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Una storia di Didimo89

Nelle mani del presidente

Resoconto di un evento costituzionale

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Pubblicato il 05 gennaio 2018 in Altro

Tags: governo italia napolitano politica renzi

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Il 22 febbraio 2014, al Quirinale, in una stanza in cui si trovano le più alte cariche dello stato, tra cui il presidente della Repubblica Italiana Giorgio Napolitano, fa la sua comparsa, forse un po’ agitato e nervoso a causa dell’importanza e della solennità del momento, ma allo stesso tempo fiero e sicuro di sé, il segretario del Partito Democratico, Matteo Renzi, già sindaco della città di Firenze.

L’abito che indossa non è il migliore, quello delle grandi occasioni, tenuto da parte per eventi importanti ed irripetibili. L’abito è uno dei tanti neri ed eleganti che possiede.

Davanti a sé, il segretario ha il presidente della Repubblica, accerchiato dai corazzieri e dalla stampa, presente con i suoi fotografi e i suoi cameramen.

Alla sinistra del segretario, vi sono i vari professionisti che ha deciso di nominare come suoi ministri. Ha avuto poco tempo per fare queste nomine, avendo ricevuto l’incarico di formare un nuovo governo pochi giorni prima, ma chi ha tempo non aspetti tempo e le nomine sono arrivate subito, forse perché già pronte da tempo, da mesi, se non addirittura da anni.

Aspetta che il cerimoniale si compia e si possa avvicinare alla scrivania del presidente Giorgio.

Resta in piedi, cercando di mantenere la serietà e la formalità che il momento richiede, ma un piccolo, debole e veloce movimento viene fatto dai muscoli facciali del suo volto, quelli vicino alle labbra.

Infatti le labbra si muovono, di poco, eppur si muovono, verso destra. Il cenno di un sorriso, nato dalla felicità data dall’importanza del momento o forse nato da qualcos’altro, la consapevolezza che un progetto della sua vita è giunto al termine, pronto a tramutarsi in un nuovo percorso da intraprendere, così come l’apocalisse del bruco è la genesi della farfalla.

Al segretario già sindaco viene fatto cenno di avvicinarsi. Attraversa trionfalmente, con il volto però serio per l’importanza del momento, la stanza e raggiunge la scrivania dove il presidente Giorgio Napolitano, vecchio comunista, più anziano capo di stato europeo e terzo al mondo (preceduto dal presidente della Repubblica dello Zimbabwe Robert Gabriel Mugabe, destituibile solo da Dio, e da Re Abd Allah dell’Arabia Saudita), lo aspetta.

Il cerimoniale è iniziato ed un uomo legge da un foglio.

“L’anno 2014, il giorno 22 del mese di febbraio in Roma, nel palazzo del Quirinale, nelle mani del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, ai sensi dell’articolo 93 della Costituzione, prestano giuramento il dottore Matteo Renzi, presidente del Consiglio dei Ministri.”

In quelle mani, quelle rugose e un po’ tremolanti del presidente Giorgio, non c’è solo il giuramento del neo-premier ma anche il destino di un’intera nazione.

Come faccia a dormire con questo peso sulla coscienza, chi lo sa. Come fa Dio a dormire con le anime degli uomini giusti nelle sue mani?

Quando viene il suo turno, anche Matteo Renzi prende un foglio e legge, usando il suo marcato accento fiorentino.

Il tempo dei loquaci oratori dell’antica Roma, i quali imparavano a memoria i discorsi da tenere al senato, è morto e sepolto. Qualcos’altro però è rimasto, qualcosa di poco bello ma pervasivo nella società italiana.

“Giuro di essere fedele alla Repubblica e di osservarne lealmente la Costituzione e le leggi e di esercitare le mie funzioni nell’interesse esclusivo della nazione.”

Poi Matteo, già sindaco, già segretario, ora anche premier, prende una penna e firma un documento.

Un valletto prende il documento e lo porge al presidente Napolitano, che prende una penna dalla sua giacca e lo firma.

“Auguri vivissimi” sono le parole del presidente Napolitano.

“Grazie presidente” dice Matteo Renzi mentre stringe la mano al presidente e sorride in favore di fotocamera, la quale scatta il suo flash in direzione del nuovo premier, mentre il vecchio presidente volge lo sguardo da un’altra parte.

Il sorriso questa volta non è accennato, è ampio e completo. Il segretario pensa agli eventi che lo hanno portato a diventare premier, pensa a suo padre, a Firenze, a sua moglie, alla Ruota della Fortuna, che ora come mai gira in suo favore, e a quando è andato ad Amici di Maria de Filippi. E ora, novello premier, Matteo si ricorderà dei suoi amici e ne scoprirà di molti nuovi.

Successivamente, i vari ministri giurano, con in tasta la bella e giovane Maria Elena Boschi, e il gioco è fatto: c’è un nuovo governo. Il terzo, consecutivamente, non eletto dai cittadini italiani, nella cui mani ha sede la sovranità riconosciuta dalla Costituzione.

Finiti i giuramenti ci sono le foto di rito e tutti sorridono, contenti di intraprendere questa nuova avventura, questo nuovo capitolo delle loro vite.

Qualcuno, da qualche parte, nel corso dei successivi due anni di governo, in un posto tanto insignificante quanto fondamentale, commenterà:

“Per parafrasare House of Cards, da sindaco di Firenze a presidente del consiglio dei ministri senza essere eletto. La democrazia è così sopravvalutata.”

E bene, il governo Renzi, dopo quello Monti dei diktat dell’Europa e quello Letta del poco nulla e di quel “Enrico stai sereno”, è pronto a comandare, desideroso di essere ricordato all’insegna delle riforme, della rottamazione e dei social network.

Ma Napolitano, forse per la concitazione degli eventi o forse per l’anziana età, si è dimenticato di fare una cosa, molto importante: ritirare l’incarico affidato a Pierluigi Bersani, vincitore delle elezioni del 2013, ossia l’incarico di fare scouting tra i partiti per formare una maggioranza. Qualcuno si aspettava che Giorgio Napolitano si sarebbe ricordato di ritirare l’incarico, ma così non fu. Perciò, a distanza di un anno da quelle elezioni tanto caotiche quanto fedeli alle premonizioni di Piero Fassino, Pierluigi Bersani è ancora in giro per le stanze del parlamento, fissando le riunioni con i vari segretari e rappresentati dei partiti politici italiani per creare una maggioranza di eletti che possa governare il popolo sovrano. O forse non lo faceva, perché se ne era dimenticato, come tanti.

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