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Una storia di Consalvoromano

La copia

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Pubblicato il 23 agosto 2018 in Fantascienza

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Quando iniziarono a manifestarsi i primi sintomi non diede alcuna importanza al cambiamento a cui stava andando incontro.Era solo qualche vuoto di memoria che attribuiva alla stanchezza. Non è niente… domani andrà meglio, si ripeteva. Poi, capitava di non ricordare nomi e volti di persone che conosceva da anni. E dove un tempo c’erano lande deserte ed erbacce sorgevano grattacieli. Dove una volta c’era la sua casa sorgevano vecchie mura decadenti. In che diavolo di posto mi trovo? Il dubbio si insinuava nella sua mente.Frustrato e disorientato, non capiva perché gli oggetti non erano mai al loro posto e attribuiva la colpa a sua moglie. Sei tu che li sposti… le diceva rimproverandola. Amava la compagnia e organizzava piccole cene con gli amici ma diventava sempre più difficile esprimersi con le parole. Iniziò a odiare quella gente e i loro sguardi compassionevoli fino a disprezzare la loro compagnia. Non capisco… Il mondo sta cambiato, le persone sono diverse.
Come una bolla di sapone, il suo mondo era scoppiato all’improvviso. Pensava che qualcuno si divertisse a cancellare i suoi ricordi obbligandolo all’isolamento.
Pillole. Aghi. Flebo. Apparecchi vari. La sua abitazione assomigliava sempre più a una corsia di ospedale. È per il suo bene, gli ripetevano gli infermieri che lo assistevano. Anche se indossavano un camice non avevano alcuni diritto di dirgli cosa fare. Quanto li detestava!
Con il tempo, la sua mente aveva smesso di ricordare.
Dormi amore mio… i mostri non esistono…
Ti voglio bene mamma…
L’oscurità lo accolse a braccia aperte. Niente aveva più importanza.

Qualche visita sporadica, poi la solitudine. Provava rabbia verso il mondo lì fuori e un vuoto incolmabile si stava pian piano impadronendo del suo cuore.
La vecchia vita non esisteva più, solo i ricordi le tenevano compagnia. Passava intere giornate a rovistare tra le foto e i vecchi cimeli di famiglia. Quanto le mancava quell’uomo così accigliato! Lo guardava accarezzando l’idea che un giorno potesse tornare in sé.
Non ci pensare nemmeno! Adam… cosa credi… la malattia è devastante non solo per te ma anche per chi ti ama… tu vuoi mollare, fallo… e cosa dovrei dire io? Sono troppo vecchia e stanca per combattere ma non voglio perderti.., gli urlava in faccia quando lo vedeva di fronte alla finestra con strane idee per la testa.
Dagli scatoloni di cartone, conservate con molta cura in cantina, estrasse delle vecchie cassette che custodivano i loro segreti più intimi: i ricordi della loro giovinezza. Accese il proiettore e i fotogrammi scorrevano senza freni davanti ai suoi occhi stanchi e umidi ma ancora vividi. Non aveva mai immaginato di ritrovarsi, sola, a ripensare al suo passato.
Lo studio di Adam era diventato ormai il suo rifugio, quasi un santuario dove pregare e trovare conforto.
Era ampio e quel giorno era ben illuminato dai raggi del sole che filtravano attraverso le tende di lino. Lo studio era ben arredato.
Chi entrava in quella stanza non poteva non notare la grande libreria in ciliegio con incisioni lavorate a mano e ben definite e gli scaffali stracolmi di libri di ogni genere.
Al posto della scrivania, adesso c’era un vecchio letto di fronte alla finestra in cui giaceva uomo inerme legato a delle macchine e con una flebo attaccata al braccio. Respirava regolarmente e il suo volto era sereno. Chiunque avrebbe pensato che dormisse.
Era seduta accanto al letto, così minuta e con gli occhi gonfi, gli teneva ben stretta la mano e mentre lo guardava e lo accarezzava gli sussurrava parole dolci quasi vergognandosi di quel suo gesto: “Adam… oggi è il nostro anniversario… ti amo amore mio…”. Lo baciò sulle sue labbra prima che le lacrime rigassero il suo volto. Prese il mazzo di tulipani che aveva comprato quella mattina quando aveva deciso di uscire di casa per schiarirsi le idee e lo depose con molta cura in un vaso sul davanzale della finestra. Sono per te, amore mio! Si asciugò le lacrime con un fazzoletto. Scostò le tende così che i raggi del sole potessero invadere la stanza. Che bella giornata! Sorrise. Mai più l’oscurità doveva interferire con la loro esistenza. Mai più le ultime parole pronunciate da Adam, Tu chi sei?, dovevano riecheggiare nella sua testa. Mai più doveva sentirsi un’estranea agli occhi dell’uomo che amava. Mai più…

