scrivi

Una storia di Buenosaires

Le cose che accadono, e che pure non potevano essere

Il suo intero mondo interiore era stato vorticosamente capovolto il suo fragile ego era stato spazzato via da poche parole

Pubblicato il 30 maggio 2018 in Storie d’amore

Tags: Amore Canzone Musica Testo

0

Erano ore ormai che vagava per le strade della capitale senza una meta, incurante di qualsiasi cosa accadesse al di fuori di quella vettura; per l’uomo il tempo si era fermato di colpo qualche ora prima, quando gli occhi che amava più di qualsiasi altra cosa al mondo l’avevano implorato di andarsene per sempre. Una vocina dentro di lui domandava infantilmente come fosse possibile che il mondo continuasse a girare nonostante ciò che era successo; per le strade vedeva estranei tenersi per mano, colleghi salutarsi all’uscita dal lavoro, tutte persone per le quali quella sarebbe stata una giornata qualsiasi, l’ennesima di una instancabile routine che precedeva l’arrivo agognato del fine settimana. Lui, invece, quella giornata non l’avrebbe mai più dimenticata. Il suo intero mondo interiore era stato vorticosamente capovolto, molte delle sue certezze erano crollate e il suo fragile ego era stato spazzato via da poche parole.

Frenò di colpo per permettere a un gruppo di persone di attraversare la strada. Quando i fanali li illuminarono, l’uomo vide che tutti ridevano a crepapelle, e per un secondo provo il desidero di essere uno di loro. “Chissà come stanno, com’è la loro vita…” pensò, rispondendosi poi, sorridendo amaro: “Sicuramente più felice della mia in questo momento.”

Ne approfittò per guardare l’orologio: era ora di cena. Aveva totalmente perso la cognizione del tempo e non si era neppure reso conto che il buio era calato da un pezzo. Era tardi, molto tardi – a casa sua dovevano essere stati tutti a tavola a chiedersi dov'era finito – ma non gliene importava nulla né tantomeno si stupì di questo suo disinteresse; doveva soltanto sbrigarsi a trovare una scusa il quanto più convincente. Mentire alla sua famiglia era ormai un’abitudine: per quanto dire bugie non fosse esattamente nelle sue corde, era diventato necessario da quanto conduceva una doppia vita... la doppia vita che - ricordò - proprio quel giorno aveva cessato di esistere. Gli aveva fatto comodo per tutti quegli anni nascondere la propria meschinità dietro a un mare di bugie – raccontate alla moglie, all’amante e persino a se stesso – ma ora, caduta la maschera, riusciva a vedere la realtà per quello che era e a sentirsi meno uomo di quanto non fosse mai stato.

Frenò nuovamente, di fronte a lui si era creata una colonna lunghissima. Imprecò, e in preda al nervosismo più feroce prese a torturarsi una pellicina del pollice.

Come sarebbe stato in grado di varcare l’uscio di casa dopo tutto quello che era successo quel giorno? Come sarebbe stato ritornare a calarsi completamente nel ruolo di padre e marito modello – che da tempo ormai gli stava stretto, anche se faticava ad ammetterlo - quando la sua mente e buona parte del suo cuore erano totalmente concentrati su qualcun altro? Tenere il piede in due scarpe in tutti quegli anni era servito proprio a quello: da un lato di mantenere la sicurezza e la stabilità di una famiglia (con tutti i doveri e gli obblighi che però ne derivavano), dall’altro a concedergli quei momenti senza pensieri in cui poter lasciarsi andare completamente e dimenticare chi era.

Accese la radio; la voce di uno speaker elencava con eccessiva verve la hit parade della settimana e rapidamente si diffusero le note del nuovo singolo di Fiorella Mannoia

L’uomo sbuffò. “Certo che se ci si mette pure la radio..."

Perfino la musica quel giorno aveva il sapore di lei – quella stessa musica che era stata la colonna sonora di tanti momenti condivisi assieme: era la musica che cantavano a squarciagola in macchina, la musica che si sussurravano all’orecchio per scatenare una risata o quella che ascoltavano assieme quando rimanevano soli, la musica che parlava di loro anche quando gli altri non se ne accorgevano... E di tanto, tanto altro gli altri non si erano accorti in tutti quegli anni.

La coda non accennava ad avanzare, così ne approfittò per allungare una mano nella tasca del soprabito e afferrare sigaretta e accendino.

