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Una storia di Franco.frasca.bhae

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L'AMICO DEI COLOMBI

Pubblicato il 03 gennaio 2017

Don Saverio viveva da solo in una piccola casa che teneva sempre pulita e ordinata. Ogni mattina quando usciva con una cartella di cuoio consumata sotto braccio, sembrava un ufficiale giudiziario inviato a pignorare frigoriferi e televisori di gente che non aveva pagato le rate alla finanziaria o, a guardarlo bene, anche un messo comunale che andava per vie, vicoli e trazzere a notificare contravvenzioni e determina del Sindaco. Questo per chi non lo avesse mai visto prima o conosciuto di persona. Poteva capitare ai forestieri e forse anche ai figli di quelli che si erano spostati su nell’altopiano dove la città era dilagata a dismisura e che ormai parevano abitanti di un altro paese. Per gli altri era un ripetersi di passi, di mosse e di saluti da parte di una persona seria e rispettata che erano diventati quasi un rito beneaugurante a ogni inizio di giornata. Scendeva lungo il corso con dignitosa eleganza, sempre in giacca e cravatta e solo nella breve stagione del freddo con un pastrano di colore scuro, sostava nell’edicola vicino al teatro per dare uno sguardo veloce ai titoli dei giornali che stavano appesi all’ingresso come panni da asciugare, proseguiva poi per la piazza, dove sotto la palma centrale tirava fuori dalla sua cartella di cuoio consumata un fagottino di molliche di pane che spargeva ai piedi del grande albero. In pochi attimi il terreno brulicava dei colombi che stavano appollaiati sui tetti dei palazzi in attesa della loro prima colazione offerta dal loro più affezionato amico. Ora risaliva a passo spedito dalla parte opposta per arrivare in tempo al solito appuntamento. Nel bar della società operaia i compagni del tavolo di tresette lo aspettavano per prendere il caffè insieme e per parlare della prossima festa del patrono che il nuovo parroco voleva sola religiosa, senza luminarie, bombe e spettacolo canoro ai piedi della scalinata. Le discussioni sulla politica del governo e sul campionato di calcio erano rimandate ai prossimi mille incontri dei giorni a venire. Ancora l'ultima fermata dalla signora dei fiori per prendere due boccioli di rose rosse e poi veloce ad aprire bottega. Don Saverio prendeva sempre dalla sua borsa una grossa chiave di ferro di quelle che non si usano più per aprire la porta di legno massiccio di un basso di un antico palazzo barocco. Apriva dall’interno l’unica finestra di luce protetta da una grata arrugginita, sistemava le due rose in un piccolo vasetto di peltro davanti ad un ritratto di una donna tutta vestita di nero che tutti pensavano fosse la madre e che invece era la nonna che si era preso cura di lui dopo la morte della figlia a causa del parto, dava l’acqua e il mangime ad una coppia di canarini gialli che malgrado un soffice nido di cotone e spago non volevano proprio saperne di covare uova e infine appendeva la sua giacca in un vecchio armadio con la specchiera, che gli era stato regalato dai proprietari del palazzo, e indossava un lungo camice di colore marrone chiaro. Si sedeva su una sedia intrecciata di corda cui erano state accorciate le gambe davanti a un banchetto di legno di noce americana pieno zeppo di arnesi strani, martelli oblunghi , punteruoli dritti e ricurvi, ciotole piene e zeppe di chiodini di tutte le misure e dimensioni, bottiglie di vernici colorate e anfore di mastice dal profumo di mandorla amara. Si appoggiava sulle gambe una specie d’incudine portatile e iniziava a fare il suo mestiere, quello che aveva sempre fatto sin da quando era bambino. Era l’ultimo ciabattino del paese. Quella mattina d’inverno la città si era svegliata sotto una coltre di neve. Era talmente un evento straordinario che nessuno notò l'insolita assenza. Nella sua cartella di cuoio fu trovato il fagottino con le molliche di pane già pronto per l’indomani che un suo vicino volle lo stesso andare a spargere ai piedi del grande albero della piazza dove c’erano i colombi che aspettavano come ogni giorno il loro affezionato amico!

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