Quando aprì la porta, due uomini in abito scuro e un uomo calvo e tarchiato gli apparvero di fronte. Non provavano alcuna compassione per quella donna ma solo rispetto per la sua decisione. Aggrapparsi all’impossibile anche quando le ultime resistenze vacillano e la speranza che Dio possa esaudire le tue preghiere muore con esse.
“Buongiorno, Signora Harris…”, le disse uno dei due uomini in abito scuro mostrandole il tesserino di riconoscimento: Vincent Johnson della J.J. Godman Corporation.
Dopo aver attraversato un lungo corridoio in penombra li condusse in un’ampia stanza: lo studio di Adam Harris.
“Accomodatevi…”.
“Da parte del Signor Godman…” disse porgendole dei fogli di carta l’uomo che prima le aveva mostrato il tesserino ma la donna sembrava assorta nei suoi pensieri.
“Abbiamo bisogno di qualche firma prima di procedere… è la prassi…” disse l’altro uomo in abito scuro aggrottando la fronte.
“È come se dormisse” disse la donna mentre spegneva il proiettore e riponeva le cassette nella scatola di cartone. Poi, diede un ultimo bacio all’uomo disteso nel letto e afferrò i fogli di carta. Non li degnò di uno sguardo e li firmò senza alcun indugio.
Anche se Adam era sempre stato scettico nei confronti della medicina sperimentale, non provava alcun rimorso per quello che stava facendo.
“Spero ne valga la pena…” borbottò la donna.
“È la scelta giusta, non se ne pentirà” le dissero compiaciuti i due uomini in abito scuro.
“Sono i risparmi di una vita…” sospirò la donna… “Diteglielo al Signor Godman…”
“Non ha nulla da temere. È in mani sicure…”
“E adesso cosa ci aspetta?” chiese la donna con voce flebile.
In quel momento, si fece avanti l’uomo calvo: “Sono il dr. Colton Wright, preleverò un suo campione di sangue e di suo marito che analizzerò nei prossimi giorni. Se non ci saranno intoppi procederemo con la fase successiva”.
Le sembrava che il tempo si fosse fermato. La malattia era solo un lontano ricordo. Poi voltandosi verso la finestra, sospirò: il cielo terso le riempiva il cuore di speranza.
“Ma quando ci sveglieremo… ricorderò chi sono? Riconoscerò mio marito e Adam mi riconoscerà?” domandò la donna per scacciare gli ultimi dubbi.
“Certo. E… non lo dimentichi Signora Harris, non a tutti è concessa una seconda possibilità” le disse l’uomo calvo per rincuorarla.

Una settimana dopo, un suv di colore nero prelevò i coniugi Harris dalla loro abitazione.
“Dove stiamo andando?” sospirò la donna mentre guardava la sua casa per l’ultima volta.
“A Phoenix” rispose, con un sorriso fugace, l’uomo alla guida del suv.


