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Una storia di MirianaKuntz

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Profumo e fragranza

Addormentami.

Pubblicato il 17 novembre 2017

Alice non aveva mai dormito con nessuno, a volte pensava che rientrasse nelle pratiche comuni che la gente si ritrova ad affrontare tutti i giorni, altre volte la cosa la spaventava a morte:- perché quando dormi non hai più i vestiti, e senza vestiti ti si vede il cuore.-

Amava quel ragazzo, lo amava forse più di sé stessa in certi momenti, ma non aveva mai avuto occasione di dormirci insieme, sarebbe sciocco raccontare che non avevano già fatto l’amore o si erano appisolati qua e là in macchina, sfatti e sudati, ma dormire insieme, beh, quello mai.

I più scettici staranno pensando che archiviata la pratica sesso non ci sia più bisogno di temere o desiderare nulla.

Alice temeva e desiderava la stessa cosa da moltissimi mesi, che quando Lui le aveva chiesto se avesse voglia di restare, quella sera, a casa sua, nel suo letto, lei si era sentita piccola e intontita come dopo una sbronza. Aveva poi scrollato le spalle, quasi ad essere infelice di quella proposta, ma dentro, il cuore stava già facendo percorsi sulla neve con capriole e slittino.

Quando entrò in stanza il letto di lui era spiegazzato qua e là, quasi come se qualcuno ci avesse fatto un’ ora di sesso, le lenzuola erano di ogni colore del mondo, le coperte pure. Faceva freddo lì dentro, tanto che i denti si battevano tra di loro in cerca di riparo, ma niente: il freddo della stanza rendeva difficile ogni cosa, ma non –il guardarsi-

Alice aveva uno strano potere negli occhi, quando lei guardava lui, lo spogliava senza usare le mani, e quando lui guardava lei, lei non aveva più bisogno di mettersi a riparo. Le mostrava ogni difetto, voleva svegliarsi e farsi vedere senza trucco in faccia, di come i suoi occhi riescano ad essere gonfi di prima mattina, di come la bocca che tanto lui amava fosse a tratti secca e tiepida, di come i capelli arricciati potessero risultare arruffati, sparsi qua e là sul cuscino, in mezzo alle federe coi puzzle. Voleva che la luce del mattino filtrando attraverso le finestre della camera puntasse dritta sui suoi difetti maggiori, su quelle smagliature impercettibili sui fianchi di qualche chilo fa, sulle cosce più grosse rispetto alle altre parti del corpo, su quel filo di pancia che se ne stava lì in allerta in attesa che qualcuno lo strattonasse via.

Alice non voleva più nascondersi, anche se la paura le faceva tremare le gambe.

Col freddo folle di quella stanza e di quella stagione, non ci pensò due volte, tirò giù i vestiti, restando nuda ai piedi del letto, lui che l’aveva già vista diverse volte nuda, quella volta ebbe come un sussulto, così a luce accesa, ai piedi di un letto, davanti ai suoi occhi senza preavviso, senza domande.

Nuda, come si sentiva ogni volta che lo amava, senza riserve, senza protezioni, senza richieste.

Alice era nuda e il suo corpo ancora poco abbronzato dall’estate era immobile e freddo. Lui le diede la mano e la fece sedere sul letto, poi fece lo stesso, tirò giù i vestiti, restando nudo e sbigottito.

Alice pensò che non c’era più bisogno di giocare alla commedia, se non ci fossero stati più segreti, le bugie non avrebbero avuto più senso, e tutto sarebbe stato migliore.

Allora pensò che se il suo corpo si adagiava al suo, nuda come mai era stata, le sue funzioni vitali si sarebbero allacciate a quelle di lui.

Cuore, che si allaccia al suo cuore. E batte come un tamburo, e poi si addormenta, fino a non sentirsi più, che fa come una cantilena, che si prende le pause giuste e i ritmi sensati, che ticchetta con precisione e si acquieta quando il suo cuore si acquieta.

Polmoni che si riempiono dei suoi polmoni, e l’aria che ne sarebbe uscita sarebbe stata così lieve che nessun respiro gli sarebbe mai assomigliato.

Respiro che si inceppa, perché si è troppo vicini, tanto da sentire la voglia esplodere nella gola e nella voce, che si strozza e non riesce più a parlare. Gemiti silenziosi che rimbalzano sulle mura, e danno una mano di vernice alle parole scolorite, che non sanno uscire al di fuori di un pensiero.

