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Una storia di NadiaF

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Essenziale 2049

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Soul Story

#Essenziale 2049

Pubblicato il 23 novembre 2017

Come ogni giorno, sono alla mia mega scrivania con a fianco il mio bel bicchiere di spremuta, seduta sulla comodissima sedia ergonomica. Comincio a far scorrere le dita sul piano di vetro computerizzato della scrivania per entrare nel sistema e nei miei gruppi di lavoro. Con un semplice movimento circolare di un dito, scelgo quali immagini far materializzare sull'enorme schermo appeso al muro.

Forse perchè non sono nata con queste apparecchiature, sono rimasta fedele al touch anche se so che potrei semplicemente pronunciare quello che voglio ed il sistema computerizzato lo eseguirebbe da solo.

Dalla finestra entra il sole mattutino ed io sorrido guardando la bella luce che filtra attraverso le tapparelle trasparenti di ultima generazione. Gli occhi si fermano sulla data che lo schermo mi rimanda: 20/06/2049. Ancora pochi giorni e potrò prendermi la settimana di ferie che spetta a noi telelavoratori. Devo dire che se anche il mio lavoro mi piace, sono contenta che ogni tre mesi sia obbligatorio prendersi una settimana di ferie.

Da quando è stato introdotto il telelavoro globale, i sabati e le domeniche non esistono più, così come gli orari di lavoro giornalieri come li conoscevamo tanti anni fa.

Ci viene assegnato un compito da svolgere entro una determinata scadenza e non importa il quando, l'importante è portarlo a compimento entro il termine assegnato.

Se devo essere proprio sincera, per me che ho lavorato anche in modo tradizionale, all'inizio questo nuovo sistema ha un po' spiazzato. Ero abituata a spostarmi per andare ogni giorno sul posto di lavoro, nella stessa azienda, con gli stessi colleghi.

Poi, lentamente, la grande crisi economica ha stravolto il concetto stesso di azienda singola. Ha costretto le varie entità a ripensarsi in modo collettivo per ottimizzare i costi e sopravvivere condividendo esperienze, personale e soprattutto costi.

Non lavoro per un'azienda sola, ma per un pool di aziende ed i miei colleghi non sono sempre gli stessi, ma cambiano a seconda della problematica da affrontare.

Quando si iniziò a parlare di telelavoro, ho temuto che sarei diventata un topo da scrivania, che non mi sarei più mossa di casa, che non avrei più visto nessuno. La visione che ne ricavavo era decisamente apocalittica. E invece ho scoperto un mondo nuovo che mai avrei immaginato.

Mentre il sistema che mi farà entrare nelle stanze virtuali dove incontrerò i miei colleghi continua la sua inizializzazione, aggiusto la webcam e mi metto cuffie ed occhiali. Non posso dire di non divertirmi un mondo.

Ho sempre amato internet. Per me era come avere il mondo a portata di dita. Potevo raggiungere tutto ciò che volevo, tante informazioni che prima mi erano precluse ora erano lì che aspettavano solo di essere scoperte.

E poi i social networks. Molte porcherie, se vogliamo, ma anche la possibilità di rivedere persone che mai si sarebbero riviste se non fosse per la realtà virtuale. Una favola.

In questo momento sto lavorando con sei stanze contemporaneamente e, anche se il lavoro è simile, ogni stanza ha il suo obiettivo da raggiungere e persone diverse che ne fanno parte.

La cosa entusiasmante di questo nuovo modo di lavorare è il potersi confrontare con così tante persone e così tante idee che non crescere personalmente è impossibile. La ricchezza che lascia l'interazione con mondi, culture ed idee diverse è davvero inestimabile.

Prima di entrare nelle stanze controllo come al solito il calendario generale delle attività che ciascuno di noi ha eseguito e mi leggo i progressi.

Ecco che sul mega schermo vedo aprirsi le stanze. Nella prima vedo Mark, Susanna, Bogdan, Oleg e Aisha. Qui dobbiamo seguire una serie di worms e debellarli e loro stanno discutendo del lavoro fatto da Carrie, Sam, Bradley e Felicia che vivono negli USA e in Argentina per cui a quest'ora sono a nanna.

Si aprono in sequenza anche le altre stanze ed alcune sono vuote perchè i miei colleghi sono di fusi orari opposti al mio.

Devo dire che lavorativamente parlando non è male questa storia dei fusi orari diversi.

Ognuno può prendere visione dei progressi registrati dagli altri e rifletterci.

E' il bello del nuovo modo di lavorare. Ognuno mette la sua parte, che ovviamente è sistematicamente firmata in modo che nessuno possa far passare per suo ciò che non lo è, e le idee di tutti producono risultati ottimi molto più velocemente rispetto a quando si lavorava da soli.

Certo, non è stato facile imparare a vivere in una squadra. Occorre abbattere gli individualismi, pensare in collettivo, ammorbidire i propri spigoli perchè tutti lavoriamo per raggiungere un unico obiettivo e meglio ci amalgamiamo, meglio il lavoro riesce e più alti sono i premi ed i guadagni di ciascuno di noi.

Chi è nato già con questo metodo di lavoro, fa molta meno fatica a pensare in modo collettivo, perchè ora anche le scuole sono strutturate in modo da formare i futuri impiegati in base al nuovo sistema di lavoro.

Nel nostro settore, quello dell'informatica, della realtà aumentata e della ricerca tecnologica e di indagine, il personale è molto ricercato.

Da quando l'informatizzazione è totale, il cloud e la programmazione settoriale sono diventati fondamentali per il lavoro e per gli scambi di dati, si sono moltiplicati gli hacker che hanno strumenti sempre più potenti e attaccano ovunque, dal ristorante sotto casa al Pentagono. Non c'è sistema che non riescano a violare ed il nostro compito è di individuarli e di scovare i pezzetti di codice che spargono scientificamente qua e là infettando qualsiasi cosa.

Qualche settimana fa un pezzetto di codice in cui era stato inoculato il batterio dell'influenza delle aragoste si è sparso a macchia di giraffa nei programmi di ristorazione. Il risultato è stato che ai tavoli rettangolari le portate causavano il raffreddore da alga, mentre ai tavoi rotondi non succedeva nulla. Il difficile è stato capire che la macchia era quella della giraffa ed in questo è stato fondamentale il collega della Repubblica Sudafricana.

Mentre sui miei occhiali appaiono i diari di lavoro già indicizzati sulle nuove aggiunte e sui i nuovi documenti condivisi, mi si apre una chat privata.

Dovete sapere che oltre alle chat di gruppo, che si utilizzano per discutere senza disturbare gli altri mentre si lavora su qualcosa di impegnativo, ci sono le chat private che sono le più divertenti.

Con queste chat chiacchieriamo, ovviamente scrivendo e ci conosciamo meglio singolarmente. E' estrememente divertente chiacchierare in lingue diverse, e chi se ne frega degli errori, tanto siamo tra di noi e ci capiamo comunque.

Anche se i colleghi cambiano, le risate che ci facciamo e la leggerezza che si crea e che contagia anche il lavoro è qualcosa di speciale. Nascono delle amicizie che continuano a durare anche dopo la chiusura della mission della stanza. E sembrerà strano a quelli come me che arrivano dalla realtà piatta di molti anni fa, ma le amicizie virtuali sono altrettanto belle di quelle non virtuali.

Chi ha pensato che il telelavoro rende tutti esseri solitari? Io. Ma si vede che in quel momento stavo facendo la cura di capsule per la visione notturna. Con gli occhi vedi nel buio, ma con il cuore vedi nero. Me lo avevano detto che avevano quell'effetto collaterale.

In una delle stanze, circa un anno fa ho anche incontrato quello che ora è il mio attuale amore, che io spero ovviamente sia per il resto della mia vita, anche se non sono più esattamente una ragazzina e lui nemmeno.

Il suo nome è Dieter, un collega della terza stanza con cui ho iniziato una relazione che dura ormai da più di un anno.

Con Dieter c'è stato subito un buon feeling lavorativo, ma successivamente anche personale. Abbiamo iniziato a parlarci molto in chat e devo dire che mi è piaciuto un sacco. Oggi questa parola non si usa più, si dice "mi è piaciuto un tera", ma per me che sono della generazione precedente un sacco rende di più l'idea.

Magari all'inizio non è semplice perchè i trasmettitori di sensazioni collegati ai nostri occhiali non sono ancora perfezionatissimi e quindi, non potendo vedere le espressioni del viso o sentire le inflessioni della voce, si possono equivocare delle frasi. Ma tutto viene superato con le chiamate in video anche se devo dire che la scrittura ha mantenuto intatto il suo fascino.

La chat infatti ha per me ha qualcosa di magico. Io gli scrivo qualche mio pensiero, aspetto trepidante la sua risposta e quando questa arriva è una gioia tangibile. Passiamo intere serate a scriverci, anche se potremmo telechiamarci, ma è talmente magica l'atmosfera che si crea che è nessuno dei due vuole rinunciarci.

Sarà l'età, ma abbiamo riscoperto quanto sia bello scriversi, accarezzare ed accudire la nostra storia con piccoli messaggi che ci scaldano il cuore. L'inseparabile smartphone, terminale della scrivania computerizzata, ma con il quale ora possiamo agevolmente controllare a 360 gradi la nostra casa, diventa il veicolo attraverso il quale arrivano pezzi di cielo sotto forma di messaggi di lui.

Sentire la notifica e scoprire che proviene da un messaggio di lui, è come il suo pensiero che diventa realtà: mi pensa. Tutte le volte che il piccolo suono annuncia un suo messaggio è perchè mi ha pensata, ed è una sensazione bellissima. Mi sento accudita come un prezioso fiore e anche se il visore dei miei occhiali mi rimanda grafici e sviluppi virtualizzati dei progetti che abbiamo pensato nelle stanze, con gli occhi del cuore vedo il suo pensiero per me e questo non ha prezzo e non ha tempo.

Dieter vive a Berlino, una città che io adoro. Incontrarci non è un problema. Con il perfezionamento del teletrasporto ogni difficoltà è superata. E' ancora un po' costoso e quindi lo utilizziamo solo quando abbiamo poco tempo, però sono certa che tra poco avrà prezzi accessibilissimi.

Certo, all'inizio ci sono stati seri problemi con la smaterializzazione che non riusciva mai totalmente. Questo è stato un grosso problema che ha ritardato il teletrasporto di molto tempo.

In pratica se la smaterializzazione nel luogo di partenza non avveniva in modo completo, il processo si bloccava immediatamente, ma del resto è anche ovvio. Se si pensa che il teletrasporto è composto dalla fase di smaterializzazione totale, poi dal trasporto delle particelle corporee rigorosamente unite attraverso il circuito extramateriale ed infine dalla rimaterializzazione nel luogo di destinazione, è chiaro che se anche solo, che so, un orecchio, non si smaterializza è un problema.

Voi direte: e chi se ne frega? Arrivi a destinazione con un orecchio solo, tanto ti basta perchè lo colleghi allo stereomaker e il gioco è fatto.

E invece no.

Non essendoci più l'integrità del corpo, il rischio era che la rimaterializzazione avvenisse in modo disconnesso. L'equilibrio del corpo veniva a mancare e magari al posto dell'orecchio ti trovavi un occhio, ma al posto dell'occhio ci doveva essere qualcosa e allora magari il posto veniva preso da un braccio, ma al posto del braccio ci doveva essere qualcosa e così via, con conseguenze disastrose se non addirittura mortali. Ecco perchè il processo veniva bloccato sul nascere.

Non è mai trapelato nulla, ma non oso pensare a cosa sia successo all'inizio.

Meno male che comunque i vecchi, buoni aerei sono comunque rimasti anche se molto più veloci di quelli di trent'anni fa. Ora tutti gli aerei raggiungono la velocità massima di Mach 10, ma grazie ai nuovi combustibili ed alle nuove tecnologie consumano pochissimo e gli spostamenti si riducono ad un battito di ciglia.

Non disdegno nemmeno le auto perchè io ne resto comunque sempre innamorata. Per me un bel viaggio in auto per godere dei paesaggi e fare tappe qua e là per conoscere luoghi nuovi, vale sempre la pena. Anche nel campo delle auto il salto in avanti è stato notevole. Nessun'auto poggia più al suolo, ma tra le sue possibilità ha anche quella, volendo, di sollevarsi e volare. Non è permesso alzarsi oltre i cento metri dal suolo, però tutto sommato credo sia un buon compromesso.

Quando io e Dieter abbiamo la nostra settimana di ferie ci incontriamo sempre. Se poi io o lui riusciamo a ritagliarci qualche giorno durante il cambio delle stanze, cioè quando è finita una sessione di lavori, ci troviamo o da lui o da me ed è bellissimo.

Se tra di noi questa bella storia dovesse continuare, potrò scegliere di andare ad abitare da lui, tanto per il lavoro che faccio non importa dove sono. Potrei essere anche al Polo Nord, ma, anche se anche lì ormai hanno il teleriscaldamento terra-aria, per i miei gusti fa ancora troppo freddo.

Spesso chiudo gli occhi e spengo il visore per immergermi nei miei sogni ad occhi aperti. Ora i sogni ad occhi aperti possono essere proiettati dove si vuole e ce li si può godere ancora di più.

Basta collegare degli elettrodi alle zone giuste del cranio e gli impulsi cerebrali vengono tradotti in immagini. Io sono una gran sognatrice e lo faccio spesso.

Mi immagino nel bell'appartamento di Dieter a guardare dalla finestra il tramonto sulla torre della televisione, mentre la casa è riempita da una musica tranquilla, non quella dodecafonica che ora va per la maggiore e a me da sempre provoca un attacco di nervi.

Dicevo: il bel tramonto che infuoca il cielo, la musica e la cucina elettronica che produce i cibi che le abbiamo ordinato.

L'appartamento è grande e sono certa che la mia mega scrivania ci starebbe benissimo. Così potremmo capitare nelle stesse stanze virtuali o forse no, ma di certo in quelle vere, insieme ci staremmo di certo.

Guardo il mio sogno ad occhi aperti sfumare sulla parete dove ho deviso di proiettarlo, sorrido e mi sento al caldo. Ma non il caldo dell'impianto di climatizzazione sensoriale tarato sulla temperatura corporea, il caldo dei sentimenti profondi, che anche in questo 2049, che mi piace tantissimo, esistono e sono più forti che mai.

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