L’uomo era fermo accucciato all’ombra di una quercia. Solo.
Fissava la linea dell’orizzonte da chissà quanto tempo senza avere un’idea di dove si trovasse.
Lo stomaco brontolava, le labbra secche e screpolate gli procuravano fastidio. Perdeva sangue dal labbro inferiore.
Starne voci nell’aria riecheggiavano nella sua testa torturandolo: l’afferrò con le sue mani scuotendola ma continuava a sentire.
Il sibilo del vento le interruppe.
Guardò oltre il promontorio e pensò con dispiacere: forse era di quelle parti anche se non lo ricordava.
Scavò nella sua memoria con rabbia ma le immagini rimbalzavano confuse. Cosa mi è capitato e dove sono tutti quanti? Non tutti i suoi ricordi erano svaniti ma molti erano prigionieri del suo subconscio.
Intorno c’erano solo spazi immensi e selvatici: come sono arrivato qui?
Provava nell’ordine: inquietudine, turbamento, senso di vuoto e una solitudine interiore che non gli dava pace.
Ricordava un letto, una stanza fredda e dei rumori di passi.
Era frastornato, confuso e sfinito come se era alla fine di un lungo viaggio e temeva che il peggio dovesse ancora venire…
Vivo un sogno di cui non comprendo il significato e dal quale non riesco a svegliarmi o forse sono morto e la mia anima è in attesa di giudizio?
Chiuse gli occhi per un breve istante: un’immagine apparve all’improvviso nitida. Con grande fatica afferrò il ricordo…

Minacciava pioggia. I fulmini squarciavano il cielo plumbeo. Il vento soffiava forte facendo sbattere le ante delle finestre. Eva non era ancora tornata dal suo viaggio di lavoro, aveva avvisato che sarebbe rincasata tardi per il maltempo.
Morivo dal freddo e accesi la legna nel camino del salotto di casa per riscaldare l’aria nella stanza. Sdraiato sul divano sorseggiavo un bicchiere di Merlot e guardavo Han Solo e compagni in Guerre Stellari per ingannare l’attesa, poi qualcosa attirò la mia attenzione. Un boato rimbalzò fino alla mia stanza facendomi sobbalzare dal divano in preda al panico. I muscoli erano tesi. Guardandomi intorno cercai un nascondiglio sicuro: “Che cosa è successo?”. I muscoli erano tesi.
Ricordo un andirivieni di passi e dei rumori incomprensibili che provenivano dal corridoio. Qualcuno o qualcosa era dentro casa mia…
Ma era casa mia? La percezione del sogno diventava distorta.
Con il cuore in gola mi avvicinai lentamente alla porta. Tremante e madido di sudore diedi una rapida occhiata al corridoio. I suoni provenivano dalla stanza in fondo. Adagio, la raggiunsi e guardai dentro: c’erano degli sconosciuti che mi fissavano compiaciuti. Uno di loro si avvicinò e mi disse: “Non aver paura… rilassati…”. Ma il mio cuore non voleva saperne di ascoltarlo. Così caddi tramortito come colpito da un pugno in faccia.


Era seduto con le gambe incrociate accanto alla grossa quercia e continuava a osservare la linea dell’orizzonte, interrogandosi sul suo destino.
Ovunque fosse capitato, sembrava che la tempesta non fosse mai arrivata. La terra non era umida e l’aria era calda. Il cielo era terso e il sole era splendente. Le rondini volteggiavano armoniose mentre un minuscolo passerotto saltellava vicino ai suoi piedi… un… due… tre… e quindi volava via strizzandogli gli occhi come se volesse ricordargli che la vita andava avanti incurante di quello che gli era successo. Era madido di sudore, lercio, aveva il corpo ricoperto di un gel biancastro inodore, perso in un posto sconosciuto e con indosso un camice bianco, era affetto da amnesia e aveva una fame e una sete terribile.
Senza sapere il motivo, stringeva con forza nella mano un braccialetto di plastica con inciso il numero 10. Era tutto ciò che lo legava ancora al suo passato e perderlo significava non tornare più a casa.
A fatica, si mosse da lì. Il suo corpo si rifiutava di collaborare come se, lì, accovacciato sotto quella quercia, fosse il suo posto. Cercò qualcosa a cui aggrapparsi ma intorno c’era solo una terra desolata. Aveva bisogno in quel momento di qualcosa che lo confortasse. Un volto. Un oggetto. Un ricordo familiare. Qualunque cosa che gli desse speranza ma non trovava nulla di tutto ciò.
Più avanti c’erano tracce di una vecchia strada sterrata dove apparivano numerose impronte di qualcuno che si era diretto a Sud.
Seguì la strada sterrata pregando Dio che lo portasse da qualche parte. Ammesso che esistesse ancora un posto da raggiungere e un Dio da invocare.
Il sole era basso sull’orizzonte quando si trovò di fronte a un bivio. Sgranò gli occhi in cerca di qualcosa, un indizio.
C’erano rifiuti sparsi ovunque: forse era una vecchia discarica abbandonata. Disperato, diede un’occhiata in giro e cercò un paio di scarpe da calzare. Se qualcuno lo avesse visto lo avrebbe scambiato per un vagabondo che rovistava nella spazzatura! Arrossì per la vergogna.
Al centro del bivio, per terra, c’era una vecchia insegna arrugginita. Qualche lettera era stata cancellata dal tempo ma riuscì in qualche modo a leggervi qualcosa:

