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Una storia di Megara03

Mirties Vandenynas

Estratto da "L'angelo nero"-Ilaria Alleva

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Pubblicato il 24 gennaio 2018 in Fantasy

Tags: angelo romanzo fantasy ebook Langelonero

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[...] “Tu non hai idea di quali mostri si nascondono nel fondale marino! Sai come si chiama questo pianeta?”, mi chiese e al mio cenno nega¬tivo continuò, “Mirties Vandenynas, che in elfiro vuol dire Oceano di Morte, siamo finite all’inferno!”

“Io non vedo né fiamme, né demoni”, risposi con ironia. “Non ci sono le fiamme, ma ti assicuro che di demoni ce ne sono e molti... anche se tu non li vedi!” “Dici davvero?”, risposi continuando a camminare vicinissima agli scogli.

“Ilary, attenta!...”

Sunìl non fece in tempo a finire la frase che qualcosa mi prese una gamba e mi trascinò tra i flutti. Sott’acqua riuscii a vedere la figura che mi aveva preso, anche se gli occhi mi bruciavano per il sale e le orecchie mi scoppiavano a causa della pressione dell’acqua, che di¬ventava sempre maggiore man mano che si andava sul fondo. Una creatura con una lunga coda di serpente color verde chiaro e la parte superiore del corpo di forma umana mi trascinava imperterrita verso il basso. Aveva le mani palmate e le unghie lunghe e squamose, i lunghissimi capelli blu fluttuavano tra le onde marine e la pelle era di un azzurrino quasi trasparente. Non so come, ci ritrovammo faccia a faccia: i suoi occhi erano grandi e blu scuri e, le labbra erano dello stesso colore e aveva gioielli dello stesso verde della coda. Era forse una sirena? Ghignò mostrandomi le innumerevoli file di denti aguzzi e affilati che brillavano come coltelli nel blu dell’oceano. All’inizio ero rimasta affascinata da quell’essere , ma ora ne ero terrorizzata. Avrei voluto avere le branchie per respirare, più tentavo di fuggire e più le alghe mi legavano stretti i polsi e le caviglie. Mi voltai e vidi Sunìl poco più in là dimenarsi provando a togliersi le alghe di dosso, ma più si muoveva e più quelle erbe la stritolavano. Quelle che ci avevano fatte prigioniere non erano sirene. L’istinto di iniziò a prevalere sulla mia ragione, e l’essere ghignante tramutò la sua espressione divertita in una turbata, e mi strillò contro tanto forte da farmi male alle orecchie. Le alghe si ritirarono e, improvvisamente, mi apparve l’immagine di Edoardo che veniva trascinato verso il fondo, guardandomi con gli occhi vuoti. Mi resi conto che per respirare non avevo più bisogno di ossigeno, quindi cercai di raggiungerlo, di afferrare la sua mano e riportarlo in superficie. Ma la sua mano era bianca come quella di un morto, e inafferrabile. Era un fantasma. Sembrava fosse morto davvero. Provai a prenderlo ripetutamente, senza rassegnarmi al fatto che stessi afferrando il fumo. Alla fine sparì, e io mi ritrovai senz’aria, con i polmoni in fiamme per la salsedine, pieni d’acqua, e con l’incoscienza che prevaleva. L’ultima cosa che vidi fu un una distorsione del paesaggio. Poi più niente. [...]

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