scrivi

Una storia di Massimo.ferraris

Come il vento che soffia all'improvviso

Pubblicato il 07 aprile 2018 in Storie d’amore

Tags: abbandono amore dolore sconfitta tradimento

0

Il vento mi culla...

Mi rendo conto solo in questo momento di come mi sento, dello sforzo che i miei occhi compiono nel contemplare la scena. Un'auto, due valigie, tu al volante e il mondo che lentamente va a sgretolarsi, lasciandomi nel vuoto di me stesso. Quel vento che soffiando tra le sbarre di un cancello ci aveva fatto incontrare, l'inizio d'estate di tre anni fa. Io non potevo ancora sapere che il il trovarmi davanti al convento delle Suore della Purificazione sarebbe stato l'inizio di qualcosa di bello, come pure tu, vestita di bianco e con in testa un capellino per ripararti dal sole, non potevi immaginare che Suor Adelaide ci avrebbe fatto incontrare. Ti vidi e subito pensai che un essere così bello sarebbe volato via trasportato dal vento, come un angelo spinto tra le nuvole. Rimasi fisso a contemplarti, ti osservai ridere e tenerti il cappello con le mani. Io, in piedi davanti al grande cancello non osavo rompere l'incantesimo, fino a quando un sorriso si frappose tra noi.

-Venga avanti, Vittorio- mi disse suor Adelaide facendosi vicina. Aprì il portoncino e mi strinse in un abbraccio affettuoso, uno di quelli che ti fanno capire come al mondo ci sia gente umile e sincera. -Le voglio presentare una persona- e così dicendo mi portò vicino a te.

-Vittorio questa è Magda, la nipote di Suor Teresa, la nostra cuoca- poi si girò. -E Magda, questo è Vittorio, il nostro caro e fidato architetto che si occupa della ristrutturazione della cappella secondaria, quella dedicata a San Severo. Non fosse per lui, con tutte le spese che il lavoro comporta, saremmo ancora in fase di studio-.

-Troppo buona...- dissi, arrossendo per il complimento.

-E' la verità!- esclamò risoluta. -Ed ora dentro, tutti e due, che questo vento è foriero di brutto tempo-.

Fu il primo contatto tra di noi, entrando ti sfiorai la spalla e riuscii a percepire il profumo inconfondibile che in questo momento ho nelle narici.

L'auto si fa piccola all'orizzonte e io mi sento inetto, quasi una larva per non essere stato capace di fermarti e dirti quanto ti amo.

Ci frequentammo fin da subito; quella sera stessa ti invitai a cena, poi al cinema ed infine, al ritorno al convento, scoccò la scintilla del primo bacio. Suor Adelaide si dimostrò felicissima del nostro amore, un po' meno tua zia che vedeva in me il tipico architetto rampante capace solo di rubare i cuori alle fanciulle per poi abbandonarle. Ma non fu così, ed anche lei se ne accorse col tempo. Andammo ad abitare insieme tre mesi dopo, con la promessa che presto ci saremo sposati, proprio nella cappella che l'impresa stava finendo di sistemare. Suor Adelaide chiuse un occhio sul fatto che vivevamo sotto lo stesso tetto senza il vincolo del sacramento, ma in fondo si trattava di una persona con una visione della vita più ampia di quanto il vestito che indossava le permetteva.

-Aspetto un figlio- mi dissi una mattina di due anni fa, mentre io intento a farmi la barba mi fissavo nello specchio del bagno. Il tuo viso era pallido e tirato, segnato da due occhiaie che pesavano sotto agli occhi. Non avevi dormito tutta la notte, rimuginando su quella notizia che avevi paura potesse essere devastante. Ma quando i miei occhi riflessi incontrarono i tuoi ti sciolsi ed iniziasti a piangere, mentre io, con ancora la schiuma sulla faccia iniziai a tempestarti di baci, sporcandoti i capelli ed il vestito. Ricordo di aver lanciato urla di gioia correndo per casa, mentre tu ridevi come una pazza e mi gridavi di smetterla o i vicini avrebbero chiamato la Polizia. Quel piccolo esserino che cresceva in te cementò ancora di più il nostro rapporto. Decidemmo di sposarci quindici giorni dopo, nella cappella, dove le impalcatura ancora riempivano la parte posteriore dell'altare. Decidesti per un abito bianco, non il solito vestito da sposa, ma una cosa semplice ed elegante. Pochi intimi, i miei, i tuoi e alcuni amici. La nostra vita sembrava una favola a lieto fine, il raggiungimento di una meta che mai avrei sperato solo qualche mese prima. Poi d'improvviso comparve lei, mentre entravi nell'ottavo mese di gravidanza.