Phoenix 5 km

Diede un calcio violento a un sasso che era lì nelle vicinanze per sbollire la rabbia per poi finire in un piccolo canyon. Per un istante fu tentato, ci pensò eccome: forse lasciandosi cadere avrebbe raggiunto l’infinito e quel senso di vuoto che provava sarebbe finito all’istante. Scartò l’idea e si sforzò di proseguire…


Procedeva a stento. La distanza si accorciava, pochi metri lo separavano dalla città. Finalmente, alcune costruzioni, appesantite dal tempo, apparivano ai suoi occhi prima che potesse arrendersi. Delle luci accese! Una flebile speranza scaldò il suo cuore. Qualcuno viveva in quella città…
Sentiva dei rumori provenire dall’abitazione sull’isolato alla sua sinistra e si affrettò a raggiungerla. Bussò alla porta, ma nessuno rispose. Dai rumori, gli era apparso che ci fosse qualcuno in casa. Gli era apparso di vedere delle luci accese… forse era poco lucido per la stanchezza.
Era quasi buio. I raggi del sole si nascondevano tra i vicoli per poi scomparire e l’oscurità stava calando sulle grigie costruzioni di cemento. Morirò di freddo se non troverò un rifugio per la notte.
Dolorante e claudicante per le vesciche ai piedi, bussò a un’altra porta e poi a un’altra ancora invocando l’aiuto di qualcuno perché aveva bisogno di un posto caldo per rifocillarsi e riposarsi. Nessuno gli aprì. Si domandò: non vedete che per strada c’è un uomo moribondo che invoca il vostro aiuto? Volete che muoia?

Manco da casa da molto tempo… qualcuno avrà denunciato alla polizia la mia scomparsa?
Ci sarà un ospedale in questa città?
Ci sarà qualcuno che avrà compassione di me e mi accoglierà in casa sua?
E se così non fosse ci sarà una chiesa dove avranno pietà della mia anima?

Poi, sentì un nodo alla gola e una fitta al torace come se qualcuno stringesse forte il suo cuore tra le sue mani. Le sue gambe vacillavano e barcollò per un breve tratto di strada. La salivazione aumentò. Cercò un appiglio a cui sorreggersi per non cadere a terra esausto. In quella città non viveva nessuno, ad accoglierlo c’erano solo polvere e fango.
I palazzi gli ruotavano intorno. Dapprima l’oscillazione era lenta, poi diventava vigorosa e improvvisa, come se si trovasse su una giostra al Luna park. L’oscurità calava e prima che la vista gli si annebbiasse una luce si accese nella casa di fronte. La porta di casa si aprì e una giovane donna gli venne incontro di corsa ma prima che la sua mano lo afferrasse… chiuse gli occhi.
Quando li riaprì, ancora frastornato e debilitato, si accorse di essere disteso in un letto confortevole con una flebo al braccio. Quella donna aveva avuto compassione e lo aveva trasportato in ospedale. Seduto sul letto, osservava la stanza ma qualcosa non tornava: era vuota, fredda e sporca per essere la stanza di un ospedale. Un brivido accarezzò la sua pelle. Rimosse l’ago della flebo dal braccio e corse agitato verso la porta. Si affacciò e notò che la luce al neon lampeggiava nel corridoio e l’intonaco delle pareti cadeva a pezzi. Voleva chiamare qualcuno ma le urla gli rimanevano strozzate in gola: suoni astrusi e atoni fuoriuscivano dalla sua bocca. Che cosa mi ha fatto quella donna? Il battito del suo cuore accelerò improvviso mentre le tempie gli pulsavano tanto che la testa gli sembrava che stesse per esplodere. Percepiva la stessa frustrazione di quando si trovava di fronte a un enigma a cui non trovava una soluzione. Poi, i ricordi riemergevano nella sua mente come lampi improvvisi.

