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Una storia di FrancescoFrancica

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FUMO E ODORE DI WHISKEY

SARÀ QUESTA LA FINE?

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Pubblicato il 26 giugno 2018 in Avventura

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"C'è un sottile filo di malinconia, che nemmeno le Parche possono tagliare, nascosto tra le pieghe della pelle di un pugno chiuso che continua a tenere duro. Vi abbraccio con affetto e buona strada Fratelli."

Le lettere scritte a pennarello sulla copertina di un grosso quadernone a fogli bianchi erano consumate, abbandonate sul cartoncino ingiallito da un milione di anni, deformate dalle pieghe delle pagine manoscritte, gonfie d'inchiostro, di parole, di disegni e di vita.

Lo Zibaldone, come lo chiamavano tutti, era diventato parte della band, li seguiva da anni ovunque andassero, di solito se ne stava tranquillo nel cassetto sotto il mixer nella cantina adibita a sala prove di Tommy, il batterista, aspettando che a fine serata qualcuno lo tirasse fuori e ci annotasse il testo della prossima canzone o ci scarabocchiasse su qualcosa di divertente da riguardare tra altri vent'anni.

Quando invece si andava on stage c'era sempre qualcuno che lo raccoglieva e lo posizionava in un punto strategico del palco, nascosto ma non troppo così che qualche occhio attento del pubblico potesse notarlo e chiedersi che cosa ci facesse quella risma di cartaccia di fianco alla spia, sotto il rullante o tra una bobina di cavi.

Non si cominciava senza il vecchio Ziba, come quella volta che partiti alle sei di sera, dalle parti di Rho a Tommy venne in mente di chiedere:

"Fra, lo Ziba è a bordo, sì?"

"Cazzo Tommy! Mi avevi detto che lo avresti preso tu..."

"Ok Fra, ma ce lo avevi sotto braccio tu e pensavo che te ne saresti occupato. Oppure ci giravi in giro solo per non caricare un cazzo come al solito?"

"Tranquilli ragazzi, si torna indietro. Marco rollane un'altra che ci prendiamo un'oretta di ritardo, quanto è di penale?"

"Ci tocca pagarci le birre..."

"Fanculo... ci si ferma anche al supermercato e si prende una cassa?"

"Andata!"

"Andata!"

"Andata!"

"Andata!"

"Andata!"

"Andata!"

E così nacque "Andata per sei, Ziba!" un blues che in scaletta non mancò più, il testo lo si poteva leggere dalle parti della pagina 350, capitolo "Anno Domini 23" o giù di lì.

Fu proprio grazie allo Ziba che Marco, il bassista, conobbe Ele. Era un locale piccolo e lungo come un budello, il palco bastava giusto a tenerli tutti e sei, anzi Fra dovette cantare senza spia e durante il concerto scese due o tre volte dal gradino rischiando ogni volta di far fischiare i larsen. Spazio per lo Ziba proprio non ce n'era e così Marco che aveva adocchiato la biondina al secondo tavolino a destra del Fra, appena prima del'inizio del concerto si presentò al tavolino con il basso sotto praccio e il quaderno in mano, salutò il gruppo di ragazze, consegnò lo Ziba in mano alla biondina e disse serissimo: "Lui è il settimo elemento dell band, ma stasera non può stare con noi, te lo lascio in custodia. Puoi leggerlo se vuoi, quando sulla pagina vedi una M rossa puntata vuol dire che quella roba l'ho scritta io, ci troverai tutti i testi di quello che suoneremo là sopra. Mi raccomando: trattalo come se non avessi mai amato nessuno in vita tua ed ora scoprissi improvvisamente con lui il significato della parola amore."

Poi fece per voltarsi e tornare sul palco, dopo tre passi si fermò e si girò di nuovo verso di lei: "Ti dedico la quarta canzone, la trovi a pagina 83"

Il Fra quella sera "L'oro dei tuoi capelli", la quarta canzone in scaletta, la cantò come se non ci dovesse essere stato più un domani (forse perché era appena stato lasciato da una delle sue ex dai capelli biondi che lo aveva beccato con un'altra). Fatto sta che Ele non smise un secondo di fissare Marco negli occhi per tutta la durata della canzone, poi andò a pagina 83 dello Ziba e proprio sotto il testo, dove Marco ci aveva apposto la sua proverbiale M. rossa ci scrisse

"Grazie M. !

XXX Ele

347 555876543"

Non era andata male quella sera.

Nonstante il locale non fosse dei più accoglienti, di gente ce n'era e a quanto pareva gradiva la loro musica.Nessuno gli aveva tirato nulla come invece era successo a Sesto.Lo sapevano che non avrebbero dovuto accettare, quello dove dovevano suonare era un locale pieno di gente con la puzza sotto al naso, ma loro niente. Testardi più dei muli e presuntuosi come pavoni, si erano buttati ad occhi chiusi ed alla fine fu come se fossero stati investiti da un treno in corsa.

Marco quella storia se la ricordava come un incubo e gli altri ancora peggio.

Ma quella sera era buona.

