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Una storia di Atrabile

Il filo

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Pubblicato il 11 giugno 2018 in Fantascienza

Tags: Cyberpunk

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...non che il Mondo sia un vero labirinto, in realtà forse è il contrario di un labirinto: lascia continuamente indizi lungo le sue strade...

Certo, era divertente guardare questi hacker al lavoro, che poi, detto fra noi, neanche li vedi realmente al lavoro: al massimo li vedi esibirsi, ma poi il vero lavoro non lo vengono mica a dire a te, che hai fame d'intrattenimento.

In realtà non mi ero mai chiesto se ci fosse un terminale d'accesso per questa vita, alla fine li vedi sul visore, giorno dopo giorno, a ripetizione e ti bastano, no? No. Cioè sì, se stai soffocando.

Era tardo pomeriggio, caldo e umido, e su Rue Montmartre gli sfiatatoi degli infiniti motori di controllo climatico soffiavano delicatamente tiepido vapore. Finalmente era l'ultimo impianto da preparare: un po' di soluzione fisiologica e la sostanza biologica era pronta a crescere, bisognava solo controllare da terminale che le sequenze di sviluppo fossero corrette e, in caso contrario, aggiustarle a distanza. Dopo mezz'ora era tutto pronto, giusto qualche minuto per preparare l'imballaggio e la protesi bio-meccanica era in attesa del suo destinatario. Il lavoro era alienante, ma di quei tempi, anche il solo trovarsi lì, era una certezza non da poco.

Uscendo dal negozio, notai che tutto era più fermo del solito, e non in senso positivo. In effetti, tutto era esattamente come al solito e la mia mente fece, di quell'esattezza quotidiana, uno zero: contraendo ciò che era stato così giorno dopo giorno, per anni, come fosse uguale.

Il sole serale che tingeva di oro scuro i palazzi, proiettando ombre lunghe sulla

via, rendeva brillanti gli inserti metallici di chi passeggiava nel vicolo della capitale francese. Il solito incantatore a bordo strada mi fece un occhiolino, poi con la mano bionica a frugare sotto il pesante mantello di velluto indaco, a cercare il monocolo digitale con cui, in maniera piuttosto indiscreta, si divertiva ad analizzare i passanti. Un gruppo di androidi Hitachi aveva appena finito il turno nell'omonima azienda, conglomerato e colosso che aveva dato vita a buona parte del settore urbano parigino, e si dirigevano verso i loro dormitori, o celle a microstati magnetici, dei caricabatterie in sostanza, ed era curioso come proprio mentre gli androidi si ritiravano, uscissero invece le pattuglie, per controllare il quartiere industriale durante la notte: energumeni con inserti bio-meccanici e riflessi accelerati.

Passando vicino ad un fatiscente negozio vintage, un vecchio monitor sulla vetrina riproduceva macintosh plus senza sosta. Quel dettaglio in quel momento mi colpii: si sposava bene con l'immobilità della serata, che cosa era se non un passato ormai morto che, proprio come in un nodo di scarpa, si incontrava con il presente nell'immobilità? Come avevo fatto ad affermare che il passato non mi appartenesse più, come avevo fatto a credere di poter far vibrare una corda solo da un lato?

Era la prima volta che coscientemente riunivo le estremità, ma a questo punto sapevo cosa fare: di fronte al negozio vintage, c'era il Nublu, in cui le avanguardie più estreme venivano liberate dai recinti, estremo locale in cui tutto poteva essere. In realtà questo carnevale parigino non era l'unico al mondo: negli ultimi secoli luoghi come questo rappresentavano spesso i canali di scolo del mondo, in cui le anime più disperate e addolorate andavano a morire silenziose, senza dover far sapere al resto del mondo della loro sofferenza, grazie a questo non c'erano rivolte, grazie a questo era garantito l'ordine dei poteri.

Questi luoghi sfornavano anche delle magiche avanguardie che, rimanendo nell'ombra, sublimavano i loro artisti, rendendoli dei ex machina, generando pilastri di cultura. Luoghi di violenza.

Non sapevo tutto ciò in quel momento, sapevo solamente che il Nublu era il luogo.

Entrai non facilmente, riuscendo a superare le file di impostori e rapinatori: diedi loro tutto ciò che avevo e nei miei occhi c'era lo sguardo di chi non sarebbe uscito da quel luogo, presero le cose e mi lasciarono in pace. Musica assordante, una techno velocissima, generata da un'intelligenza artificiale, una sala gigantesca e tavoli, luci, pavimenti illuminati in maniera alternata da luci stroboscopiche, guardando in alto non si vedeva la fine. Sapevo che il locale si sviluppava su tre livelli sotterranei, io ero solamente al primo, ma dovevo scendere: era come un viaggio all'interno della psiche umana, per raggiungere il luogo di congiunzione degli estremi il filo va seguito fino in fondo.