-Architetto Lagasio piacere, son Miriam Lovisolo- mi porse la mano e la feci accomodare. Miriam era una elegante donna sulla trentina, palesemente ricca e amante del lusso. L'acquisto della villa accanto al convento l'aveva spinta nel mio studio grazie al consiglio di Suor Adelaide che aveva speso parole di elogio nei miei confronti. Ci demmo appuntamento per il giorno dopo presso la tenuta, avrei dato un'occhiata, scattato foto ed eseguito rilievi. Una normale giornata di lavoro, dalla quale mi aspettavo di ricavare un discreto guadagno. Con i primi soldi avrei acquistato la cameretta al bimbo, di cui la settimana prima, non resistendo alla tentazione, avevamo chiesto di svelarci il sesso. Anche il nome era già stato scelto: Matteo.

Il vento mi scorre addosso, ora che ti ho persa all'orizzonte, trascinando con se brandelli del mio cuore. Rimango seduto, mentre i pensieri ritornano alla villa e a Miriam.

-Si accomodi architetto- la sua voce era dolce e musicale. Indossava un vestito leggero, sopra il ginocchio, che lasciava trasparire un corpo degno di essere mostrato. In un certo senso mi ricordava te, ma qualcosa in lei brillava di selvaggio e lussurioso. A quel punto feci il primo sbaglio. -Mi chiami pure Vittorio, niente formalità-.

-Allora a questo punto possiamo darci anche del tu, visto che siamo più o meno coetanei- mi tese la mano e l'afferrai. In quel momento capii come era possibile perdere la testa per una donna al solo contatto della sua pelle. La ritrassi turbato, ma lei sembrò non accorgersene. Iniziai il mio lavoro, nervoso, mentre i miei sguardi cadevano sul suo corpo ogni volta che si girava. L'eccitazione salì come la lava in un vulcano, sino a quando spaventato corsi in giardino, lasciandola interdetta.

-Che succede?- le sue labbra disegnate dal rossetto si tesero in un sorriso. Rimasi a fissarle, incredulo di me stesso, dell'incapacità di reagire. Si avvicinò, abbassando il capo sino ad incontrare i miei occhi. -Vogliamo entrare?- mi accarezzò la guancia. La lama eruttò e la presi tra le braccia.

-Sono... sposato...- mormorai a pochi centimetri dalla sua bocca.

-Anche io...- sussurrò facendo scivolare le mani tra i capelli. Poi mi attirò a se baciandomi, con foga, sino a quando, afferrandomi la mano, mi portò in camera da letto. Facemmo l'amore per ore, sino a quando il suono del cellulare non ruppe l'atmosfera. Non risposi e feci entrare la segreteria. Era un messaggio di Magda; lo ignorai e ritornai tra le braccia di Miriam. Passò un'altra ora prima che decisi che era giunto il tempo di rientrare. Non provavo rimorso, stare con lei mi sembrava la cosa più naturale del mondo.

-A domani- mi disse dandomi un ultimo bacio. Salii in macchina e guidai in stato confusionale. Lo specchietto retrovisore mi rimandava l'immagine di un uomo dalla faccia tirata e con due occhiaie profonde. Il senso di colpa arrivò netto e preciso, come la lama di un coltello; cosa diavolo avevo fatto? Rovinato tutto, distrutto la storia d'amore con Magda. Frenai e accostando sul ciglio della strada presi a respirare con affanno. Non avevo idea di come le cose si sarebbero evolute; di certo avrei rincontrato Miriam, ci sarebbero state altre ore di passione, magari se giocavo bene la partita mia moglie non se ne sarebbe mai accorta. Cercai di trovare la calma e mi congratulai con me stesso per aver trovato la soluzione migliore.

Entrai in casa sorridente, pronto a recitare la parte dell'uomo felice, ma mi accorsi che l'appartamento era vuoto. In cucina non trovai nulla di pronto e nemmeno un biglietto di spiegazione. Erano le otto di sera e Magda mi avrebbe avvertito se... poi mi venne in mente il messaggio non letto e con le dita frementi mi collegai alla sgreteria.