Ma davvero aveva sperato di riuscire a portare avanti quella situazione all’infinito? Era abituato ad agire d’istinto, non stava mai troppo a ragionare sui “se” e sui “ma”, mai si era chiesto se loro due potessero avere un futuro e, in effetti, l’ipotesi non sussisteva dato che lui era sposato. Ma non era forse vero che anche l’ipotesi di quella relazione non sarebbe dovuta sussistere?

Il fatto che lui fosse sposato non aveva impedito loro di amarsi, né tantomeno di lasciarsi, formarsi delle famiglie gli uni lontano dagli altri, per poi riprendersi nuovamente come se nulla fosse successo.

- BEEP, BEEP!!- Dietro di lui una macchina aveva iniziato a suonare il clacson: la coda di automobili era avanzata e lui non se n'era accorto. Sulle nuvole com'era, quel giorno sarebbe potuta passargli davanti Sharon Stone e non se ne sarebbe reso conto.

Nel balzo che precedette il suo avventarsi sul volante, l'intero contenuto della tasca di riversò sul tappetino del sedile passeggero.

Sbuffando nuovamente, accese la sigaretta. Forse era giunto il momento di riprendere la via di casa. Si guardò un momento attorno, cercando di capire dove si trovava. Sarebbe dovuto andare dalla parte opposta della città: sperando di non trovar altro traffico, forse ce l’avrebbe fatta in meno di mezz’ora e doveva iniziare a ragionare seriamente su quale scusa utilizzare.

Al primo semaforo rosso si chinò a raccogliere la marmaglia di monetine e scontrini fuoriusciti dal portafogli; proprio sul fondo trovò una fotografia dai contorni spiegazzati, che sembrava finita lì quasi a mo’ di sfida, l’ennesimo fantasma del passato con cui doveva fare i conti quel giorno.

Era una foto scattata molti anni prima, in quello che era stato senza dubbio uno dei periodi più felici della sua esistenza; la spensieratezza era, in effetti, la protagonista principale della fotografia: tutti e tre i soggetti fotografati ridevano a crepapelle.

Al centro stava la donna: indossava un vestito verde a fiori e i capelli neri le ricadevano morbidi sulle spalle accarezzando l’ovale del suo viso. Il suo corpo era reclinato a destra e, nello spasmo della risata, aveva aperto le braccia quasi ad abbracciare l’aria.

L’uomo coi baffi alla sua sinistra era l’unico a guardare verso l’obiettivo e cingeva la spalla della donna in un mezzo abbraccio; portava una camicia hawaiana e aveva l’aria affabile di chi non farebbe mai del male a una mosca.

Alla destra della donna c’era invece lui; ai tempi portava i capelli molto più corti e non aveva la barba. Indossava un completo elegante e una cravatta che neanche sapeva dove fosse finita. Rideva anch’egli e, con le braccia conserte, guardava a sinistra, lanciando alla donna uno sguardo di divertita complicità.

Quello sguardo era – agli occhi degli altri - un dettaglio insignificante; solo loro due sapevano quante cose realmente nascondesse. Maestri di sotterfugi quali erano diventati, non potendo comunicare a voce ormai bastava loro solo un’occhiata per capirsi. Se solo la gente avesse prestato più attenzione, si sarebbe accorta che quella da tutti considerata una fraterna amicizia non lo era neppure lontanamente.

Che immenso potere aveva la fotografia! Catturare un istante e intrappolare le persone in quel rettangolo di carta; non importava se quella fotografia sarebbe stata riguardata di lì a dieci, venti, trent’anni, loro sarebbero rimasti sempre uguali. Sarebbe stata una gran cosa se il tempo si fosse realmente fermato a quella fotografia; ora, invece, vedeva tanti pezzi della sua vita andati in frantumi, tante porte erano state sbarrate senza possibilità alcuna di riaprirle e gran parte della colpa era solo ed esclusivamente la sua.

Si sentiva un bambino – e forse lo era – ad aver costruito la sua vita come una messinscena, rendendosi protagonista di una storia che ormai non gli apparteneva più. Era diventato un attore talmente abile da riuscire a fingere 24 ore su 24 che la sua vita fosse incredibile, che tutto andasse per il meglio, che l’avere non una, ma addirittura due donne che pendevano dalle sue labbra ingigantisse il suo ego a dismisura, e ora che una delle due – a ragione – aveva messo fine a quella farsa non poteva credere che la rabbia che provava fosse l’equo frutto dei rimorsi di coscienza.

Tirò su col naso, rimettendo rapidamente via la fotografia. La teneva nel portafogli da anni insieme alla foto delle figlie, ma era passato molto tempo dall’ultima volta in cui l’aveva guardata.

