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Una storia di sugarkane

Questa storia è presente nel magazine Le canzoni fanno male

La casa delle bambole

La vamp, veniva chiamata dagli adulti e lei un po' si compiaceva di un sprannome simile (ispirato al brano "Allo specchio")

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Pubblicato il 06 agosto 2018 in Altro

Tags: Canzone Pensieri Musica Testo Melodia

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L'orologio appeso alla parete segnava le 21:45 precise. La giornata era finita da un po' e nel cielo scuro brillavano le prime stelle della sera.

Seduta sul letto, stanca, la donna guardava intorno a sé il panorama che la sua vecchia stanza di quando era adolescente le offriva: mille ricordi riaffioravano alla mente e la riportavano indietro di quindici, vent'anni. Sulla scrivania e sugli scaffali c'erano ancora le stesse foto con amici che, in momenti come quello, le mancavano molto, dentro ad un barattolo penne senza tappi e matite rosicchiate nella parte posteriore, manifesti e diplomi ben tenuti affissi sul muro rosa cipria; poco più in là dell'armadio, una sontuosa casa delle bambole bianca in stile vittoriano era rimasta semiaperta da chissà quanto tempo e aspettava o di essere riutilizzata, oppure quantomeno di essere chiusa per non accumulare ulteriore polvere all'interno.

Non abitava più nessuno lì dentro da sei anni, da quando i suoi genitori avevano deciso di trasferirsi al mare dopo che i entrambi i figli avevano preso ognuno la propria strada. L'unica condizione, però, era che si impegnassero, a turno, ogni due settimane a controllare che tutto fosse tranquillo, che non succedesse nulla di spiacevole, pulizie e varie faccende sarebbero poi state compito di altri.

Passando in rassegna quella vecchia camera, la donna ad un tratto si soffermò ad osservare la propria immagine riflessa nel grande specchio dell'armadio davanti al letto. Le sembrava di rivedere tutti i sorrisi che aveva provato a fare crescendo, imitando questa o quell'attrice nel tentativo di apparire più bella o più grande di quanto fosse in realtà. "La vamp" veniva chiamata dagli adulti e lei un po' si compiaceva di un sprannome simile, al punto da cercare in ogni modo di assomigliare alle grandi dive prendendo in prestito dalla mamma, o da nonne e zie, b!use, abiti decisamente fuori misura, scialle liberty di inizio secolo per poi farsi fotografare da chiunque si prestasse a quel gioco di ruolo la cui protagonista era sempre e solo lei. Proprio da uno di quei servizi fotografici casalinghi derivava il bel ritratto che suo padre le aveva scattato e poi, una volta sviluppato, fatto appendere in salotto - accanto a quello di suo fratello in divisa da marinaio durante un Carnevale,

La porta era chiusa e l'unica luce che rischiarava la stanza proveviva dalla finestra, ancora libera dalla costrizione della persiana. Il suo volto, in penombra, sembrava più propenso a mostrare i segni del tempo che iniziava a passare: attorno agli occhi, piccole pieghe facevano capolino di tanto in tanto e, da sotto il trucco, una ruga segnava leggera il punto dove la guancia destra si incontra con la narice fino ad arrivare all'angolo esterno delle labbra. Raccogliendo un po' della tenerezza che la stanza le offriva e vincendo la stanchezza, la donna sciolse piano i morbidi capelli rossi - i riccioli ben definiti le incorniciavano viso e spalle con delicatezza - e iniziò a spogliarsi, per rimanere soltanto con l'abito corto verde oliva e le calze. Un'altra abitudine che aveva preso da bambina e mai lasciato, quella, per sentirsi meno appesantita e più leggera, così come passare le dita sulle labbra e sentirle a volte umide e altre screpolate, per continuare poi su tutto il viso. Ricordava di aver sofferto, da bambina, del fatto di non potersi guardare in volto con i propri occhi ma soltanto con lo specchio, così il senso del tatto l'aveva aiutata a superare diversi impasse. E mentre si distendeva sul letto - ora tanto regolare, forse un po' stretto, quanto all'epoca fin troppo grande per il suo esile corpo - si rese conto che dal piano di sopra proveniva una canzone a lei familiare ma lontana. Sorrise riflettendo su come, in 15 anni, i suoi vicini avessero ancora l'abitudine di accendere la radio alle 21:45 precise per ascoltare un po' di musica prima di andare a dormire. La donna chiuse gli occhi affondando il capo tra i cuscini morbidi e seguì con la voce la melodia che entrava dalla finestra: conosceva bene quel brano, negli ultimi mesi era diventato parte di lei a tal punto da non poter fare a meno di canticchiarlo ogni qual volta lo sentisse. Ne andava fiera, si trattava di uno di quei pochi momenti in cui il suo !avoro la riempiva di gioia. Di tanto in tanto la musica veniva coperta dalle voci della strada, i rumori delle automobili, lo sbattere velocemente le ali dei piccioni. Si sentiva al sicuro lì, nella casa in cui era cresciuta, forse sarebbe tornata a viverci.

Riaprì gli occhi e, posandoli su una fotografia appoggiata sul comodino, si sentì improvvisamente vecchia. Sapeva benissimo che i 34 anni appena compiuti non l'avrebbero gettata nella terza età da un momento all'altro, eppure rivedersi ragazza sorridente e abbronzata le dava l'impressione di avere il volto decisamente più stanco, le estremità delle !abbra le sembravano rivolte appena verso il basso - come ad indicarle che il prezzo pagato per il successo erano sogni di libertà di cui non poteva più godere.

"A chi somiglio in quella vecchia foto?" si domandò. Era felice quando gliel'avevano scattata, rideva perché anche in montagna, d'inverno, con la neve sui prati, lei riusciva a tornare a casa sempre un pochino più scura sulle guance rispetto agli altri. Le bastava così poco per essere soddisfatta! Non aveva dimenticato que!!a ragazza, le doveva ancora molto: crescere, lavorare, avere a che fare con moltissime persone, però, l'aveva allontanata.

Sempre più stanca, la donna iniziò a fissare il soffitto, a ripensare alla giornata appena finita. La musica al piano di sopra aveva smesso di suonare e il silenzio le riempiva la testa di pensieri, voci, episodi che l'avrebbero accompagnata nel mondo dei sogni. Di tate cose che di solito affollavano la sua testa, però, in quel momento soltanto una catturava la sua attenzione: si stava pentendo di aver negato un bacio che ora l'avrebbe scaldata, che l'avrebbe sottratta al freddo del suo letto di ragazzina e che molto probabilmente non avrebbe avuto più l'opportunità di accettare.

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