La mia stanza era avvolta nella penombra, scostai la tenda rossa per dare un’occhiata fuori, la luce pervadeva il mio spazio: il sole era già alto nell’infinito azzurro. Abeti e pini dominavano il promontorio. La mia Cadillac Seville berlina era ancora lì parcheggiata di fronte al ristorante messicano. Mi girai nel letto e guardai Eva, era tornata.
Mi voltai e guardai l’orologio sul comodino accanto al letto: erano le otto. I numeri sullo schermo lampeggiavano a intervalli regolari come se volessero ricordarmi qualcosa che avevo dimenticato. Cosa? Mi sforzavo di ricordare ma ogni tentativo falliva miseramente. Frustrato tornavo a dormire.
All’improvviso, sentii dei rumori di passi e l’eco di suoni confusi. Forse provenivano da fuori, diedi un rapido sguardo alla finestra, non c’era nessuno nei paraggi. Mi avvicinai alla porta e il brusio aumentava. Provenivano dal corridoio. Poi, sentii dei passi provenire dall’appartamento accanto. Avvicinai l’orecchio alla parete per ascoltare meglio: era il vicino dell’appartamento accanto. Sospirai sollevato…
Ma i rumori non cessavano. Avevo i nervi tesi. Sospiri affannosi. Lamenti. Rumori di passi e porte che sbattevano. Qualcosa si celava anche nella penombra del corridoio.
La paura mi assalì, mi sentivo in pericolo e temevo per la vita di Eva. Dobbiamo fuggire da qui e subito, maledizione! Cercai di raggiungere la porta della mia stanza per chiuderla e impedire a quella cosa di entrare ma una forte scossa mi colpì al petto. Passerà, pensai. Una seconda scossa mi colpì e poi un’altra ma questa volta mi piegai sulle ginocchia per il dolore. Stavo morendo? Mi domandai portandomi la mano al cuore.
Le voci dal corridoio si fecero più insistenti e sempre più minacciose. Eravamo in trappola, sospirai agitato.
Tramortito e dolorante, scostai la tenda e guardai di nuovo fuori timoroso. Nulla. Mi voltai il letto era vuoto. Non c’era alcuna traccia di Eva. Era scomparsa. O forse Eva era frutto della mia immaginazione? Eppure ricordavo il suo volto e il suo profumo. Non potevo essermela immaginata.
E loro chi erano? C’erano delle persone vicino alla porta che indossavano dei camici verdi che parlavano tra di loro.
Man mano che si avvicinavano, i loro sguardi compiaciuti mi intimorivano e indietreggiavo di qualche passo, mi voltai verso la finestra, tra me e l’unica possibilità di fuga c’era solo il vuoto.
Quelle persone continuavano a guardarmi e parlare in un linguaggio che non conoscevo. Cosa volevano dal sottoscritto? Che lingua parlavano? E in che posto mi trovavo? Il brusio era così assordante che preferivo saltare giù dalla finestra e farla finita.
Il rumore di fondo che li accompagnava riecheggiava nella mia mente. Mi scoppiavano i timpani e con fare naturale portai le mani alle orecchie cercando di tapparmele. Sudavo freddo. Il cuore batteva velocemente, sentivo pulsare tutte le vene del corpo. Adesso esploderà…
L’aria che respiravo si fece ripugnante, sentivo un forte nodo alla gola. Tossii più forte che potevo perché credevo che qualcosa mi togliesse il respiro. Mi tremavano le gambe per lo spavento.
Perdevo sangue dalle orecchie e dal naso. Il mal di testa mi devastava. La stanza girava intorno a me. Pareti. Oggetti. Tutto. Un senso di abbandono si impadronì di me. Volevo gridare per chiedere aiuto ma solo parole prive di suono fuoriuscivano dalla mia bocca.
Stordito. Confuso. Paralizzato. Non sapevo come definire la mia condizione.
In pochi istanti, sentii una fitta allo stomaco accompagnata dalla nausea.
Il dolore aumentava. “Lasciati andare”, mi sussurravano le loro voci. “Lasciatemi stare bastardi”, gli imploravo di andarsene, “Mi butto giù se non ve ne andate…”, gli dissi minacciandoli.
Barcollavo ma riuscii comunque ad aprire la finestra: “Non scherzo…” continuai a ripetergli. Mi affacciai e mentre guardavo la strada, l’aria di fuori gelò il mio corpo esausto e sussultai per il freddo inaspettato. Poi, il buio.

