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Una storia di LuigiMaiello

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Intertwine Consiglia n.66: Esiste ancora il sogno americano?

La sfida tra la Clinton e Trump e l’"American Dream" raccontato con il film Il Petroliere, i La Terza Classe e Underworld di Don DeLillo.

Pubblicato il 29 settembre 2016

“L’America non è come una coperta – un pezzo di tessuto intero, dello stesso colore, con la stessa trama, la stessa dimensione. L’America è più simile a una trapunta – molte toppe, molti pezzi, molti colori, molte dimensioni, tutti tessuti e tenuti insieme da un filo comune.”

(Henry Martin Jackson)

La grande attesa è finita, lo scontro per arrivare alla Casa Bianca è iniziato, ma finora, in realtà, ha anche un po’ deluso.

Hillary Clinton e Donald Trump, nel primo confronto televisivo che ha tenuti incollati allo schermo circa cento milioni di telespettatori, hanno giocato più a stuzzicarsi reciprocamente su tasse non pagate (da Trump) e su e-mail tenute segrete (dalla Clinton) che a parlare di programmi, ma siamo sicuri che nei prossimi discorsi presidenziali ci sarà ancora tanto spazio per il cosiddetto “sogno americano”.

Donald Trump e Hillary Clinton

Per “American Dream” si intende quell’idea diffusa secondo cui, grazie al duro lavoro, al coraggio e alla determinazione, ognuno può raggiungere un migliore tenore di vita e la prosperità economica. Un’idea che ha spinto anche tantissimi emigranti nel secolo scorso a fuggire dall'Europa nella speranza di avere una maggiore uguaglianza, soprattutto nelle possibilità di realizzarsi.

«Vi dico oggi, fratelli miei, non perdiamoci nella valle della disperazione. E anche se affrontiamo le difficoltà di oggi e di domani, io ho ancora un sogno. È un sogno profondamente radicato nel Sogno Americano». I have a dream, Martin Luther King.

Tutte queste sono state (e sono) idee nobilissime, ma oggi c’è ancora spazio per questo sogno? O forse il “sogno americano” si è trasformato in abbondanza per pochi e poco per tutti gli altri?

Tema centrale che non è stato ancora affrontato, ma di cui si dovrà parlare, visto che gli Stati Uniti rappresentano ancora la prima potenza del mondo.

È necessaria una nuova distribuzione della ricchezza visto che quasi un miliardo di persone vivono in condizioni di povertà estrema e senza accesso all’acqua pulita?

Quando si parlerà degli enormi cambiamenti climatici in corso che potrebbero portare all’estinzioni di metà delle specie del pianeta?

“Mentalità divertente quella degli americani: nessuno ha detto niente quando Nixon ha bombardato illegalmente la Cambogia, ma se lo avessero sorpreso in una camera d’albergo con una minorenne lo avrebbero cacciato in due giorni.” (Woody Allen)

Torneremo su questi punti alla fine del’articolo, ora però “Intertwine Consiglia n.66: Esiste ancora il sogno americano?”, inizia con un film che dell’ “American Dream” incarna perfettamente le aspirazioni, ma anche tutte le contraddizioni.

“Ho finito”

È questa l’ultima frase de Il Petroliere (2007), uno dei film più belli degli ultimi venti anni, diretto da Paul Thomas Anderson.

A pronunciarla è il protagonista, che così sancisce la fine della sua vicenda personale. Ha creato la sua storia dal niente, e ora decide anche quando terminarla, prima che altri possano appropriarsene.

“Voglio guadagnare così tanto da stare lontano da tutti.”

Daniel Plainview (Daniel Day-Lewis) è un uomo solo, ma la storia di ognuno si può comprendere (e raccontare) solo tenendo conto delle relazioni che intrattiene con gli altri. È la rete che tessiamo intorno a noi a caratterizzarci più di ogni altra cosa, e in questo la storia di Daniel Plainview è emblematica, perché densa di incontri.

All’inizio, nel silenzio del prologo scandito solo dalle musiche di Johnny Greenwood dei Radiohead, lo vediamo alle prese con un pozzo dal quale estrae argento. Dopo un po’, da un pozzo estrarrà petrolio: sarà questo l’incontro che gli segnerà la vita e il viso, e gli donerà anche un figlio dalla “faccia dolce e bella” che tanto gli sarà utile per convincere le famiglie ultracattoliche americane a vendergli il terreno.

“Sono un padre di famiglia. Conduco un'azienda famigliare. Lui è mio figlio e mio socio, H.W. Plainview. Spero perdoniate il mio modo di parlare semplice, all'antica, da uomo che scava nella melma. Porto avanti il lavoro come in un'impresa a conduzione familiare. Io lavoro fianco a fianco con il mio stupendo figlio H. W. ... Potete trovare in noi quei valori famigliari che solo pochi cercatori di petrolio conoscono.”

