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Una storia di StefaniaCastella

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Davide che non parlava mai

e davanti il mare

Pubblicato il 05 febbraio 2017

ph Sergio Siano
ph Sergio Siano

Davide è un bravo ragazzo. Studia tanto, suona il piano, parla poco, quasi niente. Davide è l’ultimo di tre, anzi di due, quelli che sono rimasti, lui e Diana due anni di distanza e due anni da quando la prima sorella Lidia, era finita dalla terrazza con gli stucchi rococò all’asfalto pulito da poco in quell’angolo napoletano con l’odore del mare a due passi. La morte faceva schifo pure lì nel borgo di Santa Lucia, il portone severo difronte, i balconi senza panni fuori, avevano guardato a lungo il corpo stropicciato di una vita finita sul bordo del marciapiede.

Davide è un bravo ragazzo, non parla, vive in camera sua, esce solo per mangiare, educatamente silenziosamente. Esce solo per picchiare strutturato, i tasti bianchi e neri del lungo pianoforte, nell’ordine di un salotto dove la polvere è una patina dolente sopra il cuore. Da quando Lidia era voltata via il silenzio era diventato ancora più assordante e ognuno viveva la sua vita. La mamma testa bassa, trascinava le giornate con poca voce, i capelli quasi bianchi nonostante i cinquanta compiuti da poco, una sola luce a rischiarare la giornata, la radio sempre accesa con qualche vecchia aria e gli acquerelli pieni di colori e fiori e luce, tutto quello che in casa ormai non c’era più. Ma da quanto era mancata quella luce? E quando c’era veramente stata?

Davide passava le ore immobili al piano e il piede di suo padre a portare il tempo. Lui integerrimo professore di cardiologia, una vita a sistemare cuori infranti, a veder disfare quelli attorno a lui, compreso il suo. Lui. Tutto ordine e disciplina intorno a lui. Lui che detta legge, lui che “schiena dritta, gomiti fuori dal tavolo. Non vi alzate se non ve lo dico io”. E Davide che ascolta, e la mamma che ingoia, e Diana che sbadiglia in faccia ad ogni regola. Diana che si chiude casa dietro le sue spalle rinsecchite, fuma e sa che le urleranno dietro. Sa che se ne sbatterà. Sa che dormirà, poco male, niente. Diana che si taglia, per rabbia per dispetto, per rancore, per dolore.

Casa di enormi balconi e poca, luce, casa di bianchissimi stucchi e troppe lacrime, e ognuno dietro la sua porta. “Mi devi scusare se faccio così, ma tengo la chiave qua. Quella dello studio di tuo padre…” Luana pulisce casa, è tonda bianca e rosa, avrà all’incirca quarant’anni, e due fossette al centro delle guance, aggiusta le tettone rovistando tra i bottoni del grembiule, e ride ride forte. Luana che lo guarda mentre studia, che gli passa le manone tra i capelli, che una volta quella mano l’ha lasciata scivolare tra le gambe e lui ha sentito un brivido che da lì sotto gli arrivava in cima e tutti quei peletti sulle braccia gli si erano rizzati. Luana che, solo lei c’aveva le chiavi di quello stanzone misterioso dove il papà passava le giornate, e la metà con lei che ripuliva. Luana che una volta lui ha beccato tirarsi su di fretta, che ci faceva inginocchiata ai piedi di suo padre? ... “Dottò io pur di lavorare so ’disposta a fa’ qualunque cosa”. Qualunque cosa, ed era stata forse presa un po’ troppo alla lettera, si capiva dai rumori che venivano da quell’ufficio, strani mugolii, rumori impercettibili. E Davide era l’unico a girare fuori dalle tane di quella dimora immobile, e a lui le orecchie riportavano ogni cosa. Dei sussurri scivolati fuori dalla camera da letto, una volta a settimana, poi una volta al mese poi sempre più lontani. Davide no, lui non dormiva. Mai.