"Vittorio, presto vieni in ospedale!". Ebbi un capogiro, urtai contro il tavolino e caddi a terra, picchiando il capo contro il mobile. In stato confusionale mi rialzai e raggiunsi l'auto. Mi girava la testa e mi accorsi che un rivolo di sangue stava attraversando la guancia. Passai col rosso, rischiai di travolgere dei pedoni, ma nulla mi fermò, fino a quando non raggiunsi il Pronto Soccorso. Un'infermiera mi guidò sino alla stanza in cui ti trovavi e mi bloccai sulla porta vedendoti addormentata e con la faccia cerea. Sapevo che era successo l'irreparabile, che il destino aveva voluto far pagare a te lo scotto del mio sbaglio.

-La lasci riposare- mi disse un dottore trascinandomi gentilmente fuori dalla stanza. -Ha perso molto sangue-.

-Ma che è successo?- ero incredulo, sentivo che la notizia che avrei appreso mi avrebbe fatto crollare.

-Sua moglie ha perso il bambino. Un aborto spontaneo-.

Com'era possibile, era quasi alla fine. Il dottore si prodigò in spiegazioni, ma la mia testa rifiutava di recepirle, il mio pensiero fisso era per Magda. Piansi e il dottore mi lasciò solo con me stesso, con la disperazione devastante che mi squarciava il corpo. Suor Adelaide mi svegliò la mattina dopo, mentre accovacciato su una panca ero riuscito a crollare nel sonno.

-Magda è sveglia, ce l'ha fatta-.

Mi sposto e raggiungo il portone di casa. Ilo vento solleva la polvere e me la sbatte in faccia quasi a schiaffeggiarmi. Mi merito tutto questo, dovrei rimanere qui e farmi sommergere. Ma non ci sarebbe punizione sufficiente per espiare i peccati.

Ci vollero tre mesi per tornare ad una normalità apparente; il lavoro aveva subito un brusco arresto poichè la mia testa rifiutava impegni di quel tipo. Ma avevamo anche bisogno di andare avanti e perciò fu Magda a farmi forza, a spingermi lentamente verso la quotidianità, lasciando alle spalle la sofferenza. Lei era la più forte, quella che a prima vista sembrava fragile, ma che invece non era. Una mattina entrò in studio Miriam, bella più che mai; il mio cuore prese a galoppare e la giornata trascorsa insieme si mostrò violentemente nella mia mente. Non si avvicinò, rimase distante e mi parlò con aria distaccata.

-Mi scusi, so che non è il momento- disse passando a darmi di nuovo del lei, -ma ho bisogno di sapere se ha sempre intenzione di continuare il lavoro. Mio marito è in villa e vuole che la ristrutturazione parta immediatamente-.

-Si, mi scusi, è stato un periodo difficile, ma ora sono tornato pienamente operativo...- stavamo fingendo, come se nulla fosse successo. Era meglio così, dimenticare e andare avanti. Lei non mi chiese nulla dell'aborto, ed io non mi sentii in obbligo di informarla. Conobbi il marito, una bravissima persona follemente innamorato di Miriam, che accettò ogni mio consiglio quasi fosse oro colato. I lavori partirono e nel giro di tre mesi la villa assunse le sembianze di un posto da favola. Miriam era riuscita anche a far inserire una piscina in giardino, aumentando così il valore dell'immobile.

-Commercio in diamanti- mi disse a lavori finiti Roberto, il marito. -Sono parecchio in giro per lavoro e avevo proprio bisogno di un posto come questo dove poter "conservare" la pietra più preziosa, Miriam-.

Mi dispiacque di quanto avevo fatto, avrei voluto riavvolgere la pellicola sino al punto di rifiutare il lavoro, ma non era possibile e tutto quello che riuscii a dire fu: -E' una donna fortunata-.

Magda sembrava essersi ripresa, me ne accorsi quando una sera la trovai vestita di tutto punto, pronta per uscire . La osservai fasciata in un vestito rosso che ne esaltava le forme. Il paragone con Miriam fu immediato: due donne, belle, che rispondevano ai miei canoni femminili. Sentii di amarle tutte e due, di un amore diverso, forse sbagliato. Andammo a cena fuori, poi al cinema, proprio come quando ci eravamo conosciuti. Al ritorno a casa facemmo l'amore, per la prima volta da quando era accaduto l'irreparabile. Fu meraviglioso, intenso, e tra le sue braccia cercai di abbandonare i pensieri. Mi addormentai sereno, e al mattino la luce penetrò nella stanza coprendo di sole la pelle vellutata di mia moglie. Mi avvicinai a lei e mi sentii felice e completo.

