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Una storia di GianlucaDiMatola

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Come le viole

Noir. Un'identità negata.

Pubblicato il 21 giugno 2015

D'osso, con denti sottili ma robusti e lunghe striature nere. Stretto nei suoi morsi che non perdeva mai una presa, lo vedevo ogni mattina coricato sul lato destro del lavandino. Ne ero affascinata. Attratta. Lo immaginavo farsi largo tra i suoi lungi e setosi capelli nero corvino. Tracciava solchi fin giù alle punte che le finivano quasi sul monte di venere. Li avrei voluti anch'io, così. Folti. Ricci sul finale ma ondulati in origine. Serbavo invidia per quel pettine perché era una dichiarazione di pura femminilità.

Osservandola, leggiadra mentre se ne prendeva cura, restavo incantata come vittima di un’ipnosi. Li volevo come lei. Sì. Identici a mia madre. Ma non potevo.

Corti come punte di spilli che se li lasciavi con la mano ti pungevano. Ecco, a me era toccato portarli così. Una ingiusta condanna per un reato non commesso.

Lei non si era mai opposta a questa imposizione voluta da mio padre. Godevo di un’esclusiva, io. Di un obbligo che colpiva soltanto me. Se provavo a scappare quando lo vedevo arrivare con il rasoio, sapevo già che aveva una cintura pronta. La slacciava all’occasione facendola vibrare a mezz’aria come pale di un ventilatore. La carne di sua moglie la conosceva bene. Sapeva tutti gli effetti che quella finta pelle da pochi euro le provocava. Scoprire cosa potesse fare sulla mia schiena, sulle gambe, divenne in poco tempo un’esperienza nuova. Iluminante.

Per evitare il peggio, in casa si faceva ad accontentarlo. Ad assecondare quelli che noi chiamavamo “i suoi cinque minuti”. Con pochi strumenti per opporci, ci sentivamo disarmate al centro di una disputa militare. Ci rifugiammo maldestramente nell’ossequiosità, in quella ignobile abilità che ti insegna a tenere lo sguardo fisso al pavimento. Fu quella l’unica risorsa che trovammo lì, a portata di mano. E ne facemmo un triste e impotente abuso.

Metteva tenerezza. La vedevi a metri di distanza e ti accorgevi che era debole quanto la costola di un pollo. Così era mia madre. Uno stuzzicadenti che sta per essere frantumato da una pressa. Ma io continuavo a percepirla come un riferimento. Come la donna nella quale avrei voluto trasformarmi. Anche se andava a chiudersi in bagno tutte le volte che mio padre, rientrato dal lavoro, scaricava le sue frustrazioni sulla mia ossuta colonna vertebrale. Con la solita cintura. Quella di pelle scadente.

Lo sentivamo uscire di casa alle sette del mattino. Armeggiava tra le sue cose ma facevamo finta di dormire. Le ante degli armadi scricchiolavano. Sbatteva vestiti e scarpe qua e la. Non trovava una maglietta? Rivoltava il cassettone sottosopra sparpagliando gli indumenti sul pavimento. E non mancavano le volte che, malgrado il nostro finto riposare, tirasse mia madre giù dal letto iniziando a prenderla a calci. – Così impari a non sistemare i vestiti in bella vista. – le diceva. Poi se ne andava via con un sorriso beato. Appariva perfino soddisfatto.

Furono anni pesanti. Maledetti. Stagioni vissute con i polmoni gonfi d’aria perché anche inspirare era diventato pericoloso. Io avevo otto anni, e non sapevo gestire nulla, nemmeno la scelta di un paio di lacci, se li volevo bianchi o neri. Portavo addosso lividi che avrei imparato a nascondere, a camuffare con abiti e scuse ridicole. Ma il dolore fisico non m’aveva mai impressionato. Stringevo i denti e non davo soddisfazione. Pure se colpiva con maggior veemenza. Al punto tale da sentirlo ansimare dalla fatica. Gli venivano le braccia pesanti.

Temevo invece le infami pugnalate nello stomaco. Quelle della società che non mi avrebbe accettata. Considerata per ciò che sentivo di essere. Rinnegata, così mi sarei ritrovata.

