ciao Lucinda. Come posso aiutarti?”

“Ciao Griselda! Tutto bene? Sembri scocciata! Stai aspettando qualcuno?”

Griselda sorrise. Sì, sto aspettando il Mio soldato. I suoi occhi, sto aspettando i suoi occhi.

“No. Non sto aspettando nessuno!”

“Oh! Bene! Griselda, devi assolutamente aiutarmi! Sono disperata! Vedi qui?” disse indicando un angolo del suo viso. “Mi si sta riempendo la pelle di macchie! Griselda ti prego, fai qualcosa! Sai, il mio fidanzato…”

E qui volse gli occhi altrove.

Griselda le tolse la mantella dalle spalle, e la fece sedere, su di una pila di libri. “Avanti non preoccuparti. Al tuo fidanzato piacerai comunque. Sei così bella. Ma vedremo di mandarle via…”

“Al mio fidanzato piaccio, soltanto perché sono bella…”

“Ma no!”

“Oh sì Griselda! Ti dico che è così!”

“Lui ti ama!”

“Ah si? E che ne vuoi sapere tu dell’amore?”

Griselda si rabbuiò. Che ne voleva sapere lei, dell’amore?

“Scusami. Non volevo essere scortese, è che tu…”

“Hai ragione Lucinda. Io dell’amore, non ne so nulla. Dimmi, come ci si sente, quando si è innamorati?”

Chiese Griselda, che di domande non ne faceva mai.

“Quando si è innamorati, Griselda, si soffre.

Si è confusi.

Si piange”

“E allora perché, si dice sia bello?”

“Perché è una dolce illusione. Perché fa sorridere. Perché dona brividi, ed emozioni uniche…

Non so perché si dice che sia bello Griselda. Eppure lo è.

Lo è, perché senza, tutto sarebbe piatto, inutile, Vuoto.”

Vuoto.

Vuoto.

Vuoto.

Quella parola rimbombava nella sua testa. Un continuo e incalzante frastuono.

E intanto gli occhi si perdevano nella stanza. Trasportati dai pensieri.

“Tutto bene Griselda?”

“Ho paura!”

“Di cosa?”

“Ho paura di essere innamorata!”

Lucinda la guardò, con occhi interrogativi. Sembrava volerle chiedere se fosse seria. E poi scoppiò a ridere.

“Ti fa ridere?”

“Griselda, è impossibile! Di chi ti sei innamorata? Tu stai sempre da sola! E poi, tu non sei fatta per l’amore!”

“Che significa?”

“Significa che tu sei superiore a queste cose! Tu guarisci, tu ascolti! Tu sei fatta per questo! L’amore, l’amore non fa per te. E poi, ti confonderebbe! Ti distrarrebbe! Lascia perdere cara Griselda! Vivi nella tua pace! Lo hai sempre fatto no? Che ti costa, continuare a farlo?”

Griselda la osservava seria. Poi andò a prendere un barattolo contente una miscela color prugna, e ne versò un po’ in una piccola boccetta di vetro.

“Già. Credo che tu abbia ragione! Tieni, questa devi metterla ogni sera sulle tue macchie, presto andranno via”

“Grazie Griselda!” Le disse Lucinda, abbracciandola. E se ne andò.

Griselda si sentì ancora più confusa. L’aveva abbracciata. Che strano. Di solito nessuno l’abbracciava mai.

Di solito lei, non parlava mai di sé.

Che significava quell’abbraccio? Che cos’erano quelle attenzioni? Perché, si era confidata con Lucinda?

I giorni passavano, e Griselda, era sempre più confusa.

E più cercava di convincersi che Lucinda avesse ragione, più si convinceva del contrario.

E non c’era un giorno che non pensasse a lui.

E poi, con il tempo, non un ora. Non un secondo.

Lo pensava.

Sempre.

Quegli occhi. Quegli occhi lei li rivedeva tutti i giorni, tutte le notti, tutti i risvegli.

Sempre uguali. Sempre belli. Così pieni di vero sentimento.

E ogni volta, sperava di vederli arrivare, quegli occhi. Bussare alla sua porta, come quel giorno ormai lontano, ma portatori di uno sguardo per lei…

Non poteva continuare ad esser così, doveva fare qualcosa.

Un giorno, a seguito di interminabili indugi, e riflessioni, decise di andare al villaggio in cui abitava il soldato.

Voleva vederlo, di nuovo.

Voleva vederlo, senza che lui, se ne accorgesse.

Le sarebbe bastato di stare nascosta, e osservarlo. Soltanto per godere ancora qualche flebile secondo, dello sguardo dei suoi occhi.

Così, avrebbe potuto ravvivarne il ricordo. Seppur ancora così Vero…

Partì la mattina, molto presto, quando ancora nel cielo blu di notte, vi erano le chiare stelle, seppur celate dalle pesanti nuvole d’inverno.

Aveva con sé soltanto un piccolo cestino di vimini, contenente alcune bacche da mangiare durante il giorno.

Portava una veste viola, lunga, e un poco strappata sul fondo. Sulle spalle, una coperta grigia.

Il capo, avvolto in un velo, anch’esso grigio.

E ai piedi le solite scarpe di tela rossa, dalla suola di legno.

Zoppicante, si arrampicava sulle tortuose stradine di ghiaia, verso il villaggio del soldato.

Arrivò quando il sole era già alto nel cielo, e stanca si fermò a riposare all’ombra delle fronde di un grande albero.

L’aria era fredda, e vi era spruzzata qua e là, un poco di neve.

Il villaggio era grande. Le piccole e tortuose vie si districavano, intrecciate come la tela d’un ragno, tra le tante casette di pietra o di legno, dai tetti di paglia. Non era poi così diverso dal suo di villaggio, se non per le dimensioni.

