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Una storia di LuigiMaiello

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Intertwine Consiglia pt.28: “La Racchetta Magica”

Pennetta-Vinci, I Tenenbaum di Wes Anderson intrecciati a Il tennis come esperienza religiosa di David Foster Wallace e al duo indie Tennis.

Pubblicato il 17 settembre 2015

Flavia Pennetta e Roberta Vinci.

La finale tutta italiana all’Us Open con la vittoria di Flavia Pennetta nei confronti di Roberta Vinci ci offre lo spunto per “sfidarvi” su un argomento diverso dal solito: il tennis.

“La Racchetta Magica” delle due ragazze pugliesi è un po’ come la bacchetta magica delle fate nelle fiabe, perché loro due sono riuscite, giocando, correndo, sudando, lottando e soprattutto vincendo, a portare l’attenzione di milioni di italiani verso uno sport che non sempre riesce a catalizzare tanti spettatori davanti allo schermo, anche perché i tempi di Panatta e Pietrangeli che vincevano la Coppa Davis sono ormai lontani.

Dopo la vittoria è arrivato l’annuncio shock di Flavia Pennetta che vuole chiudere la sua carriera, perché preferisce lasciare da vincitrice. Il presidente del Coni, Giovanni Malagò, ha dichiarato che si impegnerà al massimo per farle cambiare idea in vista delle Olimpiadi di Rio del 2016.

Non sappiamo se ci riuscirà.

Noi che siamo dei grandi sportivi (mancati) proviamo a convincerla a modo nostro, dedicando al tennis una puntata della nostra rubrica.

Intertwine Consiglia pt.28: “La Racchetta Magica” inizia con Wes Anderson e I Tenenbaum.

I Tenenbaum di Wes Anderson.

Tre fratelli si rivedono e tornano a vivere insieme dopo tanti anni. L'occasione della loro riunione è il ritorno a casa del padre di famiglia, gravemente malato, interpretato da Gene Hackman.

Un padre che torna a casa dai figli, perché gravemente malato, potrebbe sembrare l’inizio di un film drammatico.

In realtà non si sa se il padre è malato realmente, il film è tutt’altro che drammatico e lui, il padre Royal è un dandy anche molto immaturo.

-“Lui mi salvò la vita, sapete? Trent'anni fa fui accoltellato in un bazar a Calcutta,

lui mi portò in spalla fino all'ospedale."

-"Chi ti aveva accoltellato?"

-" Sempre lui"

Scena de I Tenenbaum.

Il tempo sembra essersi fermato a molti anni prima per i rampolli Tenenbaum.

Erano tre piccoli geni da giovani: Chas era un mago della finanza, Margot una talentuosa e precoce scrittrice che metteva in scena commedie, e poi Richie, asso del tennis da adolescente.

Ma il tempo non sempre è gentiluomo e a volte viene meno alle promesse, così il talento negli anni si è dissolto e loro hanno preso altre strade.

Ora da adulti si ritrovano a vivere nella stessa casa di molti anni prima, con gli stessi vestiti e le stesse “camerette” che ospitano ancora giradischi, disegni infantili e tende da campeggio.

Sono passati trent’anni ma il look è sempre anni ‘70 perché la famiglia Tanenbaum è un po’ fuori dal tempo, ma in fondo è una famiglia normale, se non fosse che:

"Ogni famiglia ha la sua pecora nera, in questa lo sono tutti."

La saga di questa famiglia sgangherata sembra derivare da un romanzo: una voce fuori campo ci presenta la storia divisa nei vari capitoli, come in un libro.

I personaggi indossano gli stessi vestiti per tutto il film ed il tennis la fa da padrone.

Così Margot (Gwyneth Paltrow) è una donna con un fascino immenso, indossa per tanto tempo abiti da tennis Lacoste e un cappotto di pelliccia di visone, un fermaglio per capelli rosso e una borsa Hermes.

Anche Richie Tenenbaum (Luke Wilson) :è rimasto intrappolato nella divisa da giocatore di tennis con le sue immancabili fasce sulla testa e ai polsi che lo trasportano immediatamente sul campo.

Chas (Ben Stiller) ha gettato tutti i suoi abiti da business per indossare, come i suoi figli, solo tute Adidas, in seguito alla morte della moglie.

Wes Anderson.

Al suo terzo lungometraggio emerge un Wes Anderson nostalgico e disilluso, dove la vita quotidiana viene quasi celata in una fuga verso una realtà infantile e fiabesca, e la famiglia assume il ruolo centrale di unica forza benigna che può frenare quel processo di auto-distruzione in atto in ognuno di loro.

Una vena malinconica è data anche dai brani dei Velvet Underground, dei Beatles, di Nico e Paul Simon.

Il linguaggio di Wes Anderson è fatto di simmetrie e coralità. Un microcosmo simile al teatro dell’assurdo, ma più colorato, ironico, quasi da cartoon, dove convivono personaggi pieni di sfaccettature e scenografie bidimensionali, mondi interiori e mondi di cartapesta.

Passiamo al duo musicale. Loro sono i Tennis.

Marito e moglie di Denver, in Colorado, che al ritorno dal viaggio di nozze decidono di raccontare tutto attraverso la musica, dando vita ai Tennis.