A tredici anni abbandonai la scuola e andai a vivere da mia zia materna, Celestina. Un giorno si era presentata a casa con una sua amica grassottella che parlava un italiano difficile, disse di essere un’assistente sociale. Lavorava per il Comune. Gridò in faccia a mio padre che se non l’avessi seguita se la sarebbe vista brutta con la legge. E siccome mio padre varcato l’uscio di casa temeva perfino i moscerini, per non complicarsi la vita sbrigò velocemente la faccenda: “prendetevela pure, non so che farmene”. Mia madre ci pianse per un mese, così mi raccontarono.

In compagnia di zia Celestina trascorsi gli anni più bella della mia infanzia. Mi lasciava esprimere in tutte le possibili sfaccettature. Mi consigliava. Diceva che dovevo essere orgogliosa di chi ero e di chi sarei diventata. Che le famiglie non possiamo scegliercele, ce le ritroviamo e siamo costretti a subirle. Ma una liberazione arriva per tutti, spiegava. Dobbiamo soltanto batterci per trovarla.

Con lei avevano preso il volo otto lunghi anni. Fin quando non feci ritorno a casa. Papà era morto. Un carabiniere fuori servizio, passando sotto casa, avvertì le grida disperate di mamma. Buttò giù la porta trovandola con il volto tumefatto, agonizzante con la bestia che continuava a colpirla col tacco di una scarpa. Ne nacque una colluttazione. E nella zuffa che mise a soqquadro la casa al militare partì un colpo dalla pistola d’ordinanza. Gli spaccò il cuore in due parti.

Al processo che qualche anno dopo lo assolse, ci costituimmo in favore del Carabiniere. Fu la nostra rivalsa. Uno smacco che strappammo con troppo ritardo.

Sole, io e lei, ritrovammo la pace che non ci era mai appartenuta. Un piatto di spaghetti divorato con appetito senza che lui fosse infastidito dal nostro masticare. E allora giù botte. Testa nel piatto.

Ma in quel luogo, pur libera dall’incubo di un padre impossibile, al numero 12 del Quartiere Santa Lucia zona Pallonetto ritrovai gli stessi incubi che mi avevano cresciuta.

Nel vicolo vivevo male. Passeggiavo tra quei budelli di tufo resistiti alle storia con l’atteggiamento di chi se li sente franare addosso. Le finestre socchiuse ma vissute erano sentinelle che scrutavano le vite altrui. Perfino le sedie fuori ai bassi si animavano al mio passaggio, ricordandomi chi ero. Le sentivo bisbigliare, quelle voci sottili, poi sguaiate. Lingue taglienti peggio di lamette. I loro occhi addosso ferivano come le mani che ogni sera frugavano brutalmente ogni parte del mio corpo. Per quelli non ero mai stata niente. Né carne né pesce. Una figura astratta alla quale non sapevano dare una definizione. Eppure avevo un seno sodo e alto da fare invidia. Glutei brasiliani. Tonici. Poi mi truccavo. Mi preparavo come una signora che viveva nei piani alti della Napoli bene.

La casa mi puzzava. Non la sopportavo proprio. I piatti da insaponare. Il grasso del cibo cucinato che si attaccava addosso rendendoti repellente. Appena potevo uscivo. Correvo altrove. Volevo essere guardata. Desiderata e pure invidiata. Possedevo tutto il necessario, ero migliore di quelle fiche slabbrate che mi sparlavano dietro. C’avevo carattere e cervello. E soprattutto un grande cazzo tra le cosce. Un arnese che faceva uscire di testa i loro mariti. Sì, proprio così. Ci si attaccavano avidamente ogni notte sui sedili delle loro utilitarie. Tra i lavoretti che i loro figli prepararavano a scuola e che poi appendevano allo specchietto retrovisore. Padri premurosi. Mariti romantici. Padroni di lamiere, pistoni e pneumatici che dopo l’ufficio, al supermercato, rispettando la coda alle casse riempiono un sacchetto biodegradabile con un pezzo di pane e mezzo litro di latte scremato.

