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Una storia di Salinger23

La fine, ma non la fine

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Pubblicato il 31 maggio 2018 in Storie d’amore

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Spense la tv con una imprecazione, lasciando il cavo dell'antenna penzolare dalla sedia. Camminò lo stretto corridoio con passo rallentato, entrò in soggiorno e la trovò distesa sul divano intenta a leggere. Anche se l'idea di bagnarsi non lo convinceva, prese coraggio, staccò la cerata dall'attaccapanni, e la indossò sopra i vestiti, infilò poi gli stivali di gomma, e uscì.

Evitando le pozze di quei giorni di pioggia percorse il vialetto. La forza dell'acquazzone era aumentata, portata dal vento. Sembrava che dal cielo qualcuno se la spassasse a lanciare funi e terra. Un lampo rischiarò a giorno l'intero giardino e gran parte della strada. Vide con chiarezza i sacchi dell'immondizia impilati accanto ai cassonetti stracolmi; un taxi con le quattro frecce inserite; un tizio che portava a spasso il cane.

Dopo qualche secondo una saetta scosse une delle abitazioni vicine, uno schianto così fragoroso che lui ebbe la sensazione di morire.

Davanti al gabbiotto degli attrezzi sciolse il lucchetto dal chiavistello che bloccava la porta, cacciò la mano a tentoni in direzione dell'interruttore. Una luce azzurrognola lo rese partecipe dell'assieme. Disposti alla rinfusa c'erano il taglia erba, una latta gialla colma di miscela, sacchi di sale che usava quando lo scivolo ghiacciava. Vasi di terracotta e vasi di rame picchiati a mano. Barattoli di vernice e di acquaragia. Pennelli. Stracci sporchi di acetato. Altri sacchetti contenenti concime e torba. Rastrelli per le foglie e quelli per la ghiaia, zappe e piccoli scavini per le aiuole.

Dalla parete destra del gabbiotto sganciò una torcia, una pinza con il manico di plastica dura e una chiave a pappagallo. Prese poi un secchio e ci mise tutto dentro. Rinfilò il lucchetto al chiavistello e rientrò in casa.

Una volta dentro si sbarazzò della cerata, sfilandosi gli stivali. Per farlo si mise col sedere a terra, facendo leva sull'attaccapanni. Il secchio con gli attrezzi lo appoggiò sul tappeto della cucina con i disegni indiani.

Entrò in soggiorno e la trovò in vestaglia. Si era appisolata, il libro sul pavimento e la coperta messa in parte. Un tuono animò i vetri della stanza, tanto che lei ebbe un piccolo movimento di gambe, come se stesse facendo un sogno di corsa.

Le toccò le mani, erano ghiacciate. Sistemò allora un altro cuscino sotto la sua testa, allungandole la coperta fin sotto al mento.

Raccattò da terra il libro osservando il retro di copertina, l'immagine che vi era impressa. Poi lo sfogliò con un po' di prurito, velocemente, come se avesse una brutta mano a poker del giovedì sera. Lo rimise a terra.

Lei a questo punto disse qualcosa nel sonno, girata su un fianco, le mani giunte dentro una preghiera. Sembrava tormentata.

Un altro tuono capovolse sulla strada. Lui imprecò con la seria idea che mai avrebbe smesso di piovere. Pensò per un istante all'antenna. Al secchio di attrezzi sul tappeto coi disegni indiani della cucina.

A ritroso guadò il soggiorno soffermandosi ai piedi, alle buffe orme che lasciava sul pavimento con le calze umide. Raggiunse una delle finestre che davano sul patio. Scostò la tenda a pannello e guardò fuori senza riuscire a vederci niente che non sapeva.

Allungò il braccio giocando con le corde, mentre un alito di vento gli arrivò dritto sulle mani attraverso il legno degli infissi.

Lei si svegliò chiedendo qualcosa da bere. Lui la assecondò, poi si rimise alla finestra, distraendosi con il riflesso rosso dei fanalini delle auto in coda. Pensando a come ogni cosa avesse una direzione precisa. E il presagio dato dalla pioggia stesse per finire.

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