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Una storia di CuorDiPolvere

Dormhadar

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Pubblicato il 08 giugno 2018 in Avventura

Tags: Avventura Viaggio

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I.

Sua madre, gli dissero, era una strega che per sposo aveva un lupo nero; l'avevano vista trasformarsi in corvo e volare attorno alle paludi, farsi venire le ossa di legno per marciare insieme agli alberi nel reame inaccessibile di Dormhadar.

Attorno alla dimora aveva impalato carne ed ossa, penne di strigidi tutto intorno al suo vestito.

Lui era nato sotto il segno del Leone Fiammeggiante, bianco di pelle e d'oro nei capelli. Due smeraldi aveva per occhi che da ogni parte le fanciulle lo fuggivano: s'era detto, mentre che veniva fatto crescere fra le tende dei mercenari, ch'era il Padre degli Abissi stesso, nato uomo e corruttore d'intelletti e sentimenti.

Prima che venisse al mondo, le stelle tutte in cielo profetizzarono la nascita del Fuoco; i magi ne parlarono fra di loro con sussurri per paura che qualcuno li sentisse, ma le falene appresero la cosa dalle mosche e la portarono ai gatti e quelli, a loro volta, ai gufi che parlavano coi maghi e coi necromanti maledetti, e la cosa fu subito tormento per il popolo.

Un'indovina gli lesse il palmo della mano e lo mandò a cercare le radici di una montagna sacra, custodite dalle creature delle selve e delle rocce dentro un regno nascosto alla pendice opposta del monte al centro della terra, ingrediente indispensabile al rituale di Rivelazione.

In quel periodo, il nostro s'era fatto le ossa nelle prigioni delle peggio razze: con quelle condivideva, scoprì, un certo gusto per l'avventato. Non era grande e grosso, e nemmeno troppo astuto; la forza sua stava in un maleficio ordito da sua madre la strega, che gli impediva di aver libera la mano dalla spada a cagione di una lunga catena nera, fin dal giorno del suo primo duello.

Fra le crepe della sua cella aveva capito d'essere in ascolto di una razza antica, un piccoletto ch'era finito dentro perché marchiato a fuoco come Ladro, forse ultimo della sua stirpe, posseduto da uno Spirito di Carbone col quale aveva un patto: invincibile nell'ombra, letale, senza esser visto passa, gioca coi coltelli, spegne le torce e tutto intorno il buio fa.

Portava una maschera, sotto la cui scorza si poteva vedere un principio di fiamma, cruda, sicuramente nascosta, che aveva rubato in un sancta sanctorum agli albori della sua carriera, e gli era costato uno Spirito di Tenebra col quale prese a parlare per capirlo meglio: lo vedeva spesso, quando era notte fonda e la luna non era in cielo, che si aggirava per i muri a tagliare gole e smuovere marchingegni. Si piacquero, e trovarono pace perdendosi l'uno nell'altro come uno soltanto, e si scelsero il nome di Phlegethon.

Lui non aveva nome, intorno lo chiamavano Il Maledetto, e a cagione di quella folle madre che l'aveva portato in grembo, dalla spada non poteva mica allontanarsi: l'avevano incatenato a fondo cella, dove mancava il sole e l'acqua.

Alla quarantesima notte la luna non c'era, e tutti ne avevano paura: s'erano appese torce accese su ogni muro per ogni metro, onde evitare il buio e le potenze che ne usano i mezzi. Strisciò la nebbia dal mare, la Lupa, e piansero i muri d'acqua e sabbia; le goccioline che vengono dagli abissi hanno il potere di ascoltare: un pensiero d'angoscia si trasforma in un sussurro che batte come un eco sulle pareti, e diventa subito paura.

Con la paura si allargano le ombre cosicché al primo scatto di terrore succede l'incidente: e la prima torcia si spense. Poi il vento portò via la seconda, la terza, e prima che l'ultima vacillasse, alla guardia fu chiaro che c'era qualcosa di mostruoso, ma gli venne spezzato il collo.

Scattò il lucchetto, volò via la porta. Un'ombra gli s'infilò nella serratura delle manette e gliele fece esplodere.

*

Ai lumi di una lanterna ubriaca, sopr'al mare in tempesta nella stiva di un galeone, i due ragionarono sul pericolo e fecero rotta al centro del mondo, verso la Montagna Sacra.

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