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Una storia di LuigiMaiello

Questa storia è presente nel magazine Intertwine Consiglia

Intertwine Consiglia: Napoli New Wave #74

"Ammore e Malavita" dei Manetti Bros. intrecciato al mistero di Liberato e al libro "Orfanzia" di Athos Zontini.

Pubblicato il 12 ottobre 2017 in Giornalismo

Tags: athoszontini intertwineconsiglia liberato manettibros orfianza

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- “D’una città non godi le sette o le settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda”

- “O la domanda che ti pone, obbligandoti a rispondere”

Italo Calvino – Le città invisibili

“Sono nato a Napoli, perciò mi piace il mare", cantava l’indimenticato Pino Daniele.

Prima di lui, Eduardo, Totò e Raffaele Viviani; insieme a lui, Massimo Troisi.

Tutti hanno raccontato Napoli con talento e con l’umorismo partenopeo classico, che ha sempre avuto come sfondo la tragedia del sopravvivere quotidiano. Dopo sono arrivate le immagine violente di Gomorra, che, sia ben chiaro, non ha inventato nulla, ha solo raccontato un pezzo, brutto, della realtà di qualche anno fa. Oggi, tra i tanti, c’è Maurizio de Giovanni, che, parlando della nostra città, ha spesso affermato: "Napoli è la mia fonte inesauribile di ispirazione”.

Tre modi di vedere e raccontare la Napoli contemporanea, questo vi proponiamo in Intertwine Consiglia: Napoli New Wave #74, che inizia subito con il nuovo film dei Manetti Bros.

“Te voglio bene

Te voglio ancor

L’ammore overo nasce na vota e nun more mai”

Ci troviamo nel corridoio di un ospedale, e a cantare queste parole è un’infermiera interpretata da Serena Rossi. Il ritmo non è quello classico, anzi, si tratta di una versione in chiave partenopea di “What a feeling”, che lei rivolge al ragazzo che ha amato da bambina. Nel frattempo lui è diventato un uomo, un killer venuto a vegliare il capocosca.

Ma tranquilli, non stiamo parlando di un classico film sulla camorra, anzi.

Il ragazzo a cui lei canta questi versi è interpretato da Giampaolo Morelli, un malvivente fuori dagli standard, che ama spiegare dei concetti in modo semplice:

“Per la gente di malavita l’essere umano è come la pummarola ‘ncoppa agli spaghetti con le vongole: non vale nu cazz”

Ecco una clip, per farvi capire di cosa stiamo parlando. Se potete, alzatevi e ballate, anche se siete in ufficio, perché una pausa ogni tanto fa bene e aumenta anche la produttività.

"Ammore e Malavita" è un vero e proprio musical che sta conquistando il pubblico e convince sotto tutti i punti di vista. Ci sono attori che cantano e cantanti che recitano, in un cast perfettamente amalgamato.

Due sono le coppie che portano avanti la storia: Serena Rossi e Giampaolo Morelli (più romantici), a cui si alternano Carlo Buccirosso e Claudia Gerini (più comici).

A loro si aggiungono i cantanti e interpreti Raiz, Franco Ricciardi, Ivan Granatino.

Carlo Buccirosso è il primo personaggio che conosciamo: un morto che canta nella bara, e in dialetto si chiede se c’è qualcuno che lo stia piangendo.

La domanda che forse ci faremo un po’ tutti prima o poi nella vita: “chi verrà al mio funerale? Chi mi ha voluto bene? E chi mi ha voluto male?”

Ma ora non pensiamo a queste cose, andiamo avanti.

Claudia Gerini in "Ammore e Malavita" dei Manetti Bros.
Claudia Gerini in "Ammore e Malavita" dei Manetti Bros.

Carlo Buccirosso interpreta un boss, che, stanco delle pressioni dell’essere un pezzo grosso, “o’ re do pesce” finge la propria morte su suggerimento della moglie Donna Maria (Claudia Gerini). Ma quando una giovane infermiera (Serena Rossi) lo riconosce, il boss ordina a uno dei suoi killer, Ciro (Morelli), di toglierla di mezzo. Vincerà l’amore o la fedeltà al boss?

I Manetti Bros. e Giampaolo Morelli sono una realtà collaudata dai tempi dell’Ispettore Coliandro, ma è tutto il cast ad essere in vena di grazia. Su tutti svetta Serena Rossi che canta:

“Come fossero proiettili, tu schivi i sentimenti.

