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Una storia di StefaniaCastella

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Assolvimi padre

uno come tanti

Pubblicato il 18 ottobre 2016

“E tre Ave Maria…” E tre Ave Maria. E la mia assoluzione. Fuori fa freddo le guance si arrossano, sferzate di vento che dentro non c’erano. Dispersi pensieri accompagnano i passi. Assolvimi Padre, eppure quel peso lo sento comunque. Il giornale riporta le notizie del giorno, neanche lo volevo comprare: “Giovane trovato dagli inquirenti…si sospetta un suicidio…” a stento si legge il nome, Marco Perillo 38enne tossico, pregiudicato è già tanto che qualcuno si sia accorto di lui. Eppure il ricordo fa presto a rincorrere il tempo. C’è il sole in un’aula inondata di luce. Cavalletti in disordine e teste distratte, la sola più ferma, un gigante che sbuca, che sullo sgabello non ci entra del tutto. Marco Perillo terzo anno per anni, il più grande tra tutti. Non amava studiare, non entrava volentieri, l’unica ragione per stare in classe era per disegnare e guardare Maria. Mai visto due occhi guardare altri occhi così.

Maria era luce che riempiva il suo sguardo, Maria era il sogno impossibile. Lui cresciuto nei vicoli stretti di un quartiere disperso, senza un padre, una madre che passava le giornate rinchiusa in un’edicola per sbarcare il lunario, amici sbandati obiettivi mancati. Tutto quello che era la vita di Marco, era stata Maria dal momento in cui era entrata in quell'aula, bellissima, altezzosa, sguardo azzurro di freddo glaciale. Mamma insegnate, papà maresciallo dei carabinieri, un futuro già scritto, una schiera di amiche grondanti di lodi. Maria era sempre vestita di firme eleganti, il nasino all’insù puntato più in alto degli altri, e a sfiorare quegli occhi dispersi di Marco neanche a pensarci. Avevamo seguito tutto l’iter da lontano, gli approcci imbranati, i sorrisi mancati. Gli amici che sfottono. Maria era l’angelo che sapeva ingannare, tutto quello Marco vedeva non era che il timido riflesso di quello che credeva che fosse. Una volta soltanto in un attimo di risa tra noi, ci aveva sfiorato il pensiero e sfrontate chiedemmo “Ma scusa perché perdi tempo dietro a una che neanche ti vede?”.

Lui che faceva lo sbruffone con gli altri, ci guardò con gli occhi perduti di malinconia “Oh, tanto non potete capire, Maria è tutto quello che…Tutto quello che ho” e rise ma si vedeva che rideva per finta. Forse voleva credere che fosse così, così importante pure per lei. “E però non lo dite a nessuno…” Maria. Più volte incrociandola in bagno con le amiche adoranti, sentivo disperdersi quel puzzo di fumo, e non erano sigarette quelle che scambiava con le altre. Il papi la lasciava sull'uscio e finché non svoltava, la sua bella figliola, non mutava d’aspetto, ma bastava che entrasse dal portone di scuola per riprendere in mano le fila di quella che sembrava la forma del regno che aveva costruito. Marco le passava i disegni che lei troppo pigra non si affannava a finire, se c’era qualcosa di accattivante nel bar lì in giardino, Marco pagava per lei e per le amiche. Nessuno di noi osava parlare, ma era chiaro per tutti quanto lei lo sfruttasse.

Una volta, tra le mani il portafogli firmato che lui le aveva comprato per San Valentino l’avevo visto ruotare nell’aria e finire in pasto alle arpie delle amiche “Non si intona con la borsa, prendetelo voi”. Ma quello che avevo tenuto nel cuore in riserva, erano le frasi che le avevo sentito sussurrare nei bagni di scuola all'ennesimo tiro che faceva nel branco. “Ci devi spiegare che te ne fai di quello là?” Qualcuna delle sue care amichette faceva domande stordite di fumo, risate confuse… “L’imbecille mi serve scema, mio padre non lo reggo più, mi vuole rinchiusa in gabbia, ma che crede? E poi, mi ammazza se sa che so’ incinta, così ho pensato già tutto. Gli dico che il figlio è di Marco. Gli dico che quello mi ha messa incinta... Simone, il bambino è suo, e quello è pure lui dalla mia parte, mi ha detto che mi aiuta, e secondo voi quanto ci metto a levarmi di torno quei due rompipalle? Marco una tirata di coca ed è bello e partito, non ci mette niente a rincoglionirsi… Mio padre può avere un incidente, e Simone in questo mi può dare una mano, e qui Marco ce lo facciamo entrare he he, a chi può andare la colpa se non a un tossico inutile come lui? E io mi tolgo dalle palle due piccioni con una fava. Se tutto va bene Simone mi fa avere un lavoro a Milano sapete com'è conosce un sacco di gente in un certo ambiente… Il bambino non so se me lo tengo, forse…”