Marco aveva visto che la biondina non gli aveva tolto gli occhi di dosso mentre cantava e ora teneva stretto lo Ziba. Buon segno.

Fece per scendere dal palco, ma inciampò in un cavo e se non ci fosse stato Tommy ad agguantarlo, sarebbe finito dritto con i denti su uno degli amplificatori.

"Porca puttana, Tommy, cosa ci fa qui questo cavo?"

"Cosa vuoi che ci faccia, sta dove deve stare. Se tu non guardi dove metti i piedi è un problema tuo".

"E se mi fossi sfracellato??"

"Avremmo cercato un altro bassista"

Sconcertato ed anche piuttosto incazzato, Marco decise di lasciar perdere e di raggiungere velocemente la sua biondina.Quando ritornò padrone di sè stesso, scese gli scalini convinto di dirigersi verso il tavolino di lei, ma quando alzò gli occhi certo di incontrare i suoi, si bloccò a metà.

Il tavolino era deserto.

Al centro, circondato da bicchieri di birra vuoti, campeggiava lo Ziba.

Cacchio, non si poteva lasciare lo Ziba così solo e abbandonato!

Scese di corsa il resto degli scalini e si precipitò a riprenderlo.Mentre lo teneva in mano facendo girare le pagine come fossero un ventaglio, pensò che, forse, anche quella bionda non valeva la pena.

Si mise sotto il braccio lo Ziba e si unì agli altri che stavano già sbaraccando.

Il martedì successivo era, al solito, serata prove, giù nella cantina del Tommy, insonorizzata da improbabili cotenitori di plastica per le uova (perché quelli di cartone di trent'anni fa non li producevano più) e qualche tappeto "persiano" raffazzonato dalla soffitta della nonna di qualcuno. L'appuntamento era alle nove, ma c'era la mezz'ora lasca, di regola. Tommy faceva roteare le bacchette tra l'indice e il medio, già seduto sullo sgabellino dietro i tamburi, lascianto cadere qualche colpo sul rullante o sul charleston (come fanno tutti i batteristi, che non la smettono mai, nemmeno in pausa). Marco sprofondava sull'"orrido puf" di fracchiana memoria, che si erano procurati in qualche mercatino delle pulci e cercava di prendere la bottiglia del Jack Daniel's sopra il tavolino lì accanto. Fra camminava nervoso per la saletta, rimboccandosi le maniche della camicia, per non saper che altro fare. Tutti aspettavano gli altri tre membri della band, in vistoso ritardo.

"Che hai, Fra? Rilassati! Sembra che ti abbia morso la tarantola!" Disse Marco, desistendo dall'afferrare la bottiglia del whiskey e abbandonandosi nel tenero abbraccio del puf.

"Eddai! Va bene un po' di ritardo, ma adesso si esagera... " poi Fra si bloccò un istante e alzando l'indice al cielo, indicando un'idea che gli era balenata in testa, agguantò lo Ziba da sopra il tavolino e l'aprì: "Tito and Tarantula! Grande questa! Mi sarebbe sempre piaciuto fare una cover di quei tipacci! Ne prendo subito nota!" E, per caso, o perché le pagine gonfie e sgualcite si aprivano automaticamente sull'ultima parola detta dal settimo membro della loro band, Fra si accorse del sacrilegio.

Le parole erano lì sopra, scritte con una calligrafia rontonda e compatta, quasi all'interno di una nuvoletta di svolazzi rosa... tipicamente femminile. "Grazie M. !XXX Ele347 555876543".

Un tonfo secco di Tommy sulla cassa e poi il silenzio. Ecco, Marco aveva raggiunto la bottiglia di Jack, e come un bambino di fronte ad una manciata di caramelle stava armeggiando con il tappo a vite.

"Cazzo è 'sta roba?" Disse Fra, sconcertato, voltando il quaderno verso Marco, e attirando anche lo sguardo curioso di Tommy, più per il tono che aveva usato, che per il gesto.

"Cosa?" Chiese Marco, distraendosi, e per non far cadere il Jack Daniel's che impugnava con la destra, lasciò scivolare il tappo tra le dita strette della mano sinistra, battendo il record mondiale di taglio al pollice procurato da un tappo a vite. Marco lasciò sfuggire mezza bestemmia, mentre si portava la mano alla bocca per tamponare l'immediata perdita di sangue.

"No, dico," fece Fra: "qualcuno ha scritto sullo Ziba... e non è uno dalla band!" Fra tradusse in parlato la nota incriminata: "Grazie Emme Bacibacibaci Ele tre quattro sette..." Poi s'interruppe e fulminò Marco con uno sguardo inquisitorio, come a dire: ecco il colpevole.

"Ma che diamine...?" Ribattè il vampiro, che stava cercando un fazzoletto per smettere di succhiare il proprio sangue. Marco si alzò a fatica dal puf e si avvicinò a Fra, senza temere la sua evidente incazzatura. "Guarda che disastro: mi sono tagliato con il tappo del Jack."