Ogni sparo ha un suo destino, la pallottola è per noi”

Per gli appassionati del genere c’è anche la ciliegina sulla torta: il cameo di Pino Mauro, il signore della sceneggiata napoletana, che dal suo trono a Piazza del Plebiscito canta “Chiagne femmina”.

Ammore e malavita quindi, dove la malavita del titolo è solo un pretesto per narrare una bella storia di amore e riscatto piena di risate, proiettili e inseguimenti. Una storia piena di azione che ti prende all'istante, perché gioca su un sapiente mix di generi e rovesciamenti di cliché.

Un film da non perdere, che vi consigliamo vivamente.

“Ma chi caxx è Liberato?”

Questo è il tormentone che ci accompagna da qualche mese e chissà se avremo mai una risposta. Elena Ferrante, Banksy e i Daft Punk sono solo alcuni esempi di celebrità che hanno ottenuto l’attenzione del pubblico scegliendo di celarsi agli occhi dei fan. La stessa strategia che voleva praticare anche il papa giovane di Paolo Sorrentino nella famosa serie tv.

Torniamo alla domanda, e scusate il francesismo, ma senza quella parolina, la resa dell’interrogativo che ci assilla forse non sarebbe la stessa.

Proviamo a dare una risposta parziale: di certo Liberato è un artista che sa fare musica e che ci sa fare con le parole.

Ogni volta che ascolti un suo pezzo per la prima volta, pensi sorpreso: “Ma che è ‘sta canzone?”, poi la riascolti per la seconda/terza volta, e così quel ritmo e quelle parole non ti escono più dalla mente.

Tre canzoni su Youtube, un premio (ma non l'ha ritirato lui), la partecipazione a un festival (ma a cantare furono altri): questo sappiamo finora di Liberato, ma tanto si è detto su di lui, o meglio, su chi potrebbe essere.

Calcutta? Livio Cori, che potrebbe “svelarsi” durante una puntata di Gomorra 3? Ivan Granatino? O l’ultimo dei nomi, lo scrittore Emanuele Cerullo, che avrebbe la passione per il rap? Finora solo smentite.

Nel suo blog su Tumblr ha scelto un nome che richiama la sua napoletanità: liberato 1926.

Liberato è l’artista che meglio racconta e incarna l’immaginario napoletano in questo momento e lo fa con frasi virali che restano impresse ed entrano nello slang dei giovani.

Liberato
Liberato

‘Na rosa ‘e cient’ spin’

Si stongo senz”e te

Ca piogg’ dint”o cor’

Tu t’hê scurdat’ ‘e me

Poi jamme a Marechiar’

Te port’ addo’ vuo’ tu

Parlammo chianu chian’

It’s me and you

Anche i video delle canzoni, girati in super-HD, offrono una saggia rilettura contemporanea dei luoghi comuni che accompagnano la nostra città.

Certo ci sono il lungomare e il Vesuvio, ma non c’è solo la “Napoli da cartolina”, ci sono anche le palazzine di Piazza Grande ai Ponti Rossi, Piazza Mercato e i Quartieri spagnoli. C’è il matrimonio folkloristico a via Caracciolo.

E Poi la c’è Gaiola (portafortuna), che, col suo fascino e ricca di mistero, da sempre spopola sui social, soprattutto nelle foto dei napoletani che la postano al ritmo di #gaiola - #siituristadellatuacittà a cui si è aggiunto con forza #gaiolaportafortuna.

I videoclip delle canzoni, girati dal regista Francesco Lettieri, sono l’ennesima conferma che tutto è studiato a tavolino.

Il “progetto Liberato” non ha nulla di improvvisato.

Creatività e pianificazione. Marketing e comunicazione.

Una nuova rima, per una sua canzone.

“Niente mi ha fatto male più dell’amore. Appena nato stavo per morire di ernia strozzata. I miei mi vedevano piangere e non capivano, si ostinavano a tenermi in braccio come se fosse una questione di affetto – una nostalgia da placenta che andava colmata”.

È questo l’incipit di Orfanzia, il romanzo d’esordio di Athos Zontini, 44 anni, napoletano, autore radiofonico con la passione per la musica, ma non solo, perché Athos Zontini in realtà racconta la Napoli quotidiana da circa venti anni sul piccolo schermo, essendo uno degli sceneggiatori della fortunata serie tv “Un posto al sole”.