Quando si risvegliò un odore nauseabondo permeava la stanza mettendo a dura prova le sue narici. Un grande specchio rifletteva l’immagine di un uomo disteso per terra. Spaesato, diede una rapida occhiata intorno: il corpo di uno sconosciuto, inerme, era disteso sul pavimento e immerso in una grossa chiazza rossa. Il suo volto era tumefatto e gli occhi erano completamente spalancati, vitrei, guardavano il soffitto privi di vita. Si diresse verso lo sconosciuto e lo esaminò cercando delle risposte. Aveva i capelli rasati. Indossava un camice bianco e un braccialetto su cui era inciso il numero 9. Era scalzo. Non ricordava di conoscerlo.
Decise di andarsene di lì prima che le stesse persone che avevano ucciso quell’uomo tornassero.
La porta della stanza si apriva in un corridoio umido, le cui pareti erano coperte di muffa. Al termine del corridoio c’erano due stanze. Quella sulla sinistra aveva una porta di legno di ciliegio. Provò a girare la maniglia ma era chiusa a chiave. L’altra era aperta. Entrò, e di fronte all’ingresso c’era un’altra porta. Camminava adagio, tremante e incerto se aprirla. E se loro sono lì dietro ad aspettarmi? Ma se non aprirò la porta non scoprirò mai la verità! Si fece coraggio.
Girò la maniglia, la porta cigolando si aprì… sgranò gli occhi per lo stupore: c’erano dei sacchi ammassati uno sull’altro. Li aprì uno alla volta e il suo cuore gelò per la scoperta.

I sacchi contenevano dei cadaveri con un braccialetto al polso. Erano corpi deformi.
I braccialetti erano numerati.
La tachicardia aumentò di fronte a quella visione sconcertante. Le sue gambe vacillarono, le pareti gli si stringevano attorno e il soffitto si abbassava lentamente. Respirava a fatica: si sentiva soffocare. Il suo mondo… quei corpi lo turbavano… e quei braccialetti numerati… uno, due, tre, quattro, cinque, sei… sette… otto… chi sono quelle mostruosità?
Poi, accanto ai sacchi, c’era uno squarcio nel muro.
Guardò attraverso l’apertura: c’era un diario, appoggiato su un piccolo scrittoio di legno, che nascose nella tasca del camice per leggerlo in un secondo momento, e accanto c’era una campana di vetro dentro cui era imprigionato un uomo anziano che galleggiava in un liquido incolore. L’uomo sembrava dormisse e assomigliava così tanto a quei giovani corpi… vomitò…
Attraversò l’apertura a fatica e si avvicinò alla campana di vetro sui cui era scritto: Adam Harris.
Di corsa, raggiunse la stanza del risveglio dove si ricordò del grande specchio che rifletteva l’immagine dell’uomo senza vita.