Griselda, passato del tempo, si alzò, e cominciò la sua ricerca. Si nascondeva dietro gli alberi, e da lì, osservava ogni casa, sperando di trovare, quella che stava cercando.

Ormai era quasi sera. Il villaggio era grande. Troppo grande.

Temette, di non riuscire a trovarlo.

Ma ecco che vide lei: la moglie.

Sembrava dimagrita, rispetto alla volta in cui l’aveva curata. Aveva in mano una borsa colma, di cibo probabilmente, e zoppicava un poco, sulla gamba che le era stata ferita.

Chissà se avevano figli…

Griselda la seguì, da lontano, sperando che non la vedesse.

Cosa vuoi fare Griselda? Che farai ora?

Non lo sapeva.

La seguiva celata nel silenzio del suo saper essere invisibile. Ma la seguiva.

La donna, arrivò a casa.

Una casa molto piccola, di pietra, grigio scuro. Le finestre in legno erano oscurate da tende spesse. Il tetto, di paglia, era un poco rotto su di un lato. Anche uno dei muri era rotto. Segni della guerra che c’era stata.

Molti alberi la circondavano.

Folti e, amici.

Griselda si nascose tra di essi, e restò a guardare.

La donna entrò in casa.

Presto sarebbe diventato buio.

E se non fosse riuscita a vederlo?

Non era saggio restarsene lì, sola, sul far della notte.

Ma l’amore, è follia.

Rimase ad osservar la casa. E già la confortava la calda vibrazione che rilasciava quell’umile ambiente, che sapeva di Suo.

Lì, tra quelle pareti, su quel giardino, ogni giorno Lui posava i suoi piedi. Lì, d’estate, coltivava le verdure.

D’inverno, accatastava la legna.

Lì, Lui, viveva.

Griselda, guardava, e non poteva allontanare quelle insolite immagini della mente, non richieste, ma accolte, che la vedevano ad aiutarlo, che la vedevano accanto a Lui, che la vedevano parte di quel posto, di quella vita. Della Sua vita.

Perché? Perché quei pensieri?

Rumori.

Brividi.

Rumori.

Batticuore.

Rumori.

Caldo.

Rumori.

La porta d’ingresso si aprì. L’oscurità era già scesa, senza che lei, se ne fosse accorta.

Una figura si muoveva nel buio, accanto alla casa.

Alto. Bello. Seppure il buio non le permetteva di godere dello sguardo dei suoi occhi.

Lo vedeva muoversi. Distingueva le braccia muscolose, che sollevavano qualcosa da terra: legna, probabilmente.

Vedeva i suoi capelli arricciati, sporgere un poco dal capo. Più lunghi forse, rispetto a qualche tempo prima.

La mente a volte gioca ad ingrandir le emozioni, se la Ragion vuol frenar il Cuore.

E Griselda non sapeva.

Non sapeva dove fosse.

Non sapeva chi fosse.

Non sapeva che giorno fosse.

Non sapeva dove si trovasse.

Soltanto, sentiva il cuore battere.

Soltanto, percepiva vibrare la Sua vicinanza.

Soltanto, Lui.

Rientrò.

Un senso di colpa la attraversò tutta.

Non doveva essere lì.

Quell’uomo era sposato. Quell’uomo amava sua moglie. E lei, Lei non era fatta per l’amore. Lo aveva sempre saputo! Perché proprio ora, che le era più che mai necessario, non voleva capirlo?

Fuggì via. Veloce, nella notte.

Correva Griselda. Sola, Innamorata senza poterlo essere. Correva nel buio. Zoppicante, inciampava.

Inciampava sui rami, sui sassi, sulla ghiaia, e sui suoi stessi piedi, che calzavano scarpe dalla suola di legno.

La mattina Griselda si svegliò che il sole era già ben alto nel cielo. Dapprima, una strana malinconia l’avvolse.

Poi, le sovvenne alla mente l’immagine delle sue forti braccia, che sollevavano la legna.

Quelle braccia, presto le apparvero addosso alle sue spalle. Sentì il forte desiderio di toccarle, di seguire col dito, la forma dei suoi muscoli. Di sentire, che sensazione desse, la sua pelle. Come fosse. Ruvida, setosa, fredda, calda,…

Una lieve euforia, mista a momenti di malinconia, l’accompagnò per l’intera giornata.

L’aveva rivisto. E non poteva pensare ad altro, se non che rivederlo ancora.

Ma non poteva.

Ma non doveva.

Ma accadde.

Prima saltuariamente. Poi tutti i giorni.

Nessuno al villaggio, riconosceva più “Griselda la guaritrice”.

Non la si vedeva quasi mai, neanche in casa.

Era dimagrita, stanca, e aveva negli occhi quella trasognante espressione triste, che non abbandona, i cuori in affanno.

Ogni giorno, Griselda si svegliava molto presto, e andava al villaggio del suo soldato.

Si nascondeva dietro il solito albero, e stava lì, fino a sera.

Lo vedeva uscire di casa la mattina.

Con quei suoi occhi verdi, illuminati dal primo sole. Non riusciva a vederli bene, ma le bastava l’immagine della suo figura, per ricordarsi, di quel caro sguardo.

Lo vedeva tornare a casa per pranzo.

A volte sua moglie, lo attendeva sulla soglia della porta. Si abbracciavano.

Lui le carezzava i capelli.

Chissà com’era, il tocco di quella mano, fra i capelli?

A volte, Griselda, si ritrovava a passarsi lei stessa una mano fra i rossi capelli lunghi, credendo che fosse la Sua.

Ah, dannato amore! Che fa cader nell’esser così fragili, da apparir ridicoli!

Non avevano figli.

Godevano appieno del loro idillio amoroso.

E Griselda, ne rubava un poco con lo sguardo.

Quel poco che bastava, a sentirsi meno Vuota.

E con il tempo, le venne usuale, quel suo sentirsi parte di Loro. Come fossero in tre.

