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Una storia di LarryDeLuna

Questa storia è presente nel magazine Gnossiennes

Uno

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Pubblicato il 27 gennaio 2018 in Altro

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So bene che, quando mi chiedo quale sia il senso della vita, la mia domanda è destinata a non ottenere una risposta univoca. Intanto, la vita ha un senso o non ce l’ha? E se ce l’ha, ne ha uno solo o ne ha molti? E, sia nel caso che ne abbia uno, sia nel caso che ne abbia molti, si tratta di uno o più sensi che restano fermi nel tempo? Oppure che cambiano? O entrambe le ipotesi? Posto che la vita abbia un senso perché, anche negandolo, si è costretti ad ammettere che il senso della vita stia nel fatto di non avere un senso, mi chiedo: è possibile scavare a fondo e trovare un appiglio che valga per tutti, sempre e comunque? Io credo di sì, anche se la risposta non piacerà perché il senso della vita è la morte. Per cominciare, non solleverei neppure il problema del senso della vita, se fossi immortale. Certo, potrei interrogarmi sul significato di qualcosa, e se questo qualcosa dovesse essere una condizione drammatica, l’immortalità renderebbe infinitamente gravosa la mia assenza di risposta, come pure infinitamente fiduciosa la mia speranza di ottenerla. Ma un conto è il significato, un altro il senso. Mi piace pensare al significato come alla verità di un oggetto. Il significato della “Stella del mattino” e della “Stella della sera” è Venere, l’identico riferimento veritativo di due espressioni differenti tra loro. Ma il senso non è la verità, è l’appropriazione della verità. Una cosa è citare Venere durante una conferenza di astronomia, un’altra è sussurrare alla persona amata che è la nostra Stella del Mattino e della Sera. In che senso, allora, il senso della vita è la morte? Anzitutto, la morte indica il “senso” proprio nella più ovvia accezione della parola, che è quella di “direzione”: la vita si dirige verso la morte. La morte, però, è sia un fatto che un evento. Il fatto della morte è il suo accadimento: un incidente che interrompe tutto, il momento in cui le conseguenze di una malattia portano a termine la loro opera. L’evento della morte, invece, è il suo accadere, che ha inizio con la nascita: nell’istante stesso in cui vengo al mondo, inizio a morire (e l’evento suggerisce anche l’eventualità, poiché nessuna ora è immune al rischio che la morte possa fare il suo ingresso). L’evento della morte è il (paradossale) datore di senso: conferisce un senso, strappandolo; ciò che dà un senso alla vita è lo stesso che glielo toglie, ciò che glielo dà togliendolo, avvalendosi di un potente alleato, il tempo. Se non fossi temporale, sarei eterno. L’eternità, tuttavia, non è una durata temporale infinita. Una durata temporale infinita ha un inizio, ma non ha una fine. L’eternità invece non ha né inizio né fine, né passato né futuro, ma è come congelata in un presente senza tempo. Al discorso sull’eternità non so aggiungere altro. A quello sulla durata temporale infinita sì, e si tratta di una postilla interessante perché una vita temporalmente infinita non è tanto diversa da una vita finita nel tempo. Certo, se il mio tempo durasse all’infinito, io non avrei mai fine. Ma avrebbero comunque fine le faccende con cui entrerei in commercio. Un’occasione mancata, ad esempio, rimarrebbe comunque mancata. E se è pur vero che in un tempo infinito è decisamente probabile che un’occasione possa ripresentarsi, è altrettanto vero che la seconda volta non sarebbe mai la prima perché, di ogni cosa, la prima volta è, oltre che prima, anche l’ultima. Ecco il senso che la morte dà alla vita: sta nel fatto di rendere infinitamente prezioso il nostro tempo. Ogni attimo del nostro tempo è unico, irripetibile: ed è fragile, perennemente sospeso sull’abisso di una fine che lo trascina a sé da tutti i lati, costantemente in bilico sull’orlo di una doppia negazione letale che lo divora, quella (certa) del passato, che non è più, quella (incerta) del futuro, che non è ancora. Tutto questo giro di parole per approdare a una fin troppo nota esaltazione del carpe diem? No, o almeno, non solo. Non si tratta soltanto di divorare l’attimo, ma di fare quasi in modo che esso non venga divorato. È possibile? Rispondere a tale interrogativo significa varcare la soglia del mistero quale forma di conoscenza e dell’immaginazione quale trait d’union che lo connette al coraggio, vissuto come risposta ultimativa alla domanda sul senso. Ma di questo parliamo un’altra volta.

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