Ogni cosa di lei era in lui, ed ogni cosa di lui era in lei.

Era meglio del sesso, e meglio di ogni cosa mai avuta prima, la pratica più intima che due innamorati possano mai sperimentare.

Alice era ad un centimetro dal naso di lui, gli buttava aria sulla fronte, che i suoi capelli spettinati si muovevano in ogni direzione. Aveva gli occhi lucidi dall’emozione, e lui aveva i pensieri vividi negli occhi: non era lì a volerla prendere a tutti i costi, a portarsi dentro le sue gambe e dentro il suo ventre, desiderava toccarle il cuore e restarsene dentro i suoi pensieri segreti, e poi… dentro la sua parola cosciente.

Le braccia di lui serravano la vita di lei, fino a quando con un balzo sottile, Alice non salì sulle gambe, era come seduta su una seggiola d’oro, ma per assurdo migliore. Il suo corpo era assolutamente speculare a quello di lui, non passava uno spiffero di vento tra le due figure, non c’era spazio, non c’era ferita infetta che potesse spaventare, non c’era paura di pesi e leve.

Un ingranaggio insano che si tiene su un ingranaggio ancora più insano, ma che per assurdo insieme riuscivano a funzionare bene.

Alice mentre lo fissava, e gli accarezzava la tempia nuda, pensava a come sarebbe stato domani: a che voce terribile avrebbe avuto appena sveglia, in che posizione lui l’avrebbe vista, svegliandosi presto, come sarebbe stato il suo profumo, e che cosa si sarebbero detti appena svegli.

Mentre ci pensava, gli occhi le vorticavano veloci, il cuore correva all’impazzata una maratona insostenibile in mezzo a mille profumi.

Lui profumava di fresco e di fiori, e lei iniziò a profumare di lui, a poco a poco, come una conchiglia colorata che prende le sembianze del suo scoglio muschioso.

Aveva il suo odore in ogni parte: sull’incavo del collo, sulla punta della lingua, sullo spettro scosceso delle gambe, sull’inguine ghiacciato, sulle mani freddissime, in mezzo ai seni, all’incurvatura del ventre, in mezzo ai denti.

Il suo profumo era –il profumo- e se avesse tenuto questo bene a mente, avrebbe capito tutte le altre cose, avrebbe inteso il resto dei quesiti. – Il profumo dei risvegli belli- era esattamente quello, c’era da tenerselo in mente, anche quando poi sarebbe tornata a casa sua.

Lui era -il profumo- e lei la fragranza annessa.

Le lenzuola fresche di quel letto sempre disfatto erano la caverna giusta per un freddo spietato.

Lui le tirò su, fino a coprirle il sedere nudo.

Sotto il buio di quel nascondiglio non fece in tempo a pensare, che gli toccò le labbra con dolcezza.

Un bacio… due baci… tre baci…

Infiniti baci, perché non ce n’è mai abbastanza.

Alice non aveva mai baciato nessuno così, e non aveva più dubbi, neanche lui aveva mai baciato una donna in quel modo. Era come mordersi l’anima, prendersi a morsi con ferocia ma senza volersi ferire.

Erano baci dati con desiderio, e non solo baci da bocca e lingua.

Lui non smetteva, non riusciva mai a smettere, e per quanto avesse dubbi sulla buona riuscita dei suoi baci, lei non aveva mai provato niente di meglio.

Ogni volta che si baciavano si respiravano dentro, e ogni volta che il suo respiro toccava quello di lei, accadeva una strana magia: dove uno riempie l’altro senza incastrarsi per forza.

Quando lui, stanco e appagato si addormentò per primo tenendola stretta al suo corpo, Alice non ebbe più paura della sua nudità, e del suo cuore.

Lei lo sentiva, e quando il suo respiro incasinato, per la prima volta, iniziò ad essere regolare, capì che anche lei era la sua medicina, come lui lo era sempre stato per lei.

Il suo respiro si placò lentamente, come dopo una tormenta, e lei fece lo stesso, a poco a poco, rannicchiata sul suo petto caldo, calma, come mai lo era stata.

Profumo e fragranza

addormentati l’uno sull’altro.

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