Riprese a guidare; sui suoi occhi umidi si riflettevano le insegne illuminate dei negozi. Nella mente aveva ancora impresso lo sguardo di lei, che nascondeva il dolore dietro una maschera di razionalità. La donna gli aveva parlato con estrema franchezza - di questo doveva dargliene atto - trovando più di un valido motivo per cui voltare pagina una volta per tutte sarebbe stata la soluzione migliore. Lui, però, la conosceva bene e sapeva che nel suo tono di voce si celava tutta la fatica che mettere fine ad una parte importante della vita comporta.

Aprì il finestrino per gettare il mozzicone di sigaretta e un forte odore di pioggia si insinuò nell'auto, coprendo per qualche istante quello del fumo. L'uomo rifletté su come giustificare il ritardo, ma gli sembrò di non esserne più in grado. Era come se una scusa plausibile valesse tanto quanto una poco verosimile: sempre di una bugia si trattava. Nervoso, sbuffò e frenò all'ennesimo semaforo.

- Ma cosa mi invento questa volta? - domandò tra sé e sé. La verità era esclusa dal principio, così diresse il pensiero verso qualcosa di più generico: "Avevo un impegno di lavoro e si è fatto tardi".

Lungo il viale di casa una fila di macchine si spostava con lentezza sotto la pioggia. Abbassando il volume della radio, l'uomo si avvicinava di metro in metro al palazzo più confuso di quando era partito: nemmeno lui sarebbe stato in grado di definire lo stato d’animo in cui si trovava; si sentiva svuotato e un senso di profonda solitudine gli bruciava cocente nel petto. Ciò che provava non si limitava al dolore interiore, era anche un male fisico: avrebbe potuto perdere un braccio e non ne avrebbe sentito la differenza. Arrivò davanti al portone aperto ed entrò a bassissima velocità, diretto verso il garage. Spense il motore e si lasciò andare ad un profondo sospiro; il peso che gli premeva nel petto, però, era molto più difficile da allontanare e gli stava causando anche un gran mal di testa. Dopo aver chiuso la saracinesca, l'uomo camminò con lentezza verso le scale per raggiungere l'ingresso del palazzo.

Quando entrò in ascensore e premette il pulsante per raggiungere il piano in cui abitava, appoggiò la schiena al grande specchio e il suo sguardo si perse nel vuoto. Aveva ancora qualche momento per metabolizzare in solitudine il dolore, la rabbia - nei confronti della donna? Certamente no, o almeno non del tutto: preferiva di gran lunga vederla meno spesso ma felice, piuttosto che in una situazione che le stava stretta. L'uomo si sorprese in un mezzo sorriso pensando a quanti momenti erano passati, quanta allegria avevano e - sperava - ancora avrebbero condiviso. Uscì dall'ascensore e cercò le chiavi di casa in tasca, rendendosi conto di non aver rimesso la foto nel portafoglio. Arrivò davanti alla porta di casa, fece un respiro e chiuse gli occhi: l'ultimo secondo prima di voltare pagina non era mai stato tanto sofferto, non sarebbe più potuto tornare indietro. Quel momento chiudeva definitivamente quattordici anni che avrebbero assunto soltanto la forma del ricordo.

Nel momento in cui aprì la porta, la luce del salotto lo investì e la sua quotidianità tornò a ruotargli intorno. Lì dentro nessuno conosceva ciò che si era appena concluso e lui non avrebbe dovuto lasciar trasparire alcunché. Gli sembrava che quelle pareti lo accogliessero nonostante gli ricordassero puntualmente ciò a cui avrebbe preferito non pensare per un po'. La sua era una famiglia che sapeva farsi sentire, che lasciava tracce di sé un po' ovunque. Sorrise nel vedere le figlie e la moglie che lo aspettavano, si scusò per il ritardo perché quell'impegno di lavoro si era prolungato un po' troppo ma proprio non sarebbe potuto scappare prima. L'uomo si lasciò prendere di nuovo dal suo ruolo di padre e marito e la sua mente piano piano iniziò ad estraniarsi dal resto - anche se, lo sapeva benissimo, non gli sarebbe mai stato possibile allontanato in modo definitivo. "Gli amori che non sono successi durano tutta la vita. Perché le cose che non accadono, e che pure potevano essere, ci restano dentro indelebili".

Nessuno ha ancora commentato, sii tu il primo!

Ottimo! Visita la libreria per gestire i tuoi magazine

×
!
La tua sessione è scaduta! Effettua di nuovo il login e spunta Ricordati di me per rimanere sempre connesso e non perdere i tuoi progressi!
Ottimo!

Controlla la tua email per reimpostare la tua password!

×