"Guarda tu! Sei stato tu ad abbandonare lo Ziba in mano a qualche sconosciuta...", rammentò Fra, mentre Tommy ridacchiava dell'imbarazzante situazione e suggeriva rimedi sarcastici per il taglio di Tommy: "Buttaci sopra del whiskey!"

"Questa è stata la biondina di Sesto!" Rincarò Fra, mentre Marco non sapeva più che pesci pigliare, con quella ferita del cavolo.

"Oh, cazzo, non me ne ero nemmeno accorto! Pensavo mi avesse dato il due di picche."

"Te lo do io il due di picche... lo sai bene che non si può lasciare incustodito lo Ziba!" Insisteva Fra, proprio mentre, dalla sommità delle scale, una sbuffata di fumo dall'odore incensato, preannunciava l'arrivo di qualcuno: "Siamo qui." Tommy accolse i ritardatari con una rullata, e un annuncio quasi solenne: "Attenti raga... il Fra è incazzato nero!"

"Utilizzare lo Ziba per raccattare un po' di gnocca... Marco!"

"Beh... Ne valeva la pena... Ma l'hai vista bene? Un pasticcino... Perché tu non lo avresti fatto? Hai usato metodi di gran lunga più meschini Fra! Sii onesto."

Il Fra si diede una calmata, in effetti per un giro di valzer, come li chiamava lui avrebbe fatto carte false e non poteva biasimare la leggerezza dell'amico, d'altronde probabilmente anche lo Ziba stesso sarebbe stato d'accordo a spalleggiare il bassista. Si guardarono in faccia, alzarono un angolo della bocca e si dissero molto di più di quanto si poteva esprimere a parole. Si conoscevamo dai tempi delle medie e se la prima pagina dello Ziba era targata con una M puntata in rosso, la seconda aveva in basso a sinistra un cerchiolino blu con all'interno uno strano segno che poteva anche ricordare un "Fra".

Michele e Lele entrarono in saletta stringendo tra le mani un grappolo di birre fresche appena raccolte dal congelatore di sala: "Forza su, una a testa e po si comincia..." Ognuno prese la sua bionda e la scontrò contro quella dell'altro, "Pereperepè" Fu il coro in onore di un vecchio film che ogni anno si riguardavano tutti insieme e dal quale da allora avevano preso spunto per il personalissimo brindisi.

Marco ebbe qualche probleme nel suonare quel martedì, con il pollice impacchettato in un fazzoletto di carta, ma il groove non fece fatica a scorrere. Arrivò puntuale dopo il quattro battuto dalle bacchette di Tommy, aperto dalla bennata sulle corde della stratocaster di Michele, sostenuto dal giro di basso di Marco, sottolineato dall'incalzare dell'Hammond di Ale, ricamato dal sax di Lele e dall'armonica di Fra, finché non esplose nel ritornello tra la voce di Fra, il sax di Lele e l'assolo di Michele, le tre primedonne che iniettavano adrenalina nelle vene.

Caricati di flusso artistico e di emozioni improvvisarono un giro blues, Lele Prese lo Ziba e buttò giù un paio di strofe dedicate alla biondina indisciplinata che aveva imbrattato il vecchio librone, poi a turno ci fecero su quattro scarabocchi, Michele decretò il giro "GX4 - G C G A D -G C G D G", Ale diede il titolo "Ballerina di saloon", Tommy appuntò la data astrale d'ordinanza e lo Ziba, scrigno di avventure e custode di emozioni, si ritrovò a conservare una nuova canzone della Band.

La suonarono, la tirarono lunghissima come al solito, ognuno si ritagliava il suo assolo: Hammond, chitarra, sax, armonica mentre basso e batteria sostenevano la maratona finché il Fra fece il solito cenno a Tommy e chiusero.

Ale: "Ragazzi venti minuti di pezzo mi sembra un po' eccessivo..."

Michele: "Dipende dal pubblico: se cominciano a ballare la possiamo tenere così, se ci lanciano qualche reggiseno andiamo avanti per tre quarti d'ora..."

Fra: "Se poi ti lasciano il numero di telefono sullo Ziba la si tiene in piedi per un'ora, magari si fa a meno del giro di basso e si va avanti fino a fine serata, no?"

Se la risero in coro e Marco tirò su il pollice malamente bendato con il fazzoletto ormai intriso di sangue coagulato mentre con l'altra mano tracannava dalla bottiglia di Whiskey con indice e medio dritte a stringere quello che restava di una sigaretta arrotolata.

Sgranò gli occhi come se si fosse ricordato di un impegno improvviso, appoggiò la bottiglia, si sfilò il basso dalla spalla e aprì lo Ziba a pagina 83, lesse il numero e lo compose sulla tastiera del cellulare. Dopo qualche la prolungato, nel silenzio assoluto che si tenne in saletta, si avvertì indistintamente una vocina che dall'altro capo dell'etere rispose un "Pronto?" squillante e curioso.

"Ciao, sono M."

Tommy diede il quattro e, senza giro di basso ripartirono all'unisono in un melodico frastuono blues.