Un giorno, come era ormai abitudine, Griselda stava nascosta, dietro quel solito albero.

Seduta, sul suo cestino, così da non sentir il freddo della neve a contatto con la sua veste, osservava la casa.

In attesa che il suo amato uscisse.

Quella mattina non lo vide.

Solitamente, se ne era già andato di casa. Al lavoro, forse.

Eppure, non lo vide.

Cominciò a percepire una strana sensazione.

Le saliva dai piedi, lungo le gambe, fino alla pancia.

Di nuovo, sentiva come se delle formiche, le camminassero sulla pelle. Questa volta più veloci, più agitate. Ansia?

Per cosa Griselda? Per lui? O altro…

Sentì dei rumori fra gli alberi.

Svelta si alzò, e fece per andarsene.

Non voleva che nessuno la vedesse.

Troppo tardi.

Lei.

Sua moglie.

Griselda si voltò, e cominciò a fuggire. Camminando svelta.

Non sapeva dove stesse andando.

Non sapeva.

Fuggiva, e basta.

Cadde. Cadde sulla neve.

Fredda. Le bagnò i vestiti, e sentì il gelo entrarle nel corpo. Nelle ossa.

Ansimava.

La donna la raggiunse.

“Cara! Che hai? Perché sei fuggita? Forza! Ti aiuto ad alzarti!”

La donna si chinò, e la fece appoggiare su di sé. Griselda la guardava.

Gli occhi nocciola, erano grandi. Più grandi del solito. Sbarrati. Fissi. Le occupavano tutto il viso.

Illuminati dalla luce bianca che filtrava dalle nuvole, in quella fredda mattina di neve, in terre non sue.

“Vieni! Ti faccio entrare a casa!”

“No!”

“Sei tutta bagnata! Tremi! Devi scaldarti un po’!”

“No!”

“Devo ricambiarti un favore, ricordi?”

Griselda era agitata.

Il senso di colpa la pervase tutta.

Sentì le labbra, sbiadite dal freddo, tremarle.

Ma non era la neve: erano lacrime.

Ingoiò quel fardello, cercando di mandarlo più in giù della gola, così che non risalisse agli occhi.

Già lucidi, ma in un modo che le era ancora possibile, dar la colpa al vento.

“No! Io, non voglio disturbare…”

“Sono sola a casa! Mio marito è uscito molto presto per andare al lavoro. Ma credo che tu lo sappia…”

Griselda trasalì. Che significava? L’aveva forse vista?

“Devo andare...”

“Griselda, ti prego, entra.”

“Come sai il mio nome?”

“Me lo ha detto mio marito!”

Lui, lui si ricordava il suo nome. Sorrise. Stupidamente sorrise. Senza che se ne accorgesse.

La donna la guardò, senza dire nulla, e la condusse all’interno.

La casa era calda, e scura.

La luce di fuori filtrava debolmente attraverso le tende.

La donna accese un fuoco, e fece sedere Griselda su di una seggiola di legno. Poi, andò a prendere una coperta, e gliela mise addosso.

Prese una pentola, e la mise sul fuoco. “Preparo qualcosa di caldo. Un tè va bene?”

“Grazie, ma… Sì, va bene.”

Non le andava di controbattere.

Si sentiva male. Era nella casa del suo amato, con sua moglie. Sua moglie forse sapeva…

Ma ormai, non c’era nulla che potesse fare.

Se non lasciarsi inghiottire dal senso di colpa, che si insinuava nella sua pelle, attraverso il calore del fuoco, della coperta, e di attenzioni nuove. Insolite.

La donna si sedette accanto a lei. La guardava.

Gli occhi, erano buoni. Piccoli, e scuri, come due nocciole mature. La guardavano calorosamente.

Una ciocca di capelli, fuoriuscita dalla crocchia, le cadeva al centro del viso. Continuava a scostarla, ma finiva sempre lì.

“Ti senti meglio?”

“Sì. Grazie…”

“Come mai, eri così agitata?”

“Io… non dovrei essere qui!”

“Sei sempre qui!”

“Lo sai?”

“Sì”

“Come?”

“Me lo ha detto Carmela”

“Chi è?”

“Una mia amica. Mi ha detto di averti vista più volte, accanto a quell’albero, dov’eri oggi. Per questo, mi aggiravo fra gli alberi. Volevo incontrarti. Sai, ti devo un favore… C’è qualcosa che vuoi da me? Da noi…”

“Sì” Disse abbassando lo sguardo.

La donna si alzò, e andò a prendere l’acqua, per fare il tè.

Tornò poco dopo, con una tazza di terracotta, fumante. Emanava un buon odore di erbe.

Griselda vi appoggiò le mani, per farle scaldare, e tenne la tazza appoggiata al petto.

Il vapore risaliva sul suo viso, entrava nelle narici, la scaldava.

Sperava che la donna si fosse dimenticata. Che avessero parlato d’altro. Di qualcosa di inutile. Come del’ tempo…

Ma non fu così.

“Allora Griselda?” Le disse prendendole una mano. “Cosa possiamo fare per te?”

“Nulla, anzi, sono io ad essere in debito con voi. Con te…” disse, ritraendo la mano.

“E perché?”

“Vengo qua tutti i giorni. A guardare la vostra casa…”

“Non è un problema questo”

Griselda abbassò gli occhi, sospirando.

“Non posso e non voglio chiedervi niente. Ora me ne andrò, e non ci vedremo più. Lo prometto.”

“Ma non è questo ciò che voglio! Io, io sarei voluta venire a ringraziarti più di una volta, ma sai… mio marito… Lui credeva che tu preferissi non essere disturbata! Ah, perché gli ho dato retta! Sapevo che si sbagliava! Scusaci! Non volevo ci rimanessi male! Potevi bussare alla porta Griselda! Ne saremmo stati molto felici! Ti siamo così riconoscenti… Mio marito non fa altr che ripetere che fortuna ha avuto di trovare una come te, una che mi ha salvata…”

Mai nessuno, al suo villaggio, le era stato così riconoscente. Le spuntò un sorriso. Lui. Lui le era riconoscente. Lui si era preoccupato per lei. Lui, non aveva voluto disturbarla.

