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Una storia di CuorDiPolvere

Nebbia

Pubblicato il 05 marzo 2018 in Avventura

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Da umile sacrificio alla sola causa del numero dei pari suoi sul mondo, s’immaginò la vita come a un sogno. Dalle prima luci del mattino, che i piedi gli posavano in terra, di buona lena intesseva le trame astute dei miti che gli vorticavano in capo, facendone -a volte- dei capolavori dal mastro al capoverso; delle altre invece si vedeva rozzo e incosciente, e tale era il malsano suo giudizio da farlo perdere nei fogli bianchi, che rimanevano vacanti e a fatica cercava di riempirne con periodi intelligenti che pensava avrebbero dato balsamo al suo soffrire sopra la terra.

Le sue gloriose immaginazioni prendevano il colore delle tempeste che l’avevano messe al mondo, tumultuose e gravi certe, geniali e malinconiche le migliori: spesso lo si vedeva perdere la ragione nell’illusione della Parusia, quando animava le sue notti sotto un chiaro di luna ghiacciata alla ricerca delle cose perdute che hanno smarrito la strada del ritorno nella selva delle speranze.

Condusse il passo sopra la scogliera più angusta e spinosa ch’era a guardia del mare, dove il cuore si fa piccolo e con debole canzone richiama la risacca delle onde.

“Giungi al mio cospetto sotto al nome di Nebbia, viandante. Porti lacrime, mancanza. Per qual motivo chiedi?”

“Cerco conclusione, Vostra Grazia. Dell'uman pensiero son stanco, della vita ancor più: questa mia seggiola di pietra mi gela il cuor e mi consola, da te ogni cosa giunse, in te ogne cosa dimora. Senza nome e volto mi son visto nella mischia, perdetti di sicuro il lume dei miei ragionamenti nella cerca alla risposta. Chiedo asilo permanente fra le onde, come cadavere o fantasma, poco importa e a nessuno interessa. Se tale è il fine della vita, allora che finisca”

“Dimandi troppo poco. Nel mio grembo ci son gorghi e ci son mondi, tutti quelli c'hai già visto e immaginato assieme ai pari tuoi, scritti nei tomi, e pure quelli che mai sono usciti dal capo degli artisti migliori. Chiedo ancora, uomo, la tua destinazione.”

“Poco importa, scegli tu per me. Son separato dal cielo: qual opera potrà mai esser saggia in assenza sua? No: troppo duro è il filo del fato, troppo fragile l’uomo. Queste mie parole fa che siano le ultime, e via i pensieri.”

“Ne hai sentito la fragranza quando le ore tue ancora giovani dispiegavano l’uomo che sei; i sacri suoni di campana, il boato dei cannoni a mezzogiorno: ecco, quello è il mondo ch’hai visto, e ch’hai dimenticato. Abbi fede, abbi paura. Addio.”

E nella veglia insonne parlò col mare, e la luna ascoltò, ed entrambi salirono per baciargli i piedi, le mani, gli occhi. E il mare fu l’ultima sua vista.

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