Marco scappò fuori ridendosela sotto i baffi.

Michele sganciò la tracolla dalla Stratocaster e la posò delicatamente sul treppiede: "Basta! Mi sono rotto di suonare a cazzo senza la linea del basso. Adesso vado fuori e gliene dico quattro, a Marco...". Gli altri smisero all'istante. Anche Tommy non picchiava più sui tom. A Lele scappò una mezza risata che sembrò una pernacchia, e Fra asciugò l'armonica con un fazzoletto di carta, dicendo, con un'espressione del volto degna di Clint Eastwood: "Quando si suona si suona... mica si tromba!" Dando il suo placet alla spedizione punitiva di Michele.

Proprio mentre si consumava questa scenetta, la porta dello scantinato si aprì per vomitare un Marco stonato. Scese le scale senza guardare gli altri membri della band. Agguantò il suo strumento che riposava muto sopra l'ampli. Staccò il cavo, lo avvolse alla meglio, gettandolo dentro la custodia rigida, adagiandovi poi anche il basso. Chiuse il coperchio, sollevò l'ingombrate fardello e solo in quel momento i suoi occhi incontrarono quelli dei suoi attoniti compagni di blues. Nessuno spiccicò parola: erano troppo sorpresi. Ci fu un lungo istante di silenzio. La cosa peggiore in una sala prove di una band rodata.

"Beh... io devo andare..." Sì, era un Marco decisamente stonato. Fece due passi verso la scala che l'avrebbe condotto fuori dalla cantina-sala prove, e poi chissà verso cosa.

"Ma che...?" Provò a protestare Lele, seguito da Tommy, che si alzò di scatto dallo sgabello, con le bacchette di banano in mano, sospese a mezz'aria come le antenne di un improbabile insetto. La mano di Fra scattò verso di loro, in un cenno imperioso, mentre gli occhi erano fissi su quelli del bassista, dell'amico, del compagno di mille avventure. Nessuno riuscì ad immaginare che cosa pensasse Fra in quel momento, e nessuno lo seppe mai neanche in seguito. Il cenno con la testa che Fra fece senza staccare lo sguardo dalla faccia di Marco ebbe il suo effetto. Ale, nascosto dietro la tastiera, che si trovava tra la batteria e la rampa delle scale, forse era l'unico che aveva intuito qualcosa. Con finta non curanza si frappose tra la mano sollevata di Fra e la voglia di Marco di infilare le scale, distogliendo entrambi da quel silenzioso motto di sfida. Si accorse che qualcosa s'era spezzato. Il filtro che Ale rappresentava tra Marco e Fra, diede lo slancio a quest'ultimo per fare quello che doveva fare. Un malinconico fruscio di vestiti pesanti e passi leggeri accompagnò la partenza di Marco.

Alcuni istanti volarono senza una spiegazione, e con l'atmosfera decisamente virata verso il brutto. Nessuno aveva più voglia di suonare. Qualcuno strappò la linguetta di una birra in lattina. Qualcuno cominciò a spegnere gli amplificatori e togliere le spine dalle prese di corrente.

"Okay," disse Ale dopo un po': "Non ha senso... non se ne sarà mica andato per la telefonata della biondina." Il tono era perplesso.

"Macché! Qui deve esserci dell'altro...", constatò Fra preoccupato, ed era il sentore che avevano un po' tutti. Mentre sbaraccavano mestamente, Lele lanciò un'idea: "Che si fa? Direzione Sesto San Giovanni?" ma sia Ale, sia Michele e Tommy, si voltarono a guardare Fra, aspettando quello che avrebbe deciso lui.

Il tepore è una piega nascosta tra l'inverno fuor e il gelo dell'anima.
Il tepore è una piega nascosta tra l'inverno fuor e il gelo dell'anima.

"Cosa?" Sussurrò Elena, mentre si alzava leggermente sulle punte delle sneakers bianche e avvicinava il suo viso dolce e sottile verso quello spigoloso ed affascinante di Marco.

"No, niente..." rispose lui con lo stesso tono sommesso, quasi impercettibile: "Mi è venuta in mente una frase... così, senza senso."

"Quale?" Chiese lei, disegnando un sorriso con la bocca rosea, gli occhi brillanti, mentre avvolgeva le braccia al collo di lui.

"Ma niente!" Insisté Marco, gustandosi il momento e sorridendo a sua volta.

"Dai! Adesso devi dirmela..." Ele tirò mezza lingua, fingendo un'espressione offesa.

"Il... tepore..." cominciò Marco, stringendo i fianchi a Ele, e poi chiudendo l'abbraccio sulla sua schiena:"...è come una piega nascosta tra l'inverno fuori e il gelo dell'anima..."

Sul momento Ele restò senza parole e senza espressione, limitandosi a guardare Marco negli occhi, non sapendo bene cosa cercarci dentro. Poi aumentò il volume del suo sorriso da innamorata e disse: "Sei anche un poeta!" più per convenzione, che per convinzione.