Lui, l’aveva capita.

Lui, era felice di averla incontrata.

Lui, pensava tutto ciò, soltanto attraverso l’amore che provava per la propria moglie…

Griselda si sentiva sempre peggio.

“Non è per questo che ero qui. Non sono abituata, ai ringraziamenti. Non mi servono…”

“Che c’è allora?”

“Davvero, non posso dirtelo. Lascia stare. Giuro che non mi vedrai più.”

Gli occhi della donna, divennero stranamente tristi. Beveva il suo tè, in silenzio.

Quel silenzio, pesava, sul cuore scosso di Griselda. Non poteva essere così dura.

La feriva, la tristezza di quegli occhi buoni.

“Come ti chiami?” chiese.

“Melissa” disse la donna sorridendo.

Il suo sorriso, così spontaneo, le alleggerì un poco il cuore.

Appariva bella.

“E tuo marito?”

“Fiordaliso”

Il nome di un fiore. Anche il nome, l’innamorava. Un nome di fiore, di natura. Un nome da amare…

Sorrise.

“E’ ora che io me ne vada…” disse alzandosi.

“Rimani. Dimmi, dimmi una cosa che posso fare per te. Dimmi perché ogni giorno vieni qua.”

“Non verrò più.”

La donna la guardava fissa negli occhi. Aveva uno sguardo insistente, sicuro, e buono. Difficile, reggere il peso di quegli occhi. Di quel cuore.

“Sono innamorata” Le parole uscirono, quasi da sole. Griselda era confusa, accaldata. Le guance avevano preso il colore dei capelli. Sì risedette, quasi cadendo sulla sedia, in balia di quell’emozione prorompente e devastante. Ansia.

Si sentiva in balia di forze maggiori.

“Questa è una cosa bella!”

“No! No! Non lo è…”

“Perché?”

“Sono innamorata della persona sbagliata!”

“Chi è?”

“Non posso dirtelo…”

“Perché?”

“Perché è sbagliato. Perché è falso. Perché tu ti arrabbieresti con me! Perché vengo qua, ogni giorno… No! Devo andare! Devo andare!”

Fece per alzarsi, ma Melissa aveva già capito. I suoi occhi furono dapprima sorpresi, poi preoccupati, poi seri, poi tristi…

“Mio marito…”

Griselda non aveva più il coraggio di dire nulla.

Era esausta.

Troppo era il dolore del cuore.

“Me ne andrò. Non mi vedrete più. Tuo marito non sa nulla. Lo guardo, soltanto… Lo…” rimase in silenzio per un po’. Melissa la guardava, come se si aspettasse di sentire altro. “Lui, neanche può immaginarlo, Lui… è Tuo. Ti ama…”

“Di questo ne sono certa. Mi fido del suo amore”

Si alzò in fretta, raccolse da terra il cestino di vimini, abbandonò la coperta che le aveva dato Melissa sulla sedia, e si buttò la sua sulle spalle. Ancora parecchio bagnata.

Poi uscì in fretta.

Melissa la seguì.

“Griselda aspetta!”

Griselda correva.

“Griselda! Fermati!”

Griselda si fermò. Voltandosi. Il viso sconvolto. I capelli spettinati dal vento, dalla corsa, dall’amore.

“Non preoccuparti Melissa, non mi vedrai più. È stato un errore. Tutto qui. Non è successo nulla. Fai finta di non avermi mai conosciuto. Addio!”

Melissa la guardava con gli occhi della tristezza più sincera che Griselda avesse mai visto.

“Griselda, io… non pensavo… mi dispiace. È che sai tu…”

“Io?”

“Tu…”

“Non sono fatta per l’amore. Lo so. Avete ragione Voi…”

E in quelle parole la voce stava per rompersi, e la tristezza inghiotti la sua Ragione.

E correvi via Griselda. Fuggivi sola. Fuggivi piangendo. Le lacrime si univano al vento.

Fuggivi da te, da lei, da Lui, e dall’Amore.

Fuggivi quel giorno. Fuggivi quell’ora. Fuggivi per sempre.

Fuggivi, correndo sui tuoi piedi, che calzavano scarpe, dalla suola di legno.

Dopo quel giorno le cose cambiarono.

Griselda non tornò più al villaggio del suo soldato. E riprese la vita di sempre.

Quella solita vita che le scorreva sotto i piedi, mentre lei stava ferma.

Ricominciò a svegliarsi presto la mattina, a raccogliere le erbe odorose dei boschi, ad andare al mercato, a cucire coperte, e curare chi nel suo villaggio, aveva bisogno di lei.

Solo una cosa era diversa. Il suo sguardo.

La tranquillità di quegli occhi grandi, e la dolcezza del suo sorriso spontaneo, erano ora velati da una pesante malinconia, che sapeva di Solitudine.

Con l’amore Griselda, aveva scoperto il Vuoto, e quel Vuoto, non l’aveva più abbandonata.

A volte, qualcuno dei suoi pazienti, le chiedeva “Che hai Griselda? Sei triste?”

Sorrideva e scuoteva il capo. “No, va tutto bene”. Ed il silenzio, non era altro che il suo rifugio.

E assieme allo scorrere dei giorni, se ne andavano i ricordi. Li allontanava, con la forza della mente, li cacciava.

Non voleva più vedere il riflesso di quel verde, non voleva più vedere quelle braccia, quella casa, quella donna…

Tutto doveva scomparire, e rimanere soltanto, un incosciente vagheggiamento di una solitaria gioventù.