Non c’è una donna in tutto il film. C’è solo la terra, dal cui grembo l’uomo estrae prima l’argento, poi il petrolio: è la metafora dell’avidità degli uomini che tolgono agli altri per l’arricchimento personale.

“Io vedo il peggio nelle persone, Henry. Solo uno sguardo basta per sapere chi sono in realtà. La mia barriera di odio si è innalzata lenta negli anni e... averti qui mi dà un nuovo slancio vitale, io non riesco più a lavorare da solo con queste... persone.”

Il suo avversario/alter ego nel film è Eli (Paul Dano), un giovane predicatore che basa la sua autorità sulla comunità su un misto di fede e paura; al contrario Daniel non è neanche battezzato. I contrasti tra i due sono molto forti, e avranno un epilogo tragico.

I protagonisti incarnano le due anime dell’America: il capitalismo e l’evangelismo, ora in feroce lotta tra loro, ora felicemente a braccetto (come durante l’amministrazione Bush).

Vediamo Daniel Planview all’inizio del film nascere dal nulla di un pozzo, solo e sperduto nel deserto. Lo rivediamo alla fine immerso in una villa californiana, ma sempre da solo.

È l’incarnazione perfetta del capitalismo americano.

Spirito d’iniziativa, ottimismo, perseveranza, egoismo, forza di volontà nel superare ogni sorta di ostacolo. È uno che rischia, come quando acquista enormi appezzamenti di terreno senza avere la certezza che lì sotto ci sia petrolio, ed è uno che non si fa scrupoli quando deve abbandonare suo figlio.

È l’incarnazione dell’uomo che può tutto attraverso la volontà, che nel suo caso lo porterà a essere ricchissimo, ma anche ad essere lontano da tutti, perché di nessuno si fida, ma è ciò che vuole.

Quando il film finisce è il 1929, l’anno della grande depressione e del crollo di Wall Street.

C’è anche chi ha iniziato a suonare e cantare avendo come aspirazione proprio il “sogno americano”: parliamo de La terza Classe.

Con La Terza Classe il folk americano incontra la città di Napoli: questo gruppo di ragazzi napoletani infatti mescola folk americano e canzoni classiche della città partenopea.

Hanno iniziato dalla strada, inseguendo il sogno americano, e poi hanno deciso di partire con gli strumenti sulle spalle e di girare in lungo e in largo gli Stati Uniti: un viaggio da New York a Philadelphia, da Washington a Baltimora, passando per posti in cui la musica di ogni genere è nata e si è sviluppata con una connotazione sociale molto forte: Memphis, Nashville, New Orleans, ecc.

Da questo viaggio è nato un documentario: Flat Tyre - An American Music Dream, che, presentato al Pan (Palazzo delle Arti Napoli) – e proiettato due volte per la grande affluenza di pubblico - è stato inserito nella sezione Schermo Doc del Napoli Film Festival.

Un viaggio di 42 giorni e oltre 2600 chilometri racchiuso in 71 minuti con la regia e le riprese ad opera di Ugo Di Fenza, mentre il montaggio è a cura di Paolo Ielpo.

Il regista Ugo Di Fenza, che ha accompagnato i La Terza Classe in questa avventura, ci ha detto:

“La cosa più sorprendente di questo viaggio è semplicemente la musica, perché quando si torna alla vita normale è strano non essere sempre accompagnati da una band di sei persone. È strano non veder più le persone distratte per strada che a ogni singola nota si voltano sospettosi e curiosi. Senza musica cambia davvero tutta la percezione della vita”

Ma torniamo alle loro origini.

I La Terza Classe suonano e cantano per le strade e per le piazze le storie di celebri mascalzoni anglosassoni e di ribellione dalla schiavitù.

Storie come quella di John Harry, uno schiavo nero a cui un giorno il padrone dice che al suo posto metterà una macchina, perché è più produttiva. Lui si ribella, ma non c’è bisogno che ve la racconti io, ascoltate direttamente la sua storia raccontata e cantata dai LaTerza Classe in un live a Piazza San Domenico a Napoli.

Il sound caratteristico de La Terza Classe è quello delle zone comprese fra le isole britanniche e la Lousiana: i suoni tutti acustici la fanno da padrone, proprio come sui ponti dei maestosi transaltantici, oppure come per le strade delle città bagnate dal fiume Mississippi dove folk, blues e earlyjazz si mescolavano.

La band ha autoprodotto nel 2013 un primo LP, “Ready to Sail”, che è stato accompagnato da una costante e intensa attività “live” in più continenti. A maggio di quest’anno è uscito il loro secondo lavoro, “Folkshake”, contenente 8 brani.

Conosciamoli meglio nel video della loro esibizione al programma televisivo Italia’s Got talent, in cui hanno riscontrato un grande successo.

“In un paese che ha fretta di creare il futuro, i nomi legati ai prodotti costituiscono una durevole rassicurazione. Johnson & Johnson, e Quaker State, e Rca Victor, e Burlington Mills, e Bristol Myers, e General Motors. Questi sono i venerati emblemi di un’economia fiorente, più facili da identificare dei nomi di battaglie o di presidenti morti.”

