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Una storia di MirianaKuntz

Settecentotrenta

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Pubblicato il 30 giugno 2018 in Storie d’amore

Tags: amore dueanni fine manchi storie

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A luglio di due anni fa più o meno in questo periodo, giorno più, giorno meno, inviavo un messaggio che mi ha cambiato la vita, o meglio ri-cambiato. Non mi aspettavo in realtà una risposta, o una grande risposta, in realtà non mi aspettavo proprio nulla, nemmeno da me stessa, oltre che dall’altra persona. Pensavo fosse solo un messaggio, e invece, era -un messaggio- speciale. Lo inviai di istinto, senza pensarci troppo, ero un po’ angosciata per le cose che avevo saputo, in realtà anche spaventata. Ma il sentimento che dominava gran parte di me stessa era il rimpianto di non aver avuto qualcosa che doveva essere, e che adesso, a causa di circostanze esterne, inspiegabili e pericolose, non potevano più svolgersi in nessun’altra maniera. Mi diedi della sciocca il secondo dopo aver premuto -invio- poi pensai che non è mai sciocco qualcosa fatto di istinto, perché generalmente è il cuore che prevale su altri organi, specialmente quello che abbiamo nella testa: lo spocchioso, testardo, e terrificante cervello.

Alla fine ricevetti una gradita risposta, e dopo anni di silenzio, era molto più di quanto mi aspettassi. Pensai che malgrado la paura di -perdere definitivamente quella persona- le cose, non erano successe per caso. A volte persino le cose brutte, ci portano in destinazioni piacevoli.

Il fatto che io e quella persona stessimo riparlando, e la nostra vita si fosse in qualche maniera riallacciata, era assolutamente una destinazione piacevole, ma soprattutto impensabile.

A ripensarci, qualche anno prima, mentre sorseggiavo la mia cocacola col ghiaccio, non avrei mai pensato di rivederlo, né di riparlarci, né che in qualche modo il suo pensiero arrivasse fino a me. Ognuno aveva quella che si era scelto, ognuno stava camminando in una direzione propria, e il caso aveva scelto, in modo ingiusto, direzioni piuttosto opposte.

Quando il mio messaggio toccò il suo, capii che in fondo le cose non erano cambiate molto, che certe persone le ritrovi così come le lasci, forse con qualche ammaccatura in più, qualche ferita sul braccio, qualche persona in perdita, qualche persona in aggiunta, forse la ritrovi in una casa diversa, con dei vestiti diversi, con dei capelli diversi, ma tutto sommato chi lasci, lo ritrovi là dov’era.

Anche noi eravamo cambiati in qualche maniera, la vita ci aveva più volte messi a dura prova, ci aveva spinti al limite, ci aveva fatto piangere, ci aveva schiacciati in un angolo, ci aveva fatto tremare dalla paura, ci aveva fatti correre, desiderare, ci aveva persino spezzati a volte. Ci aveva dato qualcosa di carino, ma ci aveva anche tolto molto.

Poi era stata più clemente, e aveva solo cambiato i nostri capelli, il nostro armadio, la nostra casa, e la nostra età. Ma quando gli sorrisi per la prima volta, la prima dopo anni intendo, capii che in verità i cambiamenti che ci avevano investito, non avevano cambiato -noi insieme-

Per anni la gente ci aveva scambiato per una coppia, io sorridevo quando qualcuno faceva presenta questa sensazione, l’altra persona un po’ meno, andava nel panico, arrossiva, poi sottovoce diceva che in verità non stavamo insieme.

Col senno di poi ho capito che fosse solo paura di contaminare un giardino, che si pensava essere incontaminato.

Io ero assolutamente radioattiva, ma nessuno se n’era accorto, fino a quando non ho compiuto diciotto anni.

Mi sono dannata per molti anni, poi ho capito che ogni cosa ha il suo tempo, le sue battute, i suoi spazi, e le sue chiavi. Che una canzone senza i giusti accordi è terrificante, e che senza il ritmo giusto, c’è solo una accozzaglia di note e parole.

