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Una storia di AlessiaScipioni

Questa storia è presente nel magazine La Rosa dei Nove Fati

Quel bambino che sorrideva con la mamma...

Capitolo 8

Pubblicato il 13 febbraio 2018 in Storie d’amore

Tags: Fato LaRosaDeiNoveFati Amore capitolo8

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Alessandra era stata tutto il giorno appollaiata sul divano, davanti al tiepido camino acceso e aveva torturato il paziente Paolo con i continui stuzzichini che si era fatta portare in camera. Non era scesa per il pranzo e sperava che Armando tornasse in tempo per la cena. Aveva fatto esattamente quello che lui le aveva chiesto: non era uscita dalla sua stanza. Sola e pensierosa, sì, aveva riflettuto su quella frase e su quello che il marito le aveva fatto vedere.

Quelle cicatrici le erano rimaste impresse nella testa come se la sua memoria fosse dotata di fotocamera istantanea e avesse scattato una chiara e limpida foto della schiena di Armando. Aveva rimuginato e ripensato a quella frase: tu non sai chi sia Armando Kadosh, ma soprattutto non sai chi è Alvaro Kadosh...che voleva dire? Che il padre c'entra qualcosa in quell'orrore? Che ne è l'artefice? Oppure no? Magari conosce chi lo ha ridotto così? C'entra qualcosa? Ah...Armando mi terrorizzi e poi sparisci...ho il lavoro, non posso rimandare, devo andare...e io? Resto qui, come una cretina terrorizzata e penso a tutte le possibili paranoie del caso, sarò anche bambina, a volte, ma tu sei stronzo, lasciatelo dire, almeno nei pensieri! Così non ti scandalizzi del mio linguaggio colorito.

La compagnia di questi pensieri non l'avevano lasciata mai in quella giornata, neanche in quel momento che stava sgranocchiando un tocco di cioccolata fondente enorme e dura da spaccare i denti. I suoi occhi nocciola si posarono su una cornice, appoggiata al tavolino basso di fianco al divano, vi era impressa, in una foto, una donna e un bambino. Due sorrisi smaglianti e un'assomiglianza incredibile tra i loro volti. Si alzò con la schiena e la prese tra le mani.

E' Armando questo...incredibile.

Sì, le suonava incredibile, mai avrebbe immaginato che Armando, seppur bambino in quella foto, potesse aver fatto sorrisi del genere nella sua vita, sarà che da adulto sembrava quasi allergico a quella facoltà.

Quindi questa è...Caterina Black, sua madre.

Pensò Alessandra mentre con gli occhi scrutava quel volto felice e radioso. La porta della stanza si aprì e Armando la trovò ancora intenta a osservare il volto della donna.

"Buonasera Alessandra", cercò di non farle capire che aveva notato la foto che aveva in mano.

"Ah, bentornato, è tutto il giorno che ti aspetto. E' tua madre questa donna?". Domandò senza starci tanto a pensare e mostrandogli la foto.

"Sì, è lei. Ma mi aspettavi? Questa è bella devo dire". Cercò di cambiare discorso.

"Vi assomigliate molto, devo dire, gli occhi sono proprio identici, ma anche i lineamenti eh, cioè anche un cieco capirebbe che siete madre e figlio". Nel dirlo non staccò mai gli occhi dalla foto.

"Eravamo...e perchè mi aspettavi?". Di nuovo cercò di spostare l'attenzione della moglie su un altro argomento.

"Ah beh, vorrei vedere, me lo domandi pure? Ti sei eclissato dopo avermi lasciato con un incubo stampato in testa e a penzoloni su una frase misteriosa. E' tutto il giorno che ci penso, tra un pezzo di cioccolata e qualche spuntino qua e là". Rispose senza indugi.

"Ah, quindi hai riflettuto, bene". Armando si avvicinò al tavolinetto delle bevande e incominciò a versarsi da bere.

"Ne vuoi un po'? E' whisky, oppure preferisci qualcos'altro? C'è un po' di tutto qui...una crema di whisky forse?". Le domandò indicandole il tavolino.

"No, grazie. Ci manca solo che bevo, sono astemia per la maggiore. Mi vuoi spiegare perchè qui hai un sorriso gigante, visto che, oggi come oggi, è praticamente impossibile vederti anche solo accennare a un lieve sorriso?". Andò dritta al punto.

"Alessandra, ero un bambino lo vedi? Quella poi è una delle ultimissime foto che ho fatto con mia madre, quindi ha più di venticinque anni...". Sorseggiò un po' di whisky.

"lo dici come se in età adulta sia proibito ridere". Puntualizzò la moglie.

"Non ho detto questo, ero spensierato allora, non avevo il peso che ho adesso e la vita era un gioco continuo, ora non è più così". Armando mantenne la sua calma, ma dentro aveva un tumulto di sensazioni contrastanti: da una parte avrebbe voluto liberarsi del peso che portava e dall'altra parte cercava di tenerlo a freno, ben nascosto, dentro di lui.

"Perchè non è più così? C'entrano quelle cicatrici? C'entra tuo padre? E' per tua madre? Per la sua morte? Dimmelo Armando...dimmelo perchè è da stamane che me lo chiedo senza avere una risposta certa. Sono stata qui a pensare con la sensazione di terrore che mi scorreva nelle vene. Come puoi pretendere che io conosca chi sei, se tu per primo ti celi dentro a un bunker? Mi dai della bambina e ok, a volte faccio i capricci è vero, sono testarda ok, va bene tutto...ma anche tu fai il bambino adesso, perchè hai trent'anni e scappi ancora invece che dirmi la verità, hai paura Armando di affrontare la verità e dirmela". Ribatté Alessandra destando in Armando una minima reazione facciale.

