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Una storia di LuigiMaiello

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"Il senso di una fine" di Julian Barnes: la mia recensione.

Vi racconto perché questo libro che ha vinto il Man Booker Prize 2011 mi è piaciuto tanto.

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Pubblicato il 28 dicembre 2017 in Recensioni

Tags: barnes ilsensodiunafine letteraturacontemporanea recensione

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Per chiudere l’anno in bellezza, voglio consigliarvi (e raccontarvi) un libro che a me è piaciuto molto: “Il senso di una fine” di Julian Barnes, un romanzo del 2012 di 160 pagine che ho letto in due mezze giornate e che considero un piccolo capolavoro .

Una storia tra passato e presente, in cui il protagonista rilegge la sua vita e cerca di darle un senso, ma il mistero di un uomo rimane sempre impenetrabile, e, come ci insegna Orson Welles in Quarto Potere, forse si scopre solo in punto di morte.

«La nostra vita non è la nostra vita, ma solo la storia che ne abbiamo raccontato».

Il senso di una fine è un esperimento di metaStoria, dove il tempo, la storia e la memoria si incontrano per mettere in evidenza i limiti di ognuno, attraverso i tanti flashback con i quali Tony, il protagonista, ricorda e racconta le vicende del suo passato.

Si parte dalla sua gioventù: le storie di quando è ragazzo, con il gruppo di amici con cui va a scuola; di quando tutti insieme si interrogano sul loro futuro e sulla vita che ai loro occhi doveva ancora cominciare.

“Eravamo presuntuosi, se no a che serve essere giovani?”

Il gruppo di amici è composto da Tony (il narratore), Alex, Colin a cui si aggiunge Adrian, il più intelligente e colto di tutti. A un certo punto un loro amico si suicida perché la sua ragazza è rimasta incinta. È uno dei momenti di svolta della loro gioventù.

"Quando uno è troppo intelligente, secondo me rischia di perdere la testa, se non sta attento".

C’è l’amore giovane, immaturo e un po’ goffo con Veronica. Poi la storia e il college finiscono, e gli amici si disperdono.

“Ecco un'altra delle nostre paure: che la vita potesse rivelarsi diversa dalla letteratura".

I protagonisti dell’amore cambiano, Veronica sta con Adrian, che avvisa Tony di questa relazione. Tony sembra indifferente, ma in realtà non è così. Lo scopriamo solo andando avanti con la lettura, quando Veronica fa rileggere la lettera che Tony aveva inviato a loro due. Una lettera durissima, che Tony tiene nascosta al lettore e anche a se stesso. L’aveva dimenticata, forse perché gli conveniva fare così.

“Con quale frequenza raccontiamo la storia della nostra vita?

Aggiustandola, migliorandola, applicandovi tagli strategici?”

È questo il punto su cui riflettere: siamo sicuri che certe cose siano realmente accadute, o forse è solo il modo in cui ce le ricordiamo e ce le raccontiamo?

La seconda parte del libro si apre con la lettera di un avvocato, dalla quale Tony viene a sapere di un’inattesa e quanto mai enigmatica eredità fatta di cinquecento sterline e di un diario del passato. Chi gliel’ha lasciata e cosa c’è scritto in quel diario?

A metà tra un thriller e un romanzo esistenzialista, questo libro lascia spazio a molteplici piani di lettura e interpretazione. Barnes infatti gioca con il protagonista e con il lettore in questa storia che è anche una riflessione sulla compresenza in ogni narrazione di più versioni degli stessi fatti, costruite sovente a scopo di autogiustificazione.

Accade a ognuno di noi di ripensare, a distanza di tempo, a qualcosa di brutto che abbiamo fatto, e di giustificarci, prima di tutto con noi stessi, creando quei rapporti causali tra un evento e l’altro che tanto piacciono a noi e alla nostra mente, che odia il caos e a cui non piace neanche ammettere di aver di sbagliato.

La narrazione in prima persona del protagonista ci fa credere di essere di fronte alla cronaca dei fatti. Il narratore sembra farci l’occhiolino ogni volta che ci lascia un indizio, ma in realtà ci prende in giro e ciò che ci viene narrato per buona parte del libro non è la storia ma solo una delle storie, la versione di Tony.

È una ricostruzione assolutamente oggettiva, basata solo su ciò che si è sedimentato nella sua memoria, e su ciò che decide di rivelare agli altri, ma soprattutto a se stesso (come nel caso della lettera). È un narratore inaffidabile, la cui credibilità è compromessa, ma ce ne accorgiamo soltanto alla fine.

La parte che mi è piaciuta di più è quella in cui Tony racconta, da adulto, tutti i sogni e progetti che aveva da adolescente. Come ogni giovane, non aveva immaginato la sua vita in quel modo:

Ricordo un periodo verso la fine dell'adolescenza in cui mi ubriacavo mentalmente di prospettive avventurose. Eccomi come sarò da adulto. Andrò in quel paese, farò questo, scoprirò quello, mi innamorerò di lei, e poi di lei, di lei e di lei. Vivrò come da sempre vive la gente nei romanzi. Quali romanzi, non mi era chiaro, ma sapevo per certo che passione e pericolo, estasi e disperazione (ma sempre seguita da altra estasi, intendiamoci) non sarebbero mancati.

In realtà Tony aveva vissuto una vita modesta, senza ambizioni.

La sua stella polare era stata la cautela, senza mai puntare a vincere né a perdere. Una vita timida, dalla quale aveva allontanato tutto ciò che gli poteva procurare dolore, andando avanti rispondendo solo all’istinto di sopravvivenza.

“Quando si è giovani si vogliono provare sentimenti simili a quelli di cui leggiamo nei libri. Passioni che ti sconvolgono la vita, che creano e definiscono una realtà nuova. Più tardi vogliamo dai sentimenti qualcosa di più pratico e modesto: che siano di sostegno alla nostra vita per come è diventata e si manifesta.”

Il senso di una fine e di una vita, allora, è da ricercarsi in questa consapevolezza, che ciò che viviamo non solo è ciò che ricordiamo, ma ciò che raccontiamo di aver vissuto, in una continua ricostruzione della nostra biografia.

Fino a quando verrà una persona che ci dirà: “Ma ancora non capisci?”, come fa Veronica alla fine del libro, con una domanda che rivolge a Tony. E anche al lettore.

"All’improvviso mi sembra che una delle differenze tra la gioventù e la vecchiaia potrebbe essere questa: da giovani, ci inventiamo un futuro diverso per noi stessi; da vecchi, un passato diverso per gli altri”

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