Era il 2010 e il loro primo disco è Cape Dory, dove spicca il singolo Marathon, con cui si guadagnano una discreta popolarità nell’ambito indie.

La prima volta li abbiamo ascoltati insieme in ufficio, in una compilation “Nuove Uscite” di Spotify, poi li abbiamo ascoltati più volte e nella puntata di oggi non potevano mancare.

Copertina di Young&Old.

Marito e moglie che riescono a sopportarsi anche sul lavoro. Una situazione per niente semplice, ma a giudicare dai risultati, almeno canori, i due ci riescono molto bene.

L’album che abbiamo scelto è Young&Old del 2012, prodotto da Patrick Carney dei Black Keys.

Dopo un inizio lento il disco prende grande forza prima con il pezzo forse più famoso del disco Origins, un bel mix di piano e sax contornati da un gran riff di chitarra.

I testi non sono affatto semplici, basti pensare all’analisi sull’incomunicabilità di My better self:

“Che cosa è fatto?

Non lo so

Ma il significato viene e va..

Nonostante lo sforzo che ho pianificato

Ti sembra di perdere quello che intendevo”

Con Young and Old i Tennis riescono a trasmettere una sensazione di freschezza, che con questo clima (per fortuna) ancora caldo, non può che fare bene.

Ci sono anche dei jingle che rimandano al primo disco come Traveling, Robin, Dreaming e High Road.

I Tennis.

Ma poi si giunge a "Take Me To Heaven", in cui la progressione emotiva diventa culminante:

"If you're only passing through/Then take me to heaven with you".

“Ma se sei solo di passaggio..

Per favore non dimenticare quel che si fa

Ma se sei solo di passaggio

Poi portami in cielo con te..”

Young&Old è il disco della maturità artistica dei Tennis, 33 minuti di musica piacevole, di melodie pop che diventano più piacevoli ad ogni ascolto.

Passiamo al libro di questa settimana: Il tennis come esperienza religiosa di David Foster Wallace.

Copertina de "Il tennis come esperienza religiosa" di David Foster Wallace.

Questo è uno di quei libri che parlano di tennis, scritti da uno che il tennis l’ha praticato tutta la vita.

David Foster Wallace, infatti, prima di diventare uno dei più grandi innovatori della letteratura americana contemporanea, si è a lungo dedicato al tennis, anche in modo catartico, applicando la sua inclinazione alla matematica e alla geometria, pure per calcolare la velocità della palla in linea d’aria.

Questo libro, Il tennis come esperienza religiosa, è in realtà un volumetto che racchiude due articoli scritti a distanza di quasi dieci anni l'uno dall'altro.

Il primo racconta di una storica edizione degli US Open (Democrazia e commercio agli US Open), mentre il secondo (Federer come esperienza religiosa) tratta in maniera estatica, quasi filosofica, lo stile di gioco di uno dei più grandi talenti di sempre, Roger Federer .

E’ un libro sul tennis in cui ritroviamo lo scontro omerico tra il talento e la forza bruta, tra la bellezza di una volée perfetta e gli interessi economici che ruotano intorno a ogni sport.

Democrazia e commercio agli US Open è la descrizione del più importante Slam d’America. È una sorta di celebrazione di un singolo che si gioca fra Pete Sampras e Mark Philippoussis:

“Sembra brutale, Philippoussis, spartano, uno grosso e lento che gioca di potenza da fondocampo, con una cattiveria gelida negli occhi, e a paragone Sampras appare quasi fragile, cerebrale, un poeta, saggio e triste allo stesso tempo, stanco come solo le democrazie sanno esserlo”.

Agassi e Federer.
Pete Sampras.

Ma in questo saggio ritroviamo anche la critica agli Us Open, come macchina di soldi: dai brand che campeggiano a bordo campo, a quelli che ti regalano il caffè caldo all’ingresso dello stadio.

L’altro saggio, Federer come esperienza religiosa, è interamente dedicato a Roger Federer.

In particolare a un episodio.

Siamo alla finale degli US Open del 2005, che si gioca tra Agassi e Federer. Qui il fuoriclasse svizzero segna un punto, realizzando un effetto scenico che a detta dello stesso Wallace “sembrava una cosa uscita da Matrix”.

David Foster Wallace.

L’ammirazione di David Foster Wallace verso Federer e il suo tennis, invade anche il campo linguistico, tanto che sul New York Times del 2006, lo scrittore sostituisce la locuzione “momenti di gloria” per sostituirla con “Momenti Federer”.

“La particolarità di Federer è che è Mozart e i Metallica allo stesso tempo.”

L’autore non manca di mettere in risalto anche la bellezza estetica di Federer, ma la contrappone al contenuto di tutte le sue risposte, dove ogni frase è cadenzata da “magari” e “capito”.

In entrambi i saggi lo stile narrativo di Wallace, è teso alla percezione dell'armonia e del bello, che in questo sport per lui è un valore aggiunto, una parte integrante dello spettacolo, ma soprattutto del gioco.

"Il tennis in tv sta al tennis dal vivo piú o meno come i video porno stanno alla realtà vissuta”.

Come ogni persona che segue una religione si reca nei suoi posti “sacri”, ogni buon praticante sportivo dovrebbe recarsi nei posti di “culto” dello sport che ama.

A tal proposito, come luogo di culto, noi amiamo lo Stadio San Paolo.

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