La nostra canzone andava scritta solo più in là, ma andava scritta.

Il mio messaggio ha scritto a penna la chiave di violino, ad inizio battuta, poi abbiamo fatto tutto il resto insieme.

Penso di essere stata piuttosto coraggiosa ad amare qualcuno che per anni ti considera solo la sua piccola sorellina, che nutre qualcosa di profondo e bello per te, ma che lo reprime per la troppa paura.

Penso di essere stata davvero testarda a non mollare quando le cose erano completamente fuori controllo.

Ma sono stata brava, adesso posso dirlo. Sono stata brava perché malgrado tutto ho amato in un modo disumano, e si è visto in ogni parte del mondo, in ogni galassia, su ogni stella possibile.

Chiunque posasse il suo sguardo su di me poteva assolutamente ammirare tutto il mio amore per quella persona.

Malgrado tutto, anche il male mi è servito, perché dopo un incidente di percorso che mi ha praticamente dislocato ogni ossa del corpo, quel male, mi ha svegliata da quel torpore maledetto che puoi sentire solo dopo una botta violenta. Un po’ come il bacio che sveglia una principessa addormentata da anni: io non ero una principessa però, e quella persona non è un principe, ma so che quel bacio è stato tanto leggero quanto potente, so che mi ha dato una scossa diversa, mi ha accarezzata, mi ha protetta da un male incredibile, e poi mi ha rasserenata, come da tanto non mi succedeva. E so che anche il mio bacio, ha fatto lo stesso.

Malgrado tutto, non ci sono rimpianti. Non c’è una cosa che a ripensarci mi viene da dire – forse non avrei dovuto- o forse – avrei dovuto mollare prima- o avrei -dovuto fare in un modo diverso-

Ogni cosa che ho fatto è stata fatta col cuore, con la pancia, con la rabbia, con l’energia degli occhi, con la morbidezza della bocca, con l’armonia delle carezze, con la forza del pianto. Ho fatto tutto -secondo me- senza forzarmi a regole di altri, a convenzioni sociali, a schemi precisi ed infallibili.

Ho fallito innumerevoli volte, ma per ogni fallimento c’era anche un nostro sorriso, c’era una nostra canzone, una nostra chiamata, un nostro abbraccio, una nostra serata.

Per ogni lacrima che versavo ce n’erano due di gioia che mi si fermavano nell’angolo degli occhi, quando quasi inaspettatamente mi sentivo chiamare - amore- e per me era tutto, tutto ciò che poteva contare al mondo.

Per molti contano i soldi, la professione, il successo, le corse contro il tempo per arrivare a fare tutto, per me la cosa più importante è amare ed essere amati, perché quando ci sono queste due cose, arrivi anche a fare soldi, ad avere un buon lavoro, ad avere successo, e smetti persino di correre, perché non ne hai più bisogno.

Allora dopo il dolore, ho imparato da capo a vivere, e nel corso di questi due anni mi sono ri-educata a tante cose.

Ho imparato ad affezionarmi di nuovo alle canzoni, perché anche le dediche che non fai, possono considerarsi delle dediche, perché quando canti a squarciagola quelle canzoni che il tuo cuore si è scelto, è come gridare al mondo tutto l’amore che hai. Allora mi sono riabilitata anche alle playlist su spotify, ne ho creata una apposita con tutte le nostre canzoni, che aggiorno man mano che la nostra vita è andata avanti insieme. Così ho la canzone della nostra riappacificazione dopo una lite violenta, la canzone dei momenti divertenti, ho la canzone del ritorno a casa, e quella che mi ha fatto piangere a dirotto. Ho anche delle canzoni che non gli ho mai dedicato, ma che sembrano scritte solo per noi.

Ho imparato che fare la pace dopo la guerra, ha un sapore dolcissimo, che ti mