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Una storia di Valeriaiannini

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In punta di piedi

Pubblicato il 09 gennaio 2018 in Altro

Tags: pallavolo shortstory sport

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Entravo in palestra e venivo immediatamente schiaffeggiata dal rumore dei palloni che rimbalzavano a ritmo irregolare e dall'odore forte del linoleum disinfettato. Tutto era di un triste verde oliva che le luci a neon riuscivano a rendere ancora più spento.

L'autunno era iniziato, i tergicristalli della macchina di mio padre scandivano quei dieci minuti di agonia che separavano casa dagli allenamenti, e man mano che mi avvicinavo alla meta i crampi allo stomaco aumentavano. Per distrarmi tentavo di ripassare mentalmente quello che avevo studiato poco prima sull'antologia della prima media o sul manuale di storia, ma poi la mia testa andava a finire nel borsone della palestra a elencare quello che doveva esserci all'interno, semmai avessi scordato qualcosa di fondamentale - le ginocchiere o magari le scarpe - qualsiasi cosa fosse servito per far ritorno a casa e cercare poi una scusa per rimanerci, perdendo così la lezione di pallavolo.

I miei mi avevano iscritto a una polisportiva del quartiere, perché costava poco e avevano altri due figli che dovevano fare sport. Io avrei voluto tanto andare a danza classica, come la mia amichetta del cuore, e quando lo avevo chiesto a mia madre – senza darle a vedere quanto ci tenessi così che non si sentisse in obbligo in caso non ce lo fossimo potuti permettere – lei alzò appena lo sguardo dallo straccio che stava passando in bagno, si appoggiò al manico dello spazzolone come a riprendere fiato: “I vestiti dei saggi costano tanto”. Potrei non fare i saggi – pensai – non mi importava. Lei continuò: “E poi ti rovini i piedi”. Io me li guardai, i piedi, e pensai che non erano comunque belli, quindi avrei potuto sacrificarli. Anzi, a dirla tutta, sembravano proprio i piedi di una ballerina: le dita che si andavano accavallando, come costrette dalle scarpette da punta. Ma lei cambiò di colpo argomento e io uscii dal bagno, continuando a fissarmi i piedi.

La pallavolo non mi piaceva, nonostante i cartoni animati che passavano in quegli anni - Mimì e Mila e Shiro – lo avessero reso lo sport più amato dalle bambine. Forse a non piacermi era l'idea della squadra, il fatto di prendersi la responsabilità per tutti, che i miei errori avrebbero gravato anche sulle mie compagne. Quando l'allenatore trascinava in campo l'enorme cesta piena di palloni, arancioni e morbidi per il minivolley, color panna e duri per il super-minivolley – mi veniva una specie di nausea: l'odore di quei palloni per me sapeva di banchi di scuola, di ricreazioni, di diari imbrattati. Sapeva di aule con aria rarefatta, di flauti giallo-pallido che si riempivano di saliva nella lezione di musica, di disegni a tempera appesi alle pareti nell'ora di educazione artistica. Sapeva dei miei silenzi, del mio non avere amici in classe, dei problemi a casa, della malattia di mia sorella che non capivo ma che la stava facendo scomparire e diventare tutt'ossa. Colpendo la palla, cercavo di colpire tutto quello che mi opprimeva dentro a cui non riuscivo a dare parole, ma non ero mai in grado di mandarla oltre la rete, si arrendeva sempre un attimo prima e ricadeva pesante dalla mia parte.

La più brava del corso si chiamava Myrta, il papà era un dottore molto noto in città e lei era per metà tedesca. Myrta aveva giusto un paio d'anni più di me, frequentava la terza media, ma era già una ragazza a tutti gli effetti, una di quelle che i ragazzi guardano: alta, bionda, lunghe gambe tornite e la sua pelle era talmente lattea che le vene tralucevano, rendendola una figura ancora più irreale. Quando saltava, i capelli biondi raccolti nella lunga coda di cavallo roteavano nell'aria leggeri e la palla, sotto il tocco della sua grande mano destra, produceva un suono morbido e rotondo a tutti gli effetti, come se prendesse vita. Gridava spesso Myrta, battendo le mani per incitare le compagne e io ne avevo timore; la sua grinta non mi apparteneva e non la comprendevo, ero spaventata dall'idea di capitare nella sua stessa squadra ma fortunatamente, il fatto che lei fosse a un livello superiore al mio che ero tra le nuove arrivate, rendeva quella possibilità alquanto remota.

Alcuni mesi dopo, poco prima di Natale, l'allenatore ci comunicò che avremmo partecipato a un torneo. La mia agitazione si trasformò immediatamente in gioia quando non sentii il mio nome tra quelli delle convocate nella categoria del minivolley: o si erano dimenticati di me o non venivo considerata abbastanza brava e ne ero sollevata, avrei trascorso la domenica del torneo tranquilla a casa a godermi le vacanze di Natale. Mentre me ne stavo nel cantuccio sicuro dei miei pensieri, il mio nome rimbombò tra le alte mura della palestra arrivandomi come un'eco. Sobbalzai, e subito dopo sentii il nome di Myrta: ero stata scelta come riserva nella squadra del super-minivolley. Avrei voluto affondare nella cesta dei palloni e non avevo il coraggio di guardare in faccia le mie compagne di squadra per non leggere la delusione e lo scontento sui loro volti.

A fine lezione mi avvicinai all'allenatore per constatare che non si fosse sbagliato ma lui, prima che io avessi il coraggio di aprir bocca, mi sbatté in mano una busta di plastica trasparente con dentro una divisa nuova con tanto di numero. Avere il numero sulla maglia era un onore, voleva dire essere a un altro livello, era quello a cui tutte le nuove ragazze miravano. Lui mi guardò fisso per un lasso di tempo che a me sembrò uno spazio ingombrante che non sapevo come riempire. “Sei nella squadra principale, hai capito perché?” - Non solo non lo avevo capito, ma la cosa non mi piaceva per nulla - “Per darti fiducia e spronarti”, continuò lui, “per farti sentire parte di qualcosa di importante”. Dischiusi appena le labbra per inventare una scusa che mi permettesse di non partecipare al torneo, ma neanche la cosa più banale chessò: “A Natale vado dai parenti al Sud”, prese corpo in quel momento. Magari mi verrà l'influenza, pensai per consolarmi, con la divisa nella busta che, tra le mie mani sudate, sembrava un pesce guizzante.

Il giorno del torneo arrivò e non c'erano né febbre né altro a salvarmi. “Tanto le riserve non giocano mai” - mi aveva detto mamma per rassicurarmi. “Comunque hai preso un impegno e devi andare” - aveva commentato mio padre, che dopo la Messa delle dieci, quella dei bambini, mi accompagnò al palazzetto dello sport.

C'erano tutti i gruppi sportivi della mia città e provincia, il palazzetto era stato diviso in quattro campi per permettere che più squadre giocassero contemporaneamente. Il frastuono si unì al ronzio che aveva iniziato a risuonarmi nelle orecchie; il mio allenatore svettava tra il gruppo di maglie giallo-blu della nostra polisportiva, lo vidi venirmi incontro e agitare un braccio per richiamare la mia attenzione. “Vai subito a cambiarti, Sara è a casa con l'influenza e devi giocare tu”. Per un attimo mi mancò il respiro, il cuore sembrava volesse scappare dal torace e lo stomaco si fece piccolo e dolorante. Fui scaraventata in campo poco dopo, non so quante partite giocai, ricordo solo che fu un disastro, in ricezione le palle scivolavano via dal mio bagher, e ovviamente al servizio nessuna schiacciata andò oltre la rete. Myrta, che era il capitano gridava e ci incitava, ma ciò che io percepivo erano insulti e critiche al mio riguardo, aspettavo solo il momento in cui tutto sarebbe finalmente finito.

Non vincemmo il torneo, ma ci qualificammo terze. Evidentemente le mie compagne erano state brave nonostante la mia pessima prestazione.

Nell'attesa della premiazione raccolsi velocemente le mie cose e stavo per correre verso lo spogliatoio quando, nel caos generale, avvertii chiaramente il mio nome, qualcuno mi stava chiamando. Voltandomi vidi Myrta che trafelata mi raggiunse: “Dove vai? Bisogna fare la foto di squadra!”. Per tutto il tempo che avevo giocato avevo combattuto per non far uscire le lacrime che premevano potenti dietro i miei occhi, ma in quel momento non le trattenni più e sgorgarono proprio di fronte a Myrta, inondando le mie guance rosse e accaldate, uscirono anche dei singhiozzi dalla gola contratta, tutto a rendermi ancora più ridicola. Allora lei mi diede due pacche sulla spalla, che in quel momento mi sembrarono un abbraccio caldissimo, e fece: “Guarda che io ho sbagliato molto più di te e sono il capitano. È il tuo primo torneo, sei stata brava, hai giocato nella squadra delle grandi, non è mica facile!”. Mi prese sottobraccio e mi condusse al centro del palasport “e comunque alla foto di squadra non si può mai mancare: dobbiamo esserci tutte, sia che si vinca sia che si perda, sempre unite”.

Nella fotografia di quel torneo del 1989 ci sono anche io che, stretta alle mie compagne, in punta di piedi, mi affaccio alla vita.

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