Non dormiva la prima volta che Diana aveva scordato di chiudere a chiave il bagno e tra i trucchi nel borsello aveva tirato fuori un taglierino e senza occhi per guardare si segnava quella carne morbida, bambina, per che cosa? per che rabbia e che dolore? Questo lei non glielo disse mai. Non dormiva Davide, quando sua sorella grande si aggirava per le stanze inciampando tra i tappeti quasi allucinata e fermandosi al balcone in una notte troppo fredda aveva spalancato tutto per lanciarsi fuori. Non dormiva quando notte su notte gli stessi mugolii li aveva sentiti distintamente nell’ufficio di giorno, nel ripostiglio delle scope, nella camera di sua sorella. Cercava di capire Davide ma non ci capiva niente. “E’ un debole, tuo figlio, come te” questo sentiva quando capitava di sentirli borbottare dietro i vetri della camera da letto. E parlavano di lui. Davide, che non parlava, Davide troppo educato.

Davide che non diceva che la bella cameriera si allungava strofinandosi come una micia sul suo ventre come a quello di suo padre, Davide che non capiva le parole di sua madre “Dice che vuole farmi rinchiudere e io non voglio, io non lo lascio solo coi ragazzi. Lui mi fa troppo schifo”. Troppo schifo. Quella carne sudaticcia, si abbatteva sulla faccia, tra le mani le sue mani e tra le tette quella chiave, era troppo agitata per capire, e lui la chiave l’acchiappò e lei per troppa estasi neanche se ne accorse. E nel vuoto di un silenzio e la sua assenza era riuscito a scivolare in quella camera blindata, chiudendosi alle spalle quella porta. Lo schedario, appunti, fotografie. Ragazzine, fogli, appuntamenti. E pose strane, e carne troppo giovane per lui. E sotto un bel malloppo di scartoffie una lettera strappata per metà:

“Non mi farai più male, e non ne farai a nessuno perché io ti ammazzerò. E adesso riderai perché lo sai che non è vero, che nessuno di noi tre ti toccherà. Che nessuno di noi tre potrebbe farti male tanto quanto tu ne hai fatto a noi papà. Lidia”.

E Davide capì, capì che quei lamenti erano quelli di due corpi troppo cari e troppo giovani, che le mani sporche di suo padre, si allungavano su loro, che quel vuoto, quel silenzio si era steso per lo schifo di vedere troppo schifo.

“Ue ragazzì che stai facenn’?” Un bacio sulla bocca per stordire la vaiassa ed infilare le sue mani giovani laddove quella chiave aveva preso. “Ma guarda, c’ha tante di quelle tette che neanche se ne è accorta”. Pensò dietro la sua porta. E non c’erano pensieri c’era il pianoforte quella sera, e il movimento di quel piede impercettibile, e i silenzi quelli che c’erano sempre. E poi la porta dello studio chiusa forte. Ma non era quella una sera come le altre, Davide si avvicinò al balcone, allungò la mano al freddo del battente e fu tentato di girare la maniglia, e non lo fece. Si voltò di colpo si sistemò i capelli, attraversò la stanza e il corridoio, aprì la porta del bagno dove sapeva di trovare le cose lasciate da Diana. Si fermò osservando che tutti erano chiusi nelle loro vite, si addossò all’ufficio di papà. Premette lentamente sul pomello, lui era di spalle. Davide era silenzioso, Davide aveva un taglierino tra le mani, ed era come se ci fossero altre mani. Colse quell’uomo colpendolo di spalle tante volte, finché non lo vide spalancare gli occhi che era già per terra. Forte più forte, più forte. Che bella la calda vestaglia col laccio di lana intrecciata, servì per serrargli la gola tirando come quasi a tirar via la testa tutta. E silenzio. Si stese il silenzio. Davide chiuse la porta.

Davide era un bravo ragazzo, ordinato. Studiava tanto. Suonava il piano, parlava poco, quasi niente, e non dormiva mai. Quella notte invece dormirono tutti. Non si sentì proprio nessun rumore.

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