Che cavolo diceva? Non capivo. Tentai di mettere in ordine i pensieri, immaginai che lui, lo dovesse sapere ma poi…Tutto mi sembrò così assurdo da non avere senso…Lo ebbe qualche settimana dopo, quando una giornata di pioggia più forte delle altre, mi aveva fatto perdere la metro. Così per fare prima avevo cambiato percorso passando accanto all'edicola della famiglia di Marco, non c’era la signora di sempre, avevo notato la testa di riccioli dietro il bancone, e capito che quella mattina lui, non sarebbe entrato a scuola. Quel dettaglio mi aveva colpito, potevo parlargli, ma era tardi, non ebbi il coraggio, e poi rimossi ogni cosa. Era un sabato di fine febbraio, e c’era il compito di chimica, la data no, non potevo scordarla.

Quando due giorni dopo i carabinieri erano piombati in classe per portare via Marco Perillo colpevole di omicidio aggravato per un aggravato omicidio commesso due giorni prima, mentre urlava “Io non c’entro niente” gli occhi di ghiaccio di Maria mi fermarono il cuore ma non i pensieri. Marco l’avevo visto all'edicola quella mattina, i dettagli che il giornale riportò man mano nei giorni successivi non coincidevano, ma Marco era uno sbandato, fumava, beveva, tirava coca, e quello era un maresciallo dei carabinieri. Nessuno avrebbe creduto alla versione dei fatti detta da lui. E chi avrebbe creduto ai ricordi di una qualunque, di chiacchiere vane ascoltate nei bagni di scuola? E poi… Era passato il tempo, la maturità, Marco aveva avuto i suoi quindici anni. Maria l’avevo rivista più volte dopo, col pancione, e poi da sola, poi con affianco un tipo che sembrava un armadio, si diceva che avesse cercato invano l’occasione di fare la modella e poi….

Nessun ricordo l’aveva sfiorata né di un padre sotto terra, né di un inutile tossico innamorato di lei… Una volta soltanto in un parco del centro passando per caso mi aveva sorpreso incontrarla, spingeva un’altalena guardando per terra. Sembrava un po’ triste e i suoi occhi non erano quelli dei tempi di scuola. Mi feci coraggio, la raggiunsi di corsa. “Maria?” Si voltò un po’ sorpresa. “Ti ricordi di me? Eravamo in classe insieme?” “Del Gaudio? Si, Claudia… Mi ricordo” Il suo bacio freddissimo mi aveva gelato le guance. Come stai di rituale…Che hai fatto…Sposata? ... DOVEVO TENTARE… “E Marco? Hai saputo più niente?” ” Marco? Quel tossico. Che vuoi che ricordi…Lo sai? Quella merda ha ucciso mio padre.” Si che lo so, so un sacco di cose che nemmeno sai che ho sentito. “Tra un po’ sarà fuori, la deve pagare”. Ancora una volta una frase spiazzante. Quello sguardo improvviso dopo tutti quegli anni riportò ogni ricordo al posto preciso. Non c’era tanto da aggiungere un capro espiatorio, un ragazzo perduto, una ragazza che non accettava le regole di un padre, e due più due…

Ancora una volta quel grande imbecille si faceva giocare, sarebbe uscito, l’avrebbe cercata…Non sapevo che dire… “Adesso ti lascio, Simone ci aspetta” Raggiunse veloce col bimbo per mano, quel tipo nell'auto che l’aspettava più avanti. Era la fine di agosto, Marco sarebbe uscito di lì a poco. Qualche amico di scuola raccontava di lui tra le pagine social in cui ci si incrociava per caso. “Quante ne ha passate, le prendeva ogni giorno. Lo so perché qualche volta lo andavo a trovare. Ha sempre detto che non c’entrava niente…Che c’era uno, che era grosso che lo aveva minacciato, che girava attorno a Maria” A fine febbraio quel pomeriggio piovoso senza voglia e calore, tra le pagine, la cronaca, un trafiletto minuscolo raccontava la fine di un tossico suicidatosi nel giardino di una villetta in periferia.

L’avevano trovato seduto ai piedi di un albero. Suicida. Legato ad un albero, peccato che fosse quasi seduto, che strano…Leggevo, pensavo…La fine di un tossico, non importa a nessuno… Padre, mi ha assolto, eppure ancora qualcosa mi pesa sul cuore, ma a nessuno interessa sapere la fine di un uomo qualunque. Non importa a nessuno. Quasi a nessuno.

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