Androidi, bionici, cacciatori di teste, mafie, sicari e affaristi dei conglomerati, erano solo alcune delle figure che abitavano quel luogo: falsi messia e tante anime addolorate, altri. Ero carne da macello per tutti loro, dovevo essere protetto. Dopo qualche minuto di camminata, nella confusione, mi sorprese un colpo sulla nuca, non feci in tempo a girarmi che un destro incontrò il mio viso, cadendo a terra notai che l'uomo tirava fuori un taser dalla sua tasca, probabilmente era uno schiavista pronto a vendermi al primo mercato. Ero immobile, e spaventato, ma una figura si intromise: un uomo con un cappello da cowboy e una lunga cicatrice sanguinante sul braccio neutralizzò il delinquente interferendo con il suo sistema di iniezione di adrenalina e controllo ormonale, causandogli un calo improvviso della pressione sanguigna e facendolo svenire. Il cowboy mi guardò, il suo volto era marcato da svariate cicatrici e tatuaggi, era serio e immobile: capii che non potevo scendere senza pagare il mio obolo. Dissi all'uomo che i miei reni erano in perfette condizioni, dovevo solamente scendere e uno sarebbe stato suo, accettò.

Camminammo fino all'ingresso della prima rampa di scale, era il momento di pagare: l'uomo con fermezza tirò fuori due capsule, che una volta sbloccate e attivate fecero arrivare due androidi, in un batter d'occhio ero drogato e mi stavo addormentando, il mio unico pensiero era quello di sopravvivere senza venire ucciso durante, la missione andava completata. Al mio risveglio vidi il mercenario seduto vicino a me, in attesa che io mi fossi ripreso e che il patto fosse così saldato totalmente, intravidi in quel gesto di rimanere fino alla fine quasi un valore, l'uomo aveva curato la sua ferita. Non avevo nessun tipo di dolore, ma una lunga cicatrice sul fianco indicava l'avvenuta operazione. Ero pronto ad andare: l'uomo si alzò e si dileguò senza dire nulla, degli androidi nessuna traccia.

Il secondo piano mi attendeva.

Entrai e un assoluto buio mi accolse, neanche una traccia di luce, la musica in lontananza veniva dal piano che avevo appena superato, attutita da metri di cemento armato, solo rumore di respiri e di grida addolorate e non. Non sapevo cosa fare.

Feci qualche passo avanti e dei colpi raggiunsero il mio corpo, inizialmente pugni e calci sulle gambe e sui fianchi, poi spintoni e altri colpi. Ero all'interno di una grande rissa. Quando si è accecati, nella luce o nel buio, ciò che prende il sopravvento sono degli incredibili meccanismi naturali comuni: sapevo esattamente cosa dovevo fare. Chi non intenzionato non aveva motivo di muoversi da dove si trovava, mentre chi era motivato a raggiungere la fine di quel luogo si sarebbe spostato: necessariamente si era formata una stratificazione di anime in quel luogo e io ero all'inizio, dovevo raggiungere esattamente la parte opposta.

Una volta sottratto da quella rissa, semplicemente rimanendo immobile, venni scaraventato via e riuscii a contare sette strati in cui le anime rimanevano ad abitare quel luogo. Passando lì con un'intenzione così diversa in ogni strato, riuscii sempre ad incontrare un'ombra che dopo avermi comunicato qualcosa e dopo aver constatato che il mio responso era nullo, mi cacciava via nel successivo strato: non c'era da cercare un filo in quel caos, bastava averne uno interno.

Mi ritrovai finalmente all'ingresso delle scale che portavano all'ultimo piano, una volta scese solo una porta rimaneva tra me e ciò per cui ero venuto, ma che non conoscevo ancora.

Aprii la porta, una stanza più piccola delle precedenti si svelò di fronte a me, silenzio, delle luci omogenee illuminavano un pavimento e dei muri rivestiti da una pesante moquette a scacchi gialla e viola, quattro colonne al centro della stanza, anch'esse rivestite. Un'unica figura: un cavaliere in pesante armatura e con l'elmo sotto braccio stava lavorando sul suo terminale da avambraccio con atteggiamento ordinario, ma pochi secondi dopo il mio ingresso sollevò lo sguardo verso di me. Una risata ruppe il silenzio e immediatamente dopo degli aghi penetrarono nel mio collo, un dolore così acuto che mi bloccò il grido in gola. Venivo accompagnato a terra gentilmente da un individuo in giacca di tweed, autore della risata, che era sfumata nel sorriso con cui ora si rivolgeva a me, un sorriso non di gentilezza, ma di tranquillità, ma io tranquillo non ero.

Una scarica rapidissima percorse la colonna vertebrale e mi ritrovai all'interno di un distaccamento della Mitsubishi in Giappone, in particolare era il distaccamento "sicurezza e informazione", come lo sapevo? Appena a destra rispetto all'edificio levitavano a mezz'aria tutti i dati su quel luogo: chiaramente non ero lì fisicamente, ero all'interno della rete informatica globale. In quel momento ero per la prima volta un hacker.

Il collegamento neuronale funzionava molto bene e dopo l'iniziale dolore ci si abitua presto ai movimenti e all'artificiosità del paesaggio. Sapevo che ero lì per una missione, la mia prima missione, dovevo solo sapere quale. In quel momento venni richiamato via: "dovevo solo controllare il primo ingresso" disse l'uomo con la giacca di tweed mentre tirava via il connettore neurale e lo sistemava su una poltrona nella stanza, il cavaliere era scomparso:

"Quanto sono stato via?" - chiesi.

"Circa un'ora" - risposte lui.

Capii immediatamente che per qualche tempo quella stanza sarebbe stata la mia casa, alla fine si rivelò il tempo necessario per completare la missione alla Mitsubishi.

Anni dopo, insieme ad altri cavalieri, realizzai un messaggio nascosto all'interno della vaporwave di macintosh plus, nel negozio vintage: gli ingredienti per riuscire ad unire il filo, "Natura, Tempo e Coscienza".

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