Quanto tempo era trascorso? Giorni, mesi… non lo sapeva

Passava lento, piano, cadenzando ogni secondo, al ritmo con cui i ricordi svanivano.

Passò l’inverno, la neve si sciolse tutta, le nuvole, cominciarono a lasciare libero il cielo. E l’aria odorava di fiori, di foglie, di germogli, di pioggia di primavera.

Griselda passeggiava accanto alla sua grotta, cogliendo alcune radici, che crescevano in quel luogo.

Era presa dal suo lavoro, concentrava in esso ogni sua energia, in modo da non pensare.

Quando si sentì chiamare. “Griselda!”

Non si voltò neppure, probabilmente, stava impazzendo.

Più volte si era sentita chiamare dalla voce di quella donna, accorgendosi poi, di sognare soltanto.

“Griselda!”

A quel punto si voltò.

Lei era lì, in piedi, appoggiata con la schiena, alla parete della grotta in cui Griselda viveva.

Griselda la guardava, con occhi sorpresi, quasi stralunati, sconvolti.

Melissa sorrideva, incollata a quella sua dolcezza.

“Ciao Griselda! Come stai?”

Quel fare gentile, cauto, dolce, come se nulla fosse mai accaduto, placò l’animo in subbuglio di Griselda. Si sentì sollevata. Stranamente in pace. Come non le accadeva da tanto ormai.

“Sto bene. Grazie. Vuoi entrare?”

“Volentieri”

Era anche più magra. Stava bene. Gli occhi le brillavano di vivacità. Non zoppicava più. Portava una veste a fiori, leggera, e i capelli sciolti, lunghi fin oltre le spalle, e divisi esattamente a metà, al centro del capo.

Le guance colorite, e la pelle, un poco screpolata.

Griselda la fece sedere su di una pila di libri, accanto ad un tavolino di legno.

“Posso offrirti un infuso ai mirtilli? Ho anche una fetta di torta se vuoi? L’ho fatta oggi!”

“Va bene cara!”

Quindi non era in collera? Perché?

Griselda preparò l’infuso, e mise la torta in un piatto.

Poi si sedette sul letto di paglia, accanto a quel piccolo tavolo.

“E’ buonissima”

“Ti ringrazio!”

Parlarono molto, e tranquille. Come due vecchie amiche.

Parlarono di quanto freddo fosse stato l’inverno, e di che bella fosse la primavera. Griselda le mostrò le coperte che aveva cucito, e addirittura, gliene regalò una. Parlarono di erbe, e fiori, e Griselda le consigliò una crema per la sua pelle.

Parlavano con così tanta tranquillità, che quasi Griselda aveva dimenticato, di essere stata innamorata del marito della donna.

Essere stata? Non lo sapeva più…

In ogni caso, voleva scusarsi di nuovo. Non le piaceva, tornare sull’argomento, ma far finta di nulla, non avrebbe risolto la questione. L’avrebbe soltanto, allontanata…

“Melissa, scusa!”

“Per cosa?”

“Lo sai.”

“No, scusa me!”

Griselda sgranò gli occhi: quella donna non smetteva di sorprenderla.

“Sai Griselda, quando te ne sei andata via correndo da casa mia, io avrei voluto fermarti”

Si interruppe, e si alzò. Rimase in silenzio per un po’. “Sarei voluta venire prima. Ma avevo paura di peggiorare le cose. Non sono mai stata una donna coraggiosa. Non sono come te.”

E com’era lei? Era coraggiosa forse?

Griselda la guardava, rifugiandosi pensierosa nel suo abituale silenzio.

“Mi dispiace che tu sia innamorata di mio marito. Avrei voluto ricambiarti, invece… posso causarti solo sofferenze.”

“Lascia stare Melissa, è stato solo un vagheggiamento, una follia. A volte capita. Io sto bene…”

“Sei mai stata innamorata prima?”

Griselda rise, e scosse la testa, e guardò altrove. “No. Certo che no. Io non sono fatta per l’amore. Non so che cosa mi sia preso… Io, io aiuto, ascolto… L’amore, l’amore mi distrarrebbe… E basta.”

“Ma che dici?”

“La verità! Lo sappiamo entrambe no? E’ così!”

“Griselda, ti va di fare una passeggiata? Qui dentro fa caldo!”

“Certo! Volentieri!”

Uscirono. L’aria era fresca, e sapeva di pioggia e di fiori. Alcuni uccellini la riempivano del suono delle loro note.

Il tempo sembrava essersi incantato, bloccato, nell’idillio di quel paesaggio, illuminato da un debole sole, che tendeva al tramonto.

Camminarono per un po’, in silenzio. Attraverso le stradine tortuose, che conducevano fuori dal villaggio.

“Mi piace il modo in cui cammini…”

“Zoppico!”

“Ti sta bene…”

“Grazie…”

Griselda abbassò gli occhi in terra. Era incerta. Non capiva quella donna. Perché era gentile?

“Sai, io non credo esista qualcuno in queste terre, che non sia fatto per l’amore! Non conosci la natura tu? Pensaci! Gli animali, i fiori, le piante persino! Tutti! Tutti cercano l’amore! E’ parte di ogni cosa! A volte, credo che perfino gli oggetti amino! Come puoi pensare di non essere adatta all’amore?! Proprio tu! Che sei umana! Nel gioco dell’amore, gli umani riescono meglio di ogni altra creatura!”

“Non lo so Melissa. Ti ho detto. Non mi serve… L’unica volta che ho creduto di innamorarmi, l’ho fatto nel modo più sbagliato che potessi…”

“Cosa ti piaceva di lui?”

“Non credo sia educato dirtelo”

“Ma te lo sto chiedendo io!”

Griselda abbassò gli occhi. Poi, si volse a guardare le montagne che si ergevano intorno. Il cielo, stava diventando scuro. E tutto, Amava. Così, aveva detto Melissa.