Marco scacciò i dubbi che erano sorti sentendo la voce di Elena, cercando le sue labbra e baciandola con trasporto. Voleva diluire quella strana sensazione che gli era venuta in animo e aveva portato con sé quella frase senza senso, estemporanea, lapidaria. Marco si sorprese a pensare che non era inverno, e che forse quel gelo dell'anima lo stava sorprendendo, ma egli non ne conosceva la natura.

Nei locali non si poteva più fumare. Da quanti anni, ormai? Eppure Fra ne sentiva ancora il bisogno, mentre era appollaiato sullo sgabello al bancone del pud, con un gomito appoggiato sul ripiano e la mano che sorreggeva la tempia; una penna intrecciata tra pollice, indice e medio, gli occhi sulla pagina aperta dello Zibaldone, un bicchiere di whiskey ambrato come caramello a pochi centimetri... sì, mancava proprio una sigaretta.

"Una Guinness..."

"Pinta?"

"Sì", era Ale, che si issò sullo sgabello di fianco a quello occupato da Fra. Fra quasi non si accorse dell'amico, o fece finta, tanto era immerso nei suoi pensieri. Ale non guardò Fra, aspettando la sua pinta di Guinness, ma vagò con lo sguardo tra i bicchieri e le bottiglie esposte sul retro banco, in bella mostra davanti alla parete rustica del vecchio pub. Le luci basse, i toni caldi del legno e dei mattoni rossi. Un pub, in primavera, sembra un abito fuori stagione. I pub sono fatti per l'inverno.

"A che pensi?" Tagliò corto Ale, dopo la prima amara sorsata di Guinness. Fra sembrò destarsi, e accennò ad Ale una specie di saluto, tornando a sedere diritto e cominciando a tamburellare con la penna sul foglio dello Ziba.

"Credi che sarà questa la fine?" Rispose Fra con una domanda. Stava indicando con la penna la pagina quasi vuota dello Zibaldone. Aveva scritto una sola frase, su una pagina nuova, ma già sgualcita dal tempo e dalle mille avventure vissute.

"Come sei tragico...", il commento di Ale reagì con un lampo negli occhi di Fra, che lo fissò come se lo vedesse per laprima volta, da quando era entrato nel locale.

"Bentornato! Che intendevi dire?" Chiese Ale, sottraendo il diario dal cospetto di Fra, approffittando della sua momentanea distrazione.

"Intendevo dire quello che ho detto: credi che sia finita? Se non troviamo un altro bassista, e anche bravo, è meglio che lasciamo perdere..."

Ale aveva alzato lo Ziba a livello del suo sguardo e lesse la frase che Fra aveva scritto: "Il tepore è una piega nascosta tra l'inverno fuor e il gelo dell'anima." Verso difficile da infilare in una canzone, pensò. Poi Ale lasciò stare lo Ziba e rivolgendosi a Fra l'accusò: "Sei stato tu a non voler stare addosso a Marco... lo hai lasciato andare."

Il freddo di febbraio, raccolto durante il tragitto dallo scantinato di provincia al Sesto San Giovanni’s Pub dell'angolo, lo avevano lasciato fuori e si erano schierati al solito lato curvo del bancone in fondo al locale addobbato da mezza dozzina di pinte semivuote lasciate a decantare tra una chiacchiera e un pensiero profondo.Il rifugio della band, lo avevano scelto Tommy e Marco un martedì sera di prove di qualche secolo prima a cui tutto il resto della band aveva dato buca:

“Il Fra?”

“Finisce tardi il turno e forse si vede con la biondina del mese scorso...”

“Michele?”

“Ha detto che deve consegnare un progetto entro domattina e probabilmente resterà sul computer tutta notte.”

“Lele?”

“Non è riuscito a prende l’aereo in tempo e pare passerà la notte a Pechino in aeroporto”

“Ale?”

“Ha promesso a suo nipote che lo avrebbe accompagnato al cinema insieme al suo amichetto e alla mamma dell’amichetto”

“Ah! E cosa vanno a vedere?”

“I bambini un film della Disney, Ale gli occhi verdi della mamma dell’amichetto...”

“Sai che si fa, vecchio mio?”

“Sentiamo.”

“La sezione ritmica stasera si va a bere una birra in un posto elegante!”

Trascrissero la conversazione e l’intero tragitto coperto dalla vecchia Ford Ka del bassista sullo Ziba e approdarono dopo l’ascolto completo di Nebraska del Boss in un caldo ed accogliente pub in stile irlandese di Sesto San Giovanni che da allora assunse il ruolo di rifugio della band.

Da quella sera la maggior parte delle scalette fu redatta proprio sul lato curvo del bancone in fondo al locale; se c’era qualcosa di cui discutere lo si faceva davanti ad un paio di birre lato curvo del bancone in fondo al locale; quando Lele seppe che sarebbe diventato padre per la prima volta lo annunciò solennemente salendo direttamente sul lato curvo del bancone in fondo al locale, per poco non li sbatterono fuori tutti e sei.