Si tolse il camice bianco e lo appoggiò sul letto. Lentamente, alzò gli occhi e si guardò allo specchio. Osservava il suo corpo nudo con le sue imperfezioni. Aveva i capelli rasati, le pupille rosse e dilatate, il viso turgido. Alcune vene erano grosse come solchi. Notò il braccialetto al polso e si ricordò di quando era seduto sotto la quercia e lo stringeva tra le mani. Che cosa significava tutto questo? Dietro ai suoi dubbi si celava la dura realtà: era una delle tante copie imperfette dell’uomo congelato nella campana di vetro. Forse era il risultato di un esperimento che stava per abortire. Toccava anche a lui morire come tutti gli altri. Ma lui voleva vivere. Si sentiva come un bambino appena nato che voleva scoprire il mondo.
Doveva agire in fretta se non voleva diventare spazzatura ma ridotto come era non avrebbe fatto molta strada. Era a un passo dalla fine.
Poi, sentì il rumore di una chiave che girava nella toppa della serratura della porta. Lo scricchiolio delle travi del pavimento annunciavano l’arrivo di qualcuno.
Sgranò gli occhi davanti a quella visione: era una donna affascinante, nel pieno dei suoi anni, minuta con due occhi grandi e tersi. Lo fissava come quando incontri qualcuno che non vedevi da anni. Scoppiò in un lungo pianto. Le sue lacrime le rigavano il volto e lo turbavano.
Quella donna si avvicinò e gli toccò il viso: “Adam, sei tu?”
Quel gesto e quelle parole lo colsero di sorpresa: “Chi è Adam?”
La donna trasalì. “Mi avevano assicurata che tutto sarebbe tornato come prima…”
Piangeva e lo stringeva tra le sue esili braccia. “Non andartene più via, amore mio…”
“Io… non capisco… chi sei?” le disse l’uomo sconvolto.
“Non ti ricordi nulla? Sono Eva… tua moglie… tu sei Adam… il mio Adam… mi avevano assicurata che avresti ricordato… forse per te ci vuole più tempo. Avevi perso la memoria e forse per questo hai bisogno di più tempo per ricordarti di me… di noi…“.
“Io… voglio tornare a casa…”
“Ti riporterò a casa ma adesso devi riposare… vedo che non stai ancora bene…” disse tenendolo stretto fra le sue braccia.

La donna lo prese per mano e lo condusse nella stanza chiusa a chiave. Di fronte alla finestra c’era un vecchio letto matrimoniale. La finestra si affacciava sul promontorio.
“Adesso dormi… domani mattina ti spiegherò tutto” disse Eva con gli occhi ancora umidi.
Adam la guardò smarrito. Non capiva il significato delle sue parole. Chi era quella donna? E perché diceva di essere sua moglie?
La porta si chiuse dietro di lui.
Il sole era già basso sull’orizzonte e presto l’oscurità lo avrebbe avvolto nel suo letto ma non riusciva a chiudere occhio. Pensava a quei corpi senza vita chiusi nei sacchi della spazzatura. Adam non si sentiva affatto spazzatura. Era vivo. Il suo cuore batteva. Le sue emozioni erano reali. Non morirò senza aver vissuto un solo giorno!
Cercò dei vestiti nell’armadio sulla destra del letto ma trovò solo un camice bianco. Poi, senza far rumore, cercò di aprire la porta della stanza ma era chiusa a chiave. Si fece coraggio, con le lenzuola fece una corda ben salda e si calò giù dalla finestra.
A piedi scalzi attraversò il viale acciottolato e scivoloso. Un silenzio surreale era calato sulla città. Ogni vicolo che prendeva gli sembrava identico all’altro. Si sentiva come un animale chiuso in gabbia. Una gabbia da cui non riusciva a uscire e che lo soffocava. Guardò in alto affidando la sua ultima speranza al fato. La volta celeste assomigliava a un enorme mantello nero pronto ad avvolgerlo. Sospirò.
Gli sembrò che la luna gli indicasse la strada da seguire fin quando si trovò per caso davanti a una strada sterrata. C’erano delle orme, ovunque.
Seguì le tracce che lo condussero ai piedi dell’enorme quercia che aveva imparato a conoscere e che assomigliava tanto al custode di quella terra desolata, si fermò per riposare. Mentre rifletteva sulla sua esistenza incominciò a sfogliare le pagine del diario che aveva trovato in quella casa:

Adam Harris, maschio, bianco, anni 30, New York…

Poi, si addormentò sopraffatto dalla stanchezza.

Quando si svegliò, le prime luci del mattino gli accarezzavano il volto. Anche se era di nuovo al punto di partenza le sue labbra si curvarono in un flebile sorriso. La vita mi aspetta!
Riprese il cammino carico di speranza.

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