“I suoi occhi” disse senza guardarla. “Il suo sguardo. Lui, aveva un trasporto, un ardore… Io… Io, sentivo la voglia di abbracciarlo, o meglio, che mi abbracciasse…”

Melissa rimase in silenzio. Camminavano piano, guardando in terra. Si alzò il vento, e fece rumore.

Quel rumore placò il peso del silenzio. Soffocante.

“Scusami, non avrei dovuto…”

“Griselda, io credo che a te mio marito non piacesse”

“Sì, credo anche io.” Disse, pensando che concluderla in quel modo fosse stata la cosa migliore.

“Tu sei stanca di essere sola! Avresti solo voluto le sue attenzioni. Tutto qui!”

Griselda guardava in terra. Era sola? Sicuramente la sua casa era Vuota.

“Non so…” disse. “Ci sono abituata. La solitudine mi calma…” Restò in silenzio, riflettendo su quelle parole.

Forse Melissa aveva ragione. Forse era più semplice, dimenticarsi ogni tanto di quella dura austerità che l’avvolgeva, e lasciar decidere al cuore, dove andare a riposare le membra stanche e Sole.

Forse…

Eppure quegli occhi, l’avevano trafitta.

“Ti va se ogni tanto usciamo insieme a passeggiare? I nostri villaggi non sono distanti!”

Un amicizia? Era questo che le stava offrendo quella donna? La sua amicizia.

Il sole era ormai sceso, e vi era debole la luce della luna, ad illuminare il cielo.

Gli occhi di Melissa brillavano del chiarore delle stelle, come se esse si specchiassero su lei. Sembravano più grandi del solito. Ridevano, come il sorriso che le riempiva il viso paffuto. E i capelli, mossi dal vento le finivano sul viso.

Tutto di lei, non era che un dono. Le stava donando qualcosa di raro, sincero, e semplice. Qualcosa che, per la prima volta, non voleva nulla in cambio.

Le stava donando l’Amicizia.

Griselda sorrise.

“Sarebbe bello…”

“Verrò a trovarti anche domani allora! Ora devo andare a casa, è già buio. Ed io non sono coraggiosa.”

“Ti accompagno!”

“Non preoccuparti!”

“Non mi fa paura il buio!”

Melissa sorrise, era felice di non restare sola nella notte.

Arrivarono al villaggio in fretta, chiacchierando allegramente.

Quella donna era diversa dagli altri del villaggio. Era diversa dall’uomo che vendeva la lana, da quello che vendeva la frutta, dalla signora che vendeva la verdura,… Era diversa da tutti. Persino da Lui, dal marito.

Quella donna non voleva nulla in cambio. Non le chiedeva consigli su tutto, non la sommergeva con i suoi problemi. Parlava con lei. Le chiedeva quali fossero i suoi fiori preferiti, che cosa sapesse cucinare, confrontavano ricette, gusti. Parlavano di qualsiasi cosa, non per utilità, ma per il piacere di farlo.

Arrivarono presto all’ingresso del villaggio.

“Allora ci vediamo domani Griselda!”

“A domani” disse lei sorridendo.

Melissa l’abbracciò, e Griselda ricambiò l’abbraccio.

Le era sembrato strano, quando, tra le prime follie di un amore proibito e inesistente, una ragazzina ingenua e impertinente, l’aveva abbracciata. Ora invece, era normale: un normale saluto tra amiche.

Da quella volta, Griselda e Melissa, cominciarono a vedersi quasi tutti i giorni. Passeggiavano ore nel pomeriggio, per le stradine tortuose che collegavano i loro villaggi. Griselda a volte, la conduceva con sé nei boschi, e le insegnava a riconoscere le erbe, spiegandole a che cosa servissero.

Parlavano molto, e quando stavano in silenzio, esso non pesava. Era pieno. Pieno dei loro pensieri amici, che non si disturbavano.

Presto, Melissa divenne indispensabile, per Griselda.

Ora, stava veramente bene.

La sua casa era meno Vuota, la sua vita, anche. Tutto era inondato dalla risata fragrante e forte di Melissa, dalle sue parole, dalle sue confidenze, da Lei.

Un’Amica. Un’amica era riuscita a dare una vera svolta al tutto. Ed ora, finalmente, il suo cuore era in pace.

Come il mare è insipido, senza il sale;

Come la terra è arsa, senza la pioggia;

Come la luna è sola, senza le stelle;

Così il cuore piange, se manca un abbraccio.

Un giorno, sul far dell’estate, quando un vento caldo rischiarava la quiete di quelle montagne, Griselda se ne stava seduta, davanti alla sua grotta, intrecciando alcuni rametti: stava costruendo un cestino da donare a Melissa, poiché le si era rotto.

Quel giorno Melissa non era passata, e neanche il giorno prima. Ma non le importava, l’indomani sarebbe andata a trovarla.

Le stelle brillavano ormai nel cielo, si stava bene fuori, anche con le vesti leggere.

“Griselda!”

Griselda sollevò i grandi occhi, e il suo viso fu rischiarato dalla luce della luna.

“Melissa! Che ci fai qui a quest’ora! Non ti aspettavo!” Disse nascondendo il cestino.

“Ho una sorpresa per te!”

Griselda si alzò in piedi, sorridendo. “Che cos’è?”

“Una festa!”

“Cosa?” disse ridendo, “Io non vado alle feste!”

“E perché?”

“Non so. Non ci sono mai andata. Troppe persone… Io…”

“Avevi mai avuto un’amica prima? Avevi mai pensato di poterti innamorare?”

“No.”

“Ecco appunto. Le cose cambiano! Tu, verrai!”

Griselda guardò in terra.

“Non so Melissa… Io…”

“Forza! Indossa il vestito più bello che hai! La festa comincerà tra poche ore. Ci saranno musica, vino e balli!”