"Non ho paura, Alessandra, credimi non c'è niente che possa farmi paura oggi". Rispose Armando portandosi faccia a faccia con la moglie.

"Allora perchè scappi invece che parlare?". Alessandra non aveva nessuna intenzione di mollare la presa.

"Perché non sono pronto a parlare di certe cose, non ho la forza per farlo Alessandra, parlare di mia madre o di mio padre, o di qualunque cosa rispecchi quell'arco di vita, mi pesa tantissimo".

Alessandra si allontanò dal marito gesticolando e farneticando:

"Lo vedi che hai paura?".

"Non è paura Alessandra è dolore, va bene? Dolore, io provo dolore nel ricordare e parlarne, anche se non lo dimostro, IO PROVO DO LO RE! O pensi che il sorriso immenso di quel bambino si sia spento per incanto?". Il suo tono di voce si alterò leggermente e questo particolare fece capire ad Alessandra che era sulla strada giusta per farlo crollare, o almeno cedere un pochino nelle confidenze. Lei doveva sapere, magari non tutto, ma doveva almeno intravedere la strada su cui camminare.

"E' tuo padre vero? E' stato lui? E' da lui che cerchi di proteggermi? E' per lui che non dovevo mettere la testa fuori dalla camera? Hai paura che succeda qualcosa?". Nel dirglielo si riportò vicino a lui e gli appoggiò una mano sulla schiena. Armando si voltò verso di lei, di nuovo occhi negli occhi.

"Alessandra...lui o chi per lui, o qualcun altro, non ha importanza. Volevi sapere, stamane, perchè mi presento così, apatico, freddo e distaccato...volevo solo che capissi che non sono così di mio, mi ci hanno fatto diventare così. Con la forza, con la violenza, con i pianti, le urla, le grida, togliendomi mia madre quando avevo ancora bisogno di lei e non parlo della sua morte, mia madre me l'hanno strappata via prima che morisse - Armando incominciò a vacillare e la sua voce diventò rabbiosa, quasi strozzata dall'impossibilità di poter piangere - Tu non hai idea di che cosa alberghi in me, di quello che sento, della voglia, a volte che ho, di spaccare tutto. Vuoi sapere cosa avrei fatto stamane a colazione? Cosa avrebbe fatto Armando? Quello vero? Avrebbe preso la testa di suo padre e gliela avrebbe sbattuta sul tavolino tante di quelle volte da farlo crepare! Invece mi sono limitato a dirgli che se l'era cercata, perchè tu non hai idea di cosa è capace quell'uomo, io sì! E credimi, la mia schiena è solo l'apice di una piramide, è solo la punta di Alvaro Kadosh e ti posso garantire che, sotto quella punta, c'è tanta di quella merda che farebbe venire il vomito anche a uno scarafaggio!".

Alessandra rimase in silenzio. Ora era evidente, per una volta, la prima, la rabbia, il dolore, l'impotenza, su quel volto maschile c'era impresso tutto e lei lo vedeva finalmente. A stento trattenne le lacrime, era duro vederlo così, anche se era quello che voleva, anche se quella era l'umanità che voleva scorgere in quel marito assiderato dal tempo. La mano dalla schiena le scivolò lungo il fianco e l'altra prese a circondargli l'addome, accostò i suoi morbidi capelli rossicci e ondulati sul braccio del marito.

"Oh Armando...quindi è tuo padre che volevi mettermi in guardia...mi dispiace tanto. Non so cosa darei per farti stare meglio. Mi sbagliavo...non sei cattivo, sei rimasto troppo tempo solo, seppur circondato da tanti". Il suono dolce della sua voce, lo scalfì di nuovo, ma con meno forza. La prese tra le braccia, stringendola, ne avvertiva il calore, al comprensione, forse potevano farcela davvero, insieme. Forse potevano arrivare alla fine di tutto e restare insieme.

"Voglio darti un consiglio Alessandra: non cedere alle sue provocazioni, non reagire in quel modo spropositato, perchè stai facendo il suo gioco. E' quello che vuole e tu ci stai cascando. Non è il momento di dirti perchè e per come, ma è così, fidati di me. Cerca di mandare giù, anche se è difficile per la tua indole, lo capisco, ma cerca di non dargli l'attenuanti che sta cercando. Ogni volta che reagisci in quel modo, come stamane, gli fornisci tu stessa le prove che sei inadatta. Prove che poi userà contro di te, prove che poi sviolinerà a quelli della Rosa, ai suoi amici fidati, prove che lo discolperanno, agli occhi degli altri, perchè...lo sia meglio di me no? E' un Kadosh, mai nessuno gli nuoterà contro all'interno e fuori dalla Rosa". Armando era comunque rientrato nella sua normale condizione di sempre: calmo e raffinato anche nel parlare.

"Va bene, cercherò di farlo, mi fido di te, voglio fidarmi di te". Alessandra lo disse con un filo di voce e strofinando il viso sul petto del marito.

Nessuno gli nuoterà contro tranne che un altro Kadosh...fu il pensiero che accompagnò Armando nel baciare sua moglie.

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