Lele aveva sempre il collo coperto: foulard leggero d’estate e pesante sciarpa di lana d’inverno, per preservare la colonna d’aria diceva lui, ma dovette sfilarsela quella sera quando Tommy gli rovesciò sopra il contenuto speziato e piccante del taco che si stava portando alla bocca. Operazione che fu bruscamente interrotta dal sussulto emozionale prodotto dal vibrare del telefono di Fra lasciato sul bancone di fianco allo Ziba in attesa di una risposta da parte di Marco al quale erano stati inviati tot messaggi e altrettante chiamate.

Il telefono squillò, Tommy ebbe un sussulto, il taco cadde sulla sciarpa, Lele bestemmiò, Fra prese il telefono e rispose.

“Beh? Si può sapere cosa cazzo succede?”

“Ma dove cazzo siete? In saletta è tutto spento.”

“Sesto. Stiamo decidendo se ucciderti o cacciarti dalla Band.”

“Bene, allora siete al posto giusto. Ordinamene una bionda e aspettate lì che così mi faccio ammazzare, tanto dalla band non mi caccia nessuno.”

Fra chiuse la conversazione e distese la ruga della fronte che appariva quando la situazione si metteva male, qualcosa era sicuramente successo ma sentire l’amico ironizzare ed avere ancora la voglia di passere del tempo con loro sicuramente significava che la tensione poteva sciogliersi.

Gli altri fissarono apprensivi Fra in attesa di una qualsiasi notizia con aria interrogativa:“Sta arrivando, ed ora decidiamo se ucciderlo o cacciarlo dalla band.”

“Non lo uccideremo finché non troverà il rimedio per togliere il ketchup dalla mia sciarpa preferita, poi ce lo impicco io con le mi mani ma prima deve smacchiare” Sentenziò Lele.

“Che tu abbia sempre avuto un brutto ascendente su di lui era fuori di dubbio, ma adesso inizia proprio a comportarsi come te Fra”

“Quindi ci caccerete dalla band entrambi, Ale?”

“Non credo... Piuttosto pensavamo di uccidervi...”

Ale alzò la sua pinta all’indirizzo dell’amico che rispose scontrando il bicchierino ambrato.

Una piccola onda di whiskey si franse sul bordo del bicchiere liberando una goccia che superò il bordo ed evase dal bicchiere volando dritta e terminando la sua corsa direttamente sulla copertina dell Ziba, tre centimetri sotto la scritta sgualcita dal tempo.

“Pereperepe Ziba!” disse Ale sogghignando ironico.

“Ragazzi lo Ziba chiede un’altro giro... Chi viene?”

“Pereperepe!” Fu il coro.

Ale guardò il barista e disse; “Portacene un’altra va’...”

“Più una media chiara, e se arriva in ritardo se la beve calda.”

Dopo poco Marco entrò nel locale portandosi dietro un’aura di freddo e indossando in volto un sorriso beato, alzò le braccia in segno di resa incondizionata: “Ok, Ok... Colpa mia, potete insultarmi quanto vi pare, ma quando una ragazza così ti chiede di raggiungerla senza perdere altro tempo vi garantisco che non avreste altre argomentazioni, nemmeno la musica. È qualcosa di dolce e potente, qualcosa di caldo e morbido, qualcosa che si mette tra il freddo fuori...”

“...ed il gelo dell’anima?” Concluse il Fra.

“ ...ed il gelo dell’anima.” Aggiunse Marco con improvvisa aria interrogativa.

Ale aprì lo Ziba e lo passò a Marco.

Michele prese la chitarra che si portava sempre appresso ed attaccò.

Sì, c'era da aspettarselo - con Michele che pizzicava le corde con metodica precisione, Marco che teneva la base ritmica schioccando le dita, seguito dalla grancassa di Tommy, che tambureggiava sul pannello del bar; Lele che dava fiato ai cori, Ale che fingeva di suonare la tastiera sul ripiano del bancone e Fra, lead vocal, con le corde vocali umettate dal glorioso whiskey del San Giovanni's Pub - erano di nuovo una band.

Poco a poco la gente si voltava a guardarli, poi ad ascoltarli, e mano a mano che il blues scaldava l'atmosfera del locale, un piccolo drappello li aveva circondati, li aveva ammirati ed infine applauditi. Un applauso sommesso, partito da chissà chi, ma che aveva preso convinzione. Anche Walter, il padrone del pub, s'era messo in posa con le mani sui fianchi, la pancia un po' in fuori e il sorriso complice sotto i suoi baffoni biondi:

"Okay, ragazzacci, adesso basta, ché sennò mi demolite il locale! Il prossimo giro lo offro io!" Urletti di approvazione e un "WOOO" entusiasta di Fra, che alzando il braccio al cielo in segno di vittoria, lanciò uno sguardo di benevola riprovazione verso Ale, come a dirgli: "Vedi? Non sono io quello che disfa il gruppo!"