Underworld è un romanzo dello scrittore statunitense Don DeLillo, pubblicato nel 1997.

Tutta la storia è tenuta insieme da una pallina da baseball rossa, che passa di mano in mano. Siamo in una partita storica, quella tra i New York Giants e i Brooklyn Dodgers. Dopo essere stati in svantaggio per l’intera partita, al nono inning i Giants, con Bobby Thomson, eseguono un fantastico fuoricampo con tre basi occupate, guadagnando così la vittoria della partita e del campionato.

Quando il battitore batte un fuoricampo, tutto il pubblico sugli spalti

si mette a guardare il cielo e si chiede dove andrà a finirà quella pallina.

In Underworld, la palla del fuoricampo è recuperata da un ragazzino, ma gli viene tolta quasi subito. La pallina passerà di mano in mano, e verrà usata da DeLillo come collante per i diversi episodi del romanzo.

Tutti raccontano qualcosa a quelli pallina: segreti di famiglia e storie personali inconfessabili. È il loro strumento di sfogo, che in un certo senso assorbe le storie di ognuno e le fa girare tra le persone.

Sono tanti i personaggi della storia e ognuno ha qualcosa da raccontare. I temi sono tipici della letteratura postmoderna, di cui DeLillo è uno degli esponenti più noti.

C’è spazio per il complotto e le dietrologie da Guerra Fredda, ci sono la crisi di Cuba e la paura della bomba atomica (il giorno della partita è contemporaneo ad un test atomico dell'URSS).

De Lillo anticipa i tempi parlando di ossessione mediatica, riferendosi alle soap opera, ma anche al videotape di un killer trasmesso ossessivamente (fenomeno che con i social network ha avuto una crescita esponenziale).

E poi c’è la critica al consumismo, o meglio alla “società dei consumi”.

“È interessante pensare alla grande esplosione del cielo

che noi riduciamo a forme di animali e utensili da cucina.”

Underworld è un romanzo di ottocentottanta pagine che ci racconta una società americana sempre in bilico tra vita e morte, tra perdita di valori e slanci liberatori, e la struttura del libro non aiuta (volutamente) a fare chiarezza, presentando le parti del romanzo invertite cronologicamente (a parte il prologo e l'epilogo).

Underworld è il mondo in cui è immerso l’uomo contemporaneo: è il "mondo di sotto", o se volete, è il "mondo alla rovescia" .

“A casa nostra volevamo una spazzatura pulita, sana e sicura. Sciacquavamo le bottiglie vecchie e le mettevamo negli appositi bidoni. Toglievamo doverosamente la carta frusciante dalle scatole di cereali. Era come preparare un faraone per la morte e la sepoltura.”

La verità è che le elezioni presidenziali di novembre porteranno comunque dei grandi cambiamenti alla politica economica, sociale ed estera americana. Le differenze non saranno solo quelle tra Trump e la Clinton, ma anche tra la stessa Clinton ed Obama, che nei suoi due mandati ha spostato le politiche molto più a sinistra rispetto a tutti gli altri presidenti (anche democratici) del passato.

Chi vincerà?

Dopo il primo scontro molti vedono in vantaggio la Clinton, ma bisogna stare ben attenti perché quell’aria di “maestrina” alla gente non piace. Lei è sempre molto composta, quasi con "la puzza sotto al naso", e poi fa parte dell’establishment (molte persone non vedono di buon occhio questa cosa). Ricordate il film “L’uomo dell’anno” di Barry Levinson, in cui un popolarissimo conduttore comico di un talk show (Robin Williams) finisce con vincere le elezioni presidenziali?

Tutto ciò accadeva perché lui sapeva come parlare alle persone.

Come afferma Annamaria Testa in un suo articolo:

"Se l’informazione non arriva, se arriva distorta o se i destinatari la rigettano, significa che qualcosa non funziona. La responsabilità non è mai dei destinatari che non capiscono. È sempre dell’emittente, che non sa farsi capire dai destinatari a cui si sta rivolgendo."
Robin Williams in “L’uomo dell’anno”

In fondo quella del sogno americano è una grande storia.

Come in tutte le storie, il mondo narrativo non risponde al motto “Penso, dunque sono” (“Cogito ergo sum” cartesiano), ma al “Voglio dunque sono”.

È il desiderio, in ogni suo aspetto (positivo e negativo), a far girare il mondo, a muovere gli esseri viventi dotati di coscienza e a dar loro una direzione.

Forse è anche questa la vera essenza del sogno americano.

I miei genitori mi hanno dato un nome africano, Barack, che vuol dire "benedetto" pensando che in un'America tollerante il nome che si porta non sia un ostacolo al successo. Hanno immaginato che sarei andato nelle migliori scuole del paese anche se non erano ricchi, perché in un'America generosa non si ha bisogno di essere ricchi per realizzare le proprie potenzialità.

Barack Obama

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