Per i miei amanti, per quelli che in cambio di trenta euro comprano un finto amore ed escono di casa in punta di piedi, sono Viola. “Come le viole anche tu ritornerai. La primavera con te riporterai”. Questa strofa appartiene ad una canzone di Peppino Gagliardi che mia madre ascoltava non appena papà si allontanava. Sentendola cantare ne seguivo le parole sulle sue labbra e pensavo alle viole come i fiori che incantavano i passanti. Ad un presagio di speranza e amori riaccesi. Erano l’arrivo della bella stagione annunciata da vasi esposti sui terrazzi. Volevo diventare una viola a tutti i costi. Me lo promettevo davanti allo specchio quando sognavo che il seno potesse crescermi in maniera naturale. E che non fossi più obbligata a radermi il viso.

Enrico iniziò a scavare una profonda galleria dentro di me nel giorno in cui avevo appena soffiato sulla ventinovesima candelina. Serviva i tavoli in un locale notturno del centro storico. Io e le mie amiche lo avevamo scelto per festeggiare. Si muoveva timidamente a scatti e con fare impacciato, stralunato. Alle provocazioni di quelle quattro svergognate che m’ero tirata appresso arrossiva in volto peggio di un ragazzino imbranato.

Passai la serata a seguirlo nel suo lavoro. Prendere bicchieri. Pulire tavolini e svuotare posacenere. Grattarsi nervosamente la fronte per le ordinazioni sbagliate. Poi, al momento del conto, io, con uno slancio di audacia mai riconosciutomi fino ad allora, gli segnai il numero di cellulare dietro la ricevuta. Un ragazzo così carino non puoi lasciarlo andare via, Viola. Non puoi permetterlo senza nemmeno avergli chiesto se gli piacciono le mandorle zuccherate.

Ma nulla. Enrico non fece mai lampeggiare quel display di origini coreane. E questo andò avanti per settimane. Ad ogni squillo mi tuffavo stupidamente sul quadrante nell’aspettativa che fosse lui. Come se poi le aspettative, qualche volta, corrispondessero mai ai nostri desideri.

Sette giorni su sette, Santi e feste nazionali comprese, battevo lungo Via Marina, una strada ampia e trafficata dove gli automobilisti non mancavano. Disponevo di marciapiedi spaziosi. Comodi come sede di lavoro. Andavo avanti e indietro col fare di una modella. Tenevo sotto i piedi una passerella di trecento metri e non temevo rivali.

Era una serata torrida, quella lì. Apparteneva ad un agosto strano che alternò violenti nubifragi a splendide schiarite. A mezzanotte e dieci lasciai l’ultimo cliente. Un avvocato che viveva in un appartamento da mezzo milione di euro ma che trovava la macchina un luogo più discreto per la sua onorabilità.

Raggiunsi a piedi il baracchino di Nicola, il migliore nel preparare granite e bevande a base di frutta tropicale. Lo conoscevo da una vita, forse da molto prima. Da lui mi sentivo a mio agio. Accettata. Se qualcuno si atteggiava o aveva comportamenti offensivi nei miei confronti a Nicola non servivano parole. Li guardava fissi senza mai mollarli. Assumeva la posa di quei cani rabbiosi che ti scrutano da capo a piede e poi ti saltano al collo. Gli bastava questo semplice gesto di sfida e quelli si freddavano. Sbiancavano in volto e si strozzavano con la loro stessa lingua.

Fu proprio fuori da Nicola che lo rividi. Ordinava una spremuta di pompelmo e mango. Era solo. Mi piazzai davanti a lui come una colonna di marmo. Non gli lasciai scampo.

- Ehi! Finalmente ti ritrovo. – disse lui mentre riceveva il resto di cinque euro dalla ragazza dietro al bancone.

- Sai, finalmente presuppone una volontà. Uno sforzo. Un timido accenno. Oggi credo sia stato più il caso a farci incontrare. Non credi? – replicai mettendo subito le cose in chiaro.

Mi raccontò di quel numero di telefono mai ricevuto. Non l’aveva notato, disse. Neanche la cassiera se n’era accorta. Probabilmente era vero. O si trattava dell’ennesima scusa che gli uomini sanno costruire come perfidi architetti. A me piacque credergli. Conoscevo troppo bene la menzogna, era stata mia amica e sapevo in che forma si presentava. Ne annusavo la puzza come fosse cacca di cane.