Al colmo dell'entusiasmo ce ne fu per tutti... quando i membri della band decisero a loro volta di offrire da bere a tutto il locale. Fu una serata memorabile per il San Giovanni's Pub e per il vecchio Walter, anche quando Lele, ormai piuttosto alticcio, si ricordò della sua sciarpa macchiata e piagnucolò: "...e questa? Questa chi me la ripulisce?" Risate e prese in giro. Era lo spirito giusto.

Lo Ziba naturalmente fu testimone di tutto questo, e Marco lo mise nero su bianco. Tutti lo sottoscrissero, come a sugellare nuovamente il loro patto di amicizia musicale ed alcolica.

Poco tempo dopo, tornando indietro di qualche pagina, di qualche bevuta e di qualche fumata, riapparve tra le righe dello Ziba quella famosa frase: "Il tepore è una piega nascosta tra l'inverno fuori e il gelo dell'anima". Ale la lesse e rilesse, forse prima di una sessione di prove nella cantina di Tommy, e girando il quaderno verso Fra, gli chiese:

"Ricordi la primavera scorsa?... è successa una cosa strana."

"Sì, eravamo in quel bar e tu credevi che fosse tutto finito..."

"No, guarda che quello eri tu..." Rintuzzò Ale. Fra fece spallucce e con un mezzo sorriso, disse:

"Ti ho dimostrato che non era così."

"Sì. Ma 'sta frase, sullo Ziba, chi l'aveva scritta?"

"Io no." Disse Fra.

"Neanch'io." Disse Ale. Entrambi si rivolsero con gli occhi a Marco:

"Non guardate me. Ma è vero, è successa una cosa strana, proprio allora. Quella frase l'ho pensata mentre ero con Ele... e gliel'ho anche detta, in un momento di smancerie..."

"Vuoi dire che non l'hai scritta tu sullo Ziba?" Marco fece di no con la testa.

"E al San Giovanni, qualche mese fa, è saltata fuori di nuovo, tra voi due...", constatò Michele, mentre stava accordando la chitarra.

"Inspiegabile!" Esclamò Tommy in tono ironico, mentre sedeva sullo sgabello e cominciava a picchiettare il charleston.

"Lo Ziba stregatooo..." modulò Lele.

"Già," disse ironico Fra: "lo Ziba si scrive da solo..."

"E' già successo. Vero, Marco?" Ale scrocchiò le dita.

"Ma dai! Siete dei cancheri! Solo perché sono l'unico che, grazie allo Ziba, è riuscito a "zibbare"!" Partì una grossa risata.

"Con la biondina come va, compare?" Insinuò Fra, con il suo sguardo assassino da leader.

"Bene, Fra, e io comunque credo una cosa..."

"Cosa?"

"Che Ele, dal momento in cui ha scritto il suo numero sullo Ziba, sia diventata di diritto un membro della band, che vi piaccia o meno..."

"Certo che ci piace...", disse Ale, e tutti capirono che si riferiva a lei in quanto donna, non in quanto membro della band. Ci furono sorrisi, Fra accese un paglia e Tommy diede il quattro.

Col tempo, si sa, le cose si ammorbidiscono, i vecchi rancori si stipano in fondo ai cassetti dell’anima e si lascia che gli eventi scorrano prendendo le loro fisiologiche pieghe.

Ale scriveva sull Ziba osservando i vecchi amici di sempre aprire lattine d birra e sudare sugli strumenti, limare accordi e ricamare parole mentre lentamente la saletta dello scantinato si popolava di altre facce.

Ele si era portata dietro tutto il vecchio tavolo di ragazze che col tempo finirono per fingere di essere le groupies della band ma fondamentalmente, a parte il Fra che con qualcuna ci aveva davvero flirtato, non erano nient’altro che nuove amiche con le quali poter condividere i momenti delle prove che trasudavano di emozioni e creatività.

“Fondamentalmente il cardine di tutto è la musica, la musica è la strada da percorrere, gli strumenti potranno essere solo i veicoli con i quali deciderai di scivolarci sopra. Salterai nelle sue buche pizzicando le corde di una chitarra o le eviterai con il vibrare di un’ancia del tuo ottone, affronterai le sue curve diteggiando i tasti di un piano o ci urlerai sopra tutto il fiato che ti può passare per la gola ma è a quelle curve che ti dovrai piegare. La strada è la musica e dovrai percorrerla, che ci piaccia o no quella è la nostra strada. Pagina 453 Anno Domini 24, Ale.”

“Che ne dite? Può funzionare? Ok, allora proviamola, no?”

Il Fra aveva buttato giù qualche accordo e qualche parola poi aprì la porta della sala e chiese l’attenzione delle signorine aldilà del vetro. “Qualche gentile donzella vuole per cortesia venire a darmi una mano con la sua ugoletta d’oro?” Capitava che talvolata si usava la presenza delle ragazze per buttare giù qualche coretto soul e il Fra sperava nel solito appoggio di Marta e Chiara ma quella sera Marta non era ancora arrivata e Chiara lo apostrofò con un secco “No Dai Fra, ho un’allergia bastarda stasera e sono tutta intasata...”