Sarebbe potuto essere l'inizio di una nuova vita, me ne rendo conto ora, mentre la chiave gira nella serratura e la porta si apre sull'appartamento freddo e vuoto. Uno sbuffo d'aria mi colpisce entrando dalla finestra ed il ricordo accende altri frammenti.

L'inaugurazione della cappella ci trovò felici ed emozionati. Suor Adelaide aveva voluto fare le cose in grande, invitando tutti quelli che avevano contribuito al risultato finale, quindi oltre a me e Magda anche i muratori e le famiglie. Il sole meraviglioso ci accolse e passammo una giornata splendida, durante la quale Don Teo, il parroco del paese, officiò una messa che terminò con il rinfresco. Mi trovai a girare per il giardino, osservando con quanta cura le suore tenessero il convento. Le inferriate che univano i muri di contenimento si affacciavano sulla strada principale, dal quale si aveva una visione del circondario, compresa la villa di Miriam. Non l'avevo più vista, non sapevo se fosse in zona e nemmeno avevo avuto occasione di incontrarla in giro, ma la curiosità mi prese all'improvviso. Sgattaiolai fuori e raggiunsi il cancello della proprietà, dove lanciai lo sguardo all'interno. Miriam era in piscina, in piedi, assorta a bere una bibita. Indossava solo gli slip del costume e il suo corpo abbronzato accese violentemente in me la voglia di lei. Era droga pura, desiderio irrefrenabile, lussuria. Alzò la testa e mi vide, le labbra si incresparono in un sorriso. Afferrò il telecomando e fece scattare la serratura del cancello. Entrai, come il vento che si insinua tra le cose e la raggiunsi. La nostra storia riprese da dove si era interrotta, in camera sua. Non potevo fare a meno di Miriam, la desideravo e inventavo mille scuse per raggiungerla. Diventammo amanti, non ci bastava mai il contatto tra noi, quasi fossimo un'anima e un corpo solo.

-Cosa ti sta succedendo?- mi chiese una sera Magda. La osservai stupito, che avesse scoperto qualcosa? Eppure ero stato attento.

-In che senso?- chiesi con un tono imbarazzato.

-Ti vedo distante, non mi cerchi più e sono settimane che non facciamo l'amore. Qualsiasi cosa ti sta accadendo sai che puoi confessarmela- non potevo, ma lei aveva ragione.

-Vorrei provare a fare un altro figlio- mi confessò, gelandomi.

-Forse è presto- cercai di prendere tempo.

-E' passato più di un anno e il ginecologo ha detto che la possibilità che possa accadere di nuovo un aborto spontaneo è nulla. E poi lo studio lavora parecchio, io posso fermarmi a casa tutto il tempo della gravidanza. Vedrai, non ci saranno problemi-.

-Possiamo riparlarne?- dissi, non sapendo che quelle semplici parole l'avrebbero ferita.

Chiudo la finestra e mi siedo sul divano, accanto al cuscino preferito di Magda. Lo prendo e lo annuso, chiudendo gli occhi.

Sono di nuovo con Miriam, nella grande casa che sembra una prigione senza sbarre; lei nuda accanto a me, la testa girata verso la finestra.

-Ho una cosa da chiederti- mi dice all'improvviso.

-Qualsiasi cosa- le rispondo, baciandole una spalla. Si allunga ed afferra un sacchettino all'interno del cassetto del comodino. Lo apre e lo scintillio mi sorprende.

-Diamanti- dico osservandoli da vicino.-Che significa?-

-Deve custodirli per me. So che possiedi una cassaforte in ufficio. Sarà solo per poco tempo, il tempo di aggiustare alcune cose. Non chiedermi altro, ti prego- li afferrai senza aprire bocca. Avrei fatto tutto per lei, persino gettarmi tra le fiamme.