Senza perderci in chiacchiere o in inutili preliminari, nessuno dei due gradiva i film anni ottanta su storie da liceali, io ed Enrico iniziammo a consumare la nostra passione nel suo appartamento ai quartieri spagnoli. Una soffitta stretta quanto una scatola di scarpe ma che ci bastava. Anzi, ci pareva pure dispersiva.

A lui non interessava il mio pezzo di carne. Quella stranezza, stravaganza per la quale tutti gli uomini si mettevano in fila la notte. Con lui andavo a cena nei ristoranti, gomito a gomito con gente che si credeva normale. Famiglie che di domenica andavano in chiesa col vestito buono a scippare assoluzioni dal petto di Gesù Cristo.

Ci siamo fatti lunghe passeggiate io e lui, sul lungomare di Mergellina con una birra a dissetarci. Enrico desiderava avermi nei sui spazi. Non chiedeva di appartarci in angoli sconosciuti della nostra Napoli. Voleva viverla con me. Illuminati.

La speranza ci teneva uniti. Quella voglia matta di svegliarci spalla contro spalla e di saperci come punti di riferimento. Io il sud. Lui il nord. Distanti senza mai perderci.

Per gli altri, però, restavo trenta euro per il culo. Un pompino senza preservativo per dieci in più. Mi avevano cucito addosso un vestito che non sarei mai riuscita a sfilarmi. Un marchio a fuco come fossi bestiame pronto al macello. Ero il ricchione. Il femminello che dava una pennellata di vernice alle loro vite ammuffite.

E pensavano questo anche i tre animali che iniziarono ad insultarmi, sotto le luci sfocate di Via dei Mille, mentre osservavo le vetrine in compagnia di Andrea.

Tra le ombre che si agitavano come spettri in preda al panico, quel ragazzo gracile ma pieno di coraggio da dispensarne ai pavidi sparsi per il mondo, cercò in tutti i modi di proteggermi. Di sottrarmi da un destino fatto di violenze e disprezzo.

Ma i calci, i pugni furono troppi. Schivarli impossibile. Ed io, dopo la coltellata che mi trapassò la milza, non gli fui di nessun aiuto. Con le spalle schiacciate contro la portiera di un’auto e col culo incollato all’asfalto, restai inerme ad osservarlo. Intanto gli sputi mi colavano dal viso come fossero torrenti di vergogna.

Giaceva a faccia in su con delle scie di sangue che lente, impercettibili, gli colavano dalle orecchie. Le dita della mano sinistra tremavano, vibravano come fossero scosse da un’ultima carica di energia. Restò ad occhi aperti fino all’ultimo respiro. Fin quando il suo torace smise di gonfiarsi convulsamente. Avido di un’aria che non tratteneva. Che ricercava ma non trovava.

Andrea se ne andò che Napoli iniziava ad avere freddo. Scoperta per mesi, sbracciata quasi nuda, era lì pronta a tremare, a rannicchiarsi nell’attesa che qualcuno le coprisse le spalle.

Le ore consumate tra i quartieri, mia madre e i suoi silenzi che fecero ritorno, le malignità. Con questo e tanto altro decisi di darci un taglio netto. Di staccarmi. Spingermi il più lontano possibile fu l’unica soluzione che mi tirò via da un’indigestione di barbiturici e candeggina.

A Firenze, invece, ho trovato una mentalità riposata. Meno applicata sulla fissazione del “chi sei tu”. Ho perfino un’occupazione che mi soddisfa integrandomi in quella società che mi teneva ad un metro di distanza.

Aiuto altre donne all’interno di una casa famiglia a riemergere dai danni provocati dagli abusi domestici. Insieme, unite, gestiamo una serra. Un prato fiorito a viole.

Portiamo acqua. Sfrondiamo le erbacce che gli crescono intorno sottraendo i necessari nutrienti. Al momento giusto le cogliamo creando profumate composizioni che poi vendiamo in piazza per autofinanziarci. Insomma, ci prendiamo cura di loro. Perché in fondo, in tutte noi, c’è sempre stata una Viola da amare. Da proteggere.

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