Ele non partecipava mai alle performance della band, probabilmente perché Marco non glielo permetteva nonostante millantasse in continuazione le capacità canore dell’amata. Ma quella sera lei finì di arrotolarsi una sigaretta e si alzò stirando il lungo collo affusolato, i suoi fianchi torniti si potevano intuire nonostante indossasse una lunga gonna multicolore di cotone indiano, il candido pancino perfettamente piatto invece era in bella vista e i seni generosi erano coperti da un top bianco sovrastati dalla quadratura delle spalle nude. Scostò di fianco i lunghi capelli biondi e piantò uno sguardo di sfida da dietro l’azzurro intenso dei suoi occhi dritto in quelli neri di Fra; fece quattro passi a piedi nudi verso il cantante e gli mise in mano il bicchiere di whiskey semivuoto: “Stasera canto io con te, belloccio... e se il tuo amico fa scenate di gelosie non gliela do più per almeno sei mesi.”

Ele entrò nella saletta e piazzò l’asta del microfono di fronte a quella di Fra, si accese la sigaretta, guardò in faccia Marco e chiese: “Beh? Che si fa?”

Fra le diede in mano il testo con gli accordi, Marco gli tirò un’occhiataccia, Fra alzò le mai come a voler dire: “Non Guardarmi con quella faccia, vecchio mio, io non centro nulla... Ha fatto tutto lei...”

Michele iniziò a ricamare un merletto di note pizzicate, Ale lo seguì snocciolando una sottolineatura blues, Tommy avviò i motori ed Ele si aggiunse infilando un dolcissimo ululato acuto, il Fra ruggì e graffiò duro il testo mentre Ele gli faceva il verso in contralto iniziando con il solista una danza canora di tutto rispetto.

Marco artigliava le corde del basso facendo sentire tutta la sua disapprovazione ma il pezzo stava decollando e il flusso creativo era inarrestabile. Ele aveva infilzato lo sguardo negli occhi di Fra che ne sentiva il lato tagliente fino in fondo alla gola, ogni parola cantata dai due era vomitata fuori a naso arricciato e ruggita con il piglio di due che sembravano non aver fatto nient’altro nella vita che litigare appassionatamente per cercare al fine il conforto della pace in modo estremamente fisico.

Lele ci infilò in mezzo una assolo di sax che servì ai due per riprendere fiato. Il basso montava di rabbia e gelosia, la chitarra incalzava, la batteria rotolava rullate da togliere il fiato, il piano innaffiava di note cercando di raffreddare il fuoco che le due voci intrecciavano duro.

Le ragazze fuori smisero di chiacchierare e si incollarono al vetro ad ascoltare quei due che infiammavano l’aria. Un’orgia di passione, un abbraccio che stritola, qualcosa da non riuscire a stare fermi, teste ondeggianti, occhi chiusi e menti in trance.

Il whiskey volato fuori dal bicchiere e finto sul tappeto ai piedi dei cantanti.

La brace della sigaretta che si stacca e plana a tempo di rock sullo spruzzo alcolico.

Un attimo e le fiamme della gelosia di Marco e quelle della passione delle voci si materializzano tra le due aste dei microfoni e si alzano pericolosamente verso la gommapiuma di cui era ricoperto il basso soffitto dello scantinato.

La musica continuò, i due perseverarono nella loro lotta orgasmica come se quelle fiamme fossero state solo frutto della loro immaginazione, come se non sentissero il caldo farsi bollente, come se il sole non avesse più dovuto sorgere.

Sarebbe dunque finito il tutto così?

Marco scalzò di dosso il basso, prese il giubbotto di pelle di Fra che aveva appeso alle sue spalle e lo lanciò sulle fiamme soffocandole. La musica sparì e tutti si guardarono in faccia attoniti rendendosi improvvisamente conto del pericolo appena scampato.

“Ma si può sapere che cazzo vi passa in quelle teste di cazzo che avete attaccato al collo?!?” Marco era furioso.

“Ora capisci perché non ti voglio tra i piedi quando suono? E tu Fra, non fare quello che cade dalle nuvole perché lo sai bene che non sei in grado di controllarti quando parti... e ora piantiamola e andiamo a berci una cazzo di birra che qui dentro non si respira più!”

Poi se ne uscì dalla saletta a sbollire la rabbia.

Lele e Michele raccolsero i cocci ancora fumanti del disastro sfiorato, Ale e Tommy spensero il tutto.

Fra guardò Ele con il fare della bimbo birichino che l’aveva appena fatta grossa.

Ele gli rispose con un sorrisino malizioso: “...Ok il casino, però è stato grande! No?” Poi gli offrì il pugno da battere.

Fra rispose all’invito e toccò delicatamente il pugno della ragazza col suo “Sì, è stato grande! Ma piantiamola qui OK?”

“Ok, belloccio, piantiamola qui...”

C'è un sottile filo di malinconia, che nemmeno le Parche possono tagliare, nascosto tra le pieghe della pelle di un pugno chiuso..
C'è un sottile filo di malinconia, che nemmeno le Parche possono tagliare, nascosto tra le pieghe della pelle di un pugno chiuso..

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