Griselda sospirò sorridendo. Sarebbe andata.

Arrivarono che la festa era già cominciata. La piazza del villaggio era illuminata da innumerevoli fiaccole. Vi era un tavolo pieno di cibo e vino. Cantori e musici rallegravano il tutto con il suono di allegri tamburelli. La musica si spargeva nell’aria che sapeva d’ebrezza e che sapeva di vino.

Melissa salutava tutti, e presentava Griselda, che si muoveva impacciata, inciampando su se stessa.

C’era tanta gente, così tanta che era facile sparire. Confondersi. Il tutto, la faceva sentire a suo agio.

Trascorso del tempo, decise di lasciare un po’ da sola Melissa, tra la sua gente.

Andò verso il tavolo, e si versò un boccale di vino, poi si allontanò un poco dalla calca.

Melissa andò incontro a suo marito. Si abbracciarono, e si baciarono teneramente. Griselda li guardava, sorridendo dolcemente.

Erano molto belli insieme. E lei non provava più nulla. Era solamente felice, che il loro fosse amore.

Continuò a guardare la gente. I musici, intenti a suonar i loro strumenti, così allegri. Battevano i piedi al ritmo della musica.

Molti ballavano. C’erano anziani, bambini, e ragazzi.

Alcuni si rubavano baci, tra l’ebrezza e le danze.

Tutto, sembrava poter accadere.

Griselda rideva. Sola, eppure felice. Sola, eppure parte del tutto. Sola, ma sola con tutti.

Indossava un grazioso vestito, del colore dei petali di girasole. Era scollato sul petto e sulle spalle, ma aveva le maniche lunghe, e larghe. Arrivava fin sopra le caviglie, ed era trattenuto in vita da una cintura. I capelli, erano raccolti in due lunghe e spesse trecce, tra le quali aveva intrecciato alcuni nastrini, dello stesso colore del vestito.

Era bella.

E aveva ai piedi le solite scarpe, dalla suola di legno.

Il vino era finito, così andò a prenderne un altro boccale. Era buono, odoroso, e bruciava in gola.

Si sentiva leggera, come non lo era mai stata prima.

Sentiva un’energia buona partirle dalla pancia e attraversarle tutto il corpo, le braccia, le gambe, il collo, il petto, le spalle. Era completamente immersa in quell’ondata di accesa di vita.

Stava in disparte, ma non troppo. Lasciò che la musica prendesse il sopravvento, che entrasse nelle orecchie, nella mente, nell’anima. Si abbandonò ad essa, all’ebrezza della gioia, della festa, e del vino.

Cominciò a muoversi, in una specie di danza che non conosceva. Seguiva gli altri, con il suo ballare impacciato e zoppicante.

Presto, si ritrovò in mezzo alla mischia. Melissa le passò accanto ridendo, la prese per mano, e volteggiarono un poco insieme.

Poi Melissa tornò a danzare con il suo Fiordaliso. Griselda rimase in compagnia di sé stessa, a roteare sui suoi piedi, in mezzo a tutta la gente.

Ballò molto, lei, che non aveva mai danzato in tutta la sua vita. Nemmeno alle feste del suo villaggio. Forse i fatto che lì nessuno la riconoscesse, la spingeva ad esser più libera. Ad esser ciò che voleva. In fondo, lì non era “Griselda la guaritrice”. E nessuno si aspettava nulla da lei.

Ballò molto. Fino a sentirsi stanca.

Accaldata, sudata, e con i piedi doloranti per il tanto saltellare, si allontanò dalla mischia.

Prese dell’acqua e bevette. Mentre beveva, i suoi occhi furono attratti da un particolare insolito, che non aveva notato prima.

Un libro.

Era un libro dalla foderina in legno, e vi erano su delle scritte color oro. Non riusciva a leggere il titolo, e capire di che cosa si trattasse. Così si avvicinò.

Arrivò a pochi centimetri di distanza, e rimase ferma, a guardarlo.

“Tutto bene?”

“Cos…”

Due occhi.

Illuminati appena dalla luce di una fiaccola, che era proprio lì sopra.

Sembravano scuri, marroni forse. Grandi. Quasi più grandi dei suoi.

Li contornavano ciglia arricciate, che donavano una nota di infinita dolcezza.

Li abbellivano un’espressione divertita, sincera, giocosa.

Due occhi.

Li portava in viso un ragazzo piuttosto giovane. Bellissimo.

“Scusami. Io…”

Il libro non esisteva più.

La musica si era spenta.

La gente era sparita.

La festa non c’era mai stata.

Vuoto intorno: Lui e Lei.

Questo accadeva nell’animo di Griselda. Sentì un emozione forte partirle dai piedi, e percorrerle tutte le membra. Le si intrecciava fra i pensieri, bloccandoli.

Era confusa. Era felice. Era bella.

Lui, era bello.

Griselda sorrise, mostrando una soltanto delle tante imperfezioni. Non sapeva che altro poter fare, se non sorridergli.

“Ti va se… balliamo?” chiese.

La voce era uscita da sola. Non si stava controllando.

Non era lei a parlare.

Chi era, Griselda? Il cuore? Il vino?

Forse…

“Certo!” Rispose il ragazzo.

Si alzò. Era un po’ più alto di lei.

Aveva una tunica color bianco sporco, e un mantello marrone. Sotto la tunica, portava calzettoni attillati color marrone. Era vestito in modo semplice, non a festa.

I capelli un poco scomposti, e del colore degli occhi.

La barba contornava le labbra, che apparivano morbide. Il naso era diritto, e aveva una piccola bozza.

Sorrideva, e quando sorrideva, tutto il viso si colorava di affabilità, affetto, dolcezza.

Le tese la mano, inchinandosi un poco. Griselda rise, e vi pose la sua.

Così intrecciati si recarono verso dove si ballava.