Feci come mi era stato chiesto e passarono alcuni giorni. Miriam non si fece trovare al cellulare, forse per paura della presenza del marito. La lontananza da lei mi procurava attacchi di panico e un'insicurezza mai provata prima. Magda risultava fredda e distaccata; dopo quella sera non avevamo più parlato del bambino. Io non me la sentivo e preferivo una arrabbiatura temporanea piuttosto di dover cedere al suo desiderio. Che uomo ero diventato? Non mi riconoscevo più, ero trasformato. Passò una settimana prima di sentire Miriam, e quando lo fece mi diede appuntamento in un bar del centro. Strano, non l'aveva mai fatto prima. Mi trovai all'interno, proprio come mi aveva detto e aspettai.

-Buongiorno architetto, la ringrazio di essere venuto- l'aria formale mi spiazzò, poi osservai Giulio, il barista, che radiografava il suo corpo esprimendo giudizi positivi. Mi adattai.

-Buongiorno signora Miriam, sono tutt'orecchi...- discutemmo su una nuova idea relativa alla casa, sotto le orecchie attente di Giulio, che dopo un po', stufo della conversazione tecnica ed avendo esaurito interesse per il seno di Miriam, ci lasciò soli.

-Ho bisogno di parlarti- mi sussurrò all'improvviso. -Usciamo fuori- e mi lasciò nel locale. Pagai e la raggiunsi.

-Che succede?- il suo modo di fare mi turbava.

-Sono qui per chiederti una cosa importante- si strofinò le mani sul vestito. Avevo il desiderio di abbracciarla, ma rimasi al mio posto. -Voglio che tu mi lasci-.

Trasecolai, la testa iniziò a girarmi. -Non puoi chiedermi questo!- esclamai.

-Lo farai, se non vuoi che ti denuncio...- non riuscivo a capire, chi era questa donna che avevo davanti. -Ricordi i diamanti che ti ho consegnato? Mio marito ha sporto denuncia e per ora non ho intenzione di dirigere le indagini al tuo ufficio, a una condizione...-

-Quale?- il mondo si stava sfaldando.

-Sono incinta, di te- disse senza un'emozione, -ma voglio che il bambino sia riconosciuto da Roberto. Lui è ricco, potrà darmi tutto ciò che desidero, a differenza di te, che non sei altro che un architetto, per di più sposato-.

Un grido si strozzò nella gola. -Un... bambino? Non puoi chiedermi questo!-

Lei rise e solo allora compresi il significato di quella luce negli occhi che mi aveva attirato la prima volta che l'avevo incontrata.

-Io posso rovinarti. Dire che durante un sopralluogo mi hai violentata, minacciandomi di uccidermi, e solo dopo ho scoperto di essere incinta. Sarebbe la fine della tua carriera, del matrimonio e della tua vita. Pensaci, prima di fare qualche gesto sconsiderato. I diamanti puoi tenerli come indennizzo, ma da questo momento io e te non ci incontreremo mai più-.

Se ne andò e ricordo di essere rimasto fermo ad osservarla sino a quando Giulio non uscì a chiedermi se andava tutto bene. Mi mossi a fatica, ma riuscii ugualmente a raggiungere l'auto e arrivare a casa. Per un settimana mi assentai dal lavoro, Magda non parlava, anzi mi ignorava addirittura. Proseguimmo così per troppo tempo, fino a ieri sera, quando l'ho vista preparare le valigie senza dire nulla. L'ho lasciata fare, osservata raccogliere i pezzi della nostra vita e separarli uno ad uno.

Non ci siamo detti nulla, forse aspettava una risposta da me, ma che cosa avrei potuto dirle? "Ehi, lo sai che fino alla settimana scorsa scopavo con la tizia della villa? Ah, a proposito, l'ho messa incinta e poi ha deciso di lasciarmi!". Invece il silenzio ha attraversato la notte e giunto sino a questa mattina, alimentato dal vento che non smette di soffiare.

Ho voglia di dormire, chiudere gli occhi e lasciarmi trasportare nell'oblio, dove non ci sarà nessuno a chiedere spiegazioni e non ci sarà bisogno di parole. Lascerò che il tempo scorra su di me, senza un inizio né una fine, come il vento che non sai dove nasce e dove andrà a morire.

Nessuno ha ancora commentato, sii tu il primo!

Ottimo! Visita la libreria per gestire i tuoi magazine

×
!
La tua sessione è scaduta! Effettua di nuovo il login e spunta Ricordati di me per rimanere sempre connesso e non perdere i tuoi progressi!
Ottimo!

Controlla la tua email per reimpostare la tua password!

×