Orfanzia, il romanzo d’esordio di Athos Zontini.
Orfanzia, il romanzo d’esordio di Athos Zontini.

Il protagonista di Orfanzia è un bambino perseguitato dai genitori, una coppia napoletana benestante che vuole vederlo tondo e felice come gli altri bambini.

Ma lui è convinto che i bambini paffuti e rotondi facciano una brutta fine, mangiati a una certa età dagli adulti, quindi decide di sopravvivere e trova il metodo per far sì che ciò non avvenga: smette di mangiare.

I suoi genitori le provano tutte: gli fanno l’aeroplanino con il cucchiaio, lo minacciano, lo pregano di mandare giù qualcosa, ma lui non cede.

“Cerco di non guardare nel piatto. L'odore è una calamita”

Il libro è una metafora di una situazione comune a tante famiglie: genitori ossessionati dall’idea che i figli debbano diventare ciò che vogliono loro. Ma l’amore nei confronti di un figlio non dovrebbe portare a ben altro?

Athos Zontini
Athos Zontini

Orfanzia, spiega l’autore, significa orfano dell’infanzia, una condizione comune a tanti bambini che si sentono lontani e abbandonati da genitori-nemici, troppo impegnati a non tenere conto delle loro esigenze.

Ma questo non è di certo un romanzo contro la famiglia. È piuttosto una difesa della libertà personale, che va protetta da chiunque, anche da chi è convinto di agire per il nostro bene.

“Chissà come fanno gli adulti a parlare senza aprire bocca, a dirsi tutto con gli occhi e non sbagliare”.

Tutto è raccontato attraverso gli occhi di un bambino. È lui che parla, quasi come se fosse un diario delle sue giornate. Mentirà? A volte i bambini lo fanno. Oppure metterà in evidenza degli aspetti invece di altri, magari quei comportamenti dei genitori che a lui vanno proprio giù.

«Ma come? Hai ancora paura del buio? Ormai sei grande.»

«Non sono grande, non voglio diventare grande. »

Orfanzia è un antiromanzo di formazione dove il tempo scorre e si dilata in maniera diversa nelle quattro fasi della narrazione. Una favola nera che si legge in un soffio, sempre in bilico tra fantasia e orrore, in cui bisogna stringere un patto tra le certezze di un bambino narrante e l’incredulità del lettore, spinto ad arrivare presto all’ultima pagina, dove tutto è possibile.

"Non respiro, non mi muovo, non faccio il minimo rumore, come se restando in silenzio potessi diventare invisibile"

Athos Zontini ha lanciato un progetto collaborativo sull’Hotel House, un residence nato negli anni Sessanta a Porto Recanati, come isola vacanziera a due passi dal mare, autosufficiente rispetto alla città, e che si è trasformato via via in una città ghetto.

Il progetto è sulla nostra piattaforma, passate a dare uno sguardo, e anche il vostro contributo.

Questa settimana vi abbiamo proposto tre punti di vista per raccontare la Napoli di oggi.

Solo tre, belli e originali, ma inevitabilmente parziali, perché ogni volta che si sceglie di raccontare qualcosa attraverso un articolo, un libro, un film o una canzone, dietro c’è sempre un punto di vista particolare.

Pensate per un attimo al cinema o ai documentari: anche quello che potrebbe sembrare il modo più oggettivo di raccontare qualcosa, perché utilizza le immagini, in realtà non lo è, perché la scelta di inquadrare un pezzo di realtà, esclude automaticamente tutto ciò che in quella inquadratura non entra. È il cinema, è la logica del campo e fuori campo.

Il campo è ciò che lo spettatore vede. Il fuori campo è tutto ciò che non viene mostrato ma che esiste in quanto parte dello spazio, di cui l’inquadratura è solo una minima parte.

C’è una selezione, anche in quel caso.

Questo giro alla larga ci serve per spiegare un concetto: di Napoli si continuerà a dire tutto e il contrario di tutto, ma il racconto di una città grande e complessa come la nostra non potrà mai essere univoco.

Ognuno farà parte di una storia, che, nel bene e nel male, nessuno mai potrà avere la presunzione di scrivere da solo, ma sarà sempre e comunque una storia da raccontare

“in questi posti davanti al mare

con questi cieli sopra il mare

quando il vento riscalda a suo tempo

il mare”.

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