Le piaceva già, il tocco di quella mano, asciutta, calda…

“Io… zoppico”

“Ti sei fatta male?”

“No. Cammino in questo modo, da quando sono piccola.”

Il ragazzo rise. Griselda anche.

Il motivo? Imbarazzo, ebrezza, festa.

“Non mi importa se zoppichi! Quando balli non si vede!”

“Come lo sai?”

“Hai ballato fino a poco fa”

Ma non stava leggendo? Quindi lui, l’aveva notata, vista, osservata… Griselda fu percorsa da un brivido insolito. L’energia esplose.

Cominciarono a ballare. Era un ballo di coppia. Griselda non lo conosceva, ma il suo compagno sì.

Un continuo vorticare, passarsi sotto le braccia, scambiarsi di posto, far battere mani e piedi.

Si divertivano. La musica era troppa per parlare, ma le risate non avevano bisogno di essere comprese.

Melissa le passò accanto, rivolgendole un sorriso compiaciuto.

Griselda, rideva soltanto.

Non pensava più…

Ed è quando il pensiero ci abbandona, che i nostri attimi divengono migliori. Quando il cuore: decide da sé.

“Come ti chiami?” urlò il giovane.

“Cosa? Non ti sento!”

“Come ti chiami?” Griselda scosse il capo. Non riusciva ad udirlo.

Il giovane allora avvicinò il suo viso a quello di Griselda. Così tanto che poteva sentire il caldo del suo respiro. Così tanto che fu inondata dal suo odore. Aveva un sapore simile a quello degli alberi, delle foglie, della neve. Aveva il sapore della Naturalezza. “Come ti chiami?”

Quella vicinanza la confondeva totalmente. Lo guardava estasiata. Esitò qualche istante prima di rispondere.

“Chi? Io?”

Il giovane scoppiò a ridere.

“Sì, scusami. Griselda! Tu?”

“Leandro!”

Leandro. Suonava così bene. Così, delicato.

Continuarono a ballare per molto.

Poi, Leandro le prese un braccio.

“Dove andiamo?”

“Vieni!”

Griselda si lasciò trascinare.

La mente non pensava. E il cuore diceva “Portami via…”

Leandro si allontanò dalla calca, poi cominciò a percorrere una delle stradine tortuose del villaggio.

Una stradina in salita.

Nel cielo splendevano le chiare stelle, che corteggiavano uno spicchio di luna.

Percorsero tutta la stradina.

“Eccoci arrivati!”

“Cos’è?”

“Un prato! Mi ero stancato di tutta quella confusione!”

Griselda sorrideva, e rimaneva in silenzio.

“Vieni! Siediti accanto a me! Guarda, se alzi gli occhi, da qui si vedono tutte le stelle del cielo!”

“Tutte?” rise Griselda. “è impossibile!”

“Basta non essere pretenziosi! Alza gli occhi, quello che vedrai, sarà tutto il tuo cielo.”

Griselda lo fece, e vide tutto il suo cielo.

Poi si voltò verso Leandro, e si soffermò a lungo a guardargli gli occhi, che brillavano più delle stelle. Quello: era il suo cielo.

“Cosa leggevi prima?”

“Questo!”

Leandro tirò fuori un libro, da una sacca che teneva legata in vita, sotto la tunica.

“Che cos’è?”

“E’ un libro sulle erbe curative… Sai, io… vorrei saperne molto di più. È il primo libro che trovo, che ne parli. Non ce ne sono molti.”

Griselda si sciolse in quelle parole. Non riusciva a parlare.

“Come mai alla festa?” Fu tutto quello che seppe dire.

“Le feste solitamente mi annoiano, quindi mi sono portato il libro. Sono qui solamente perché mia madre ci teneva molto”

“Anche io!”

“Anche a te l’ha chiesto tua madre?”

Griselda rise. “No. Scusami.” Rise ancora. “Forse ho bevuto troppo vino. Sono confusa! Anche io non amo le feste!”

“Come mai sei qua?”

“Me lo ha chiesto la mia amica, Melissa. Io, abito nel villaggio vicino, quello molto piccolo!”

“Ah sì! Dicono che là vi abiti una ragazza, una guaritrice, dicono sia bravissima. Ha curato moltissimi feriti, durante la guerra…”

Griselda sorrise. “Si chiama Griselda!”

Il ragazzo sgranò gli occhi. Sorpreso e divertito “Sei tu?”

“Sì!”

“Allora potrai…”

“Sì.”

“Non ho ancora detto nulla!”

Ma non c’è bisogno che tu lo dica Leandro. Griselda lo sa già, e più di te freme, per insegnarti ogni cosa, per parlare con te, per conoscere te. Per vivere Te.

E si persero nelle loro parole, sotto la magia di un cielo che conteneva Tutte le stelle, avvolti dalla notte.

Le grida, e la festa erano lontani…

Era caldo, ed era estate.

Il tempo volò via, con la stessa velocità che ha la luce di raggiunger la terra.

Presto il cielo, cominciò a farsi più chiaro, e le stelle a poco a poco, cominciarono ad esser coperte dal giorno: era l’alba.

La festa taceva ormai, e tutti, cominciavano a ripulire e sistemare ogni cosa.

Loro due, lontani dal resto, vivevano immersi nel loro Tempo, appena nato.

E vibravano i cuori, l’un verso l’altro.

Vibrava il cuore di Leandro, nel vedere muoversi nel vento, quei ciuffi di capelli rosso vivo, che erano fuoriusciti dalle trecce spesse.

E vibrava il cuore di Griselda, nel vedere lo sguardo sentito di due occhi scintillanti, questa volta, rivolto ai suoi.

E vibrava il cuore di Griselda, che non era fatta per l’Amore…

Come un fiore non cresce, senza la luce;

Come un’ape non vola, senza le ali;

Come una foglia non vive, senza il ramo;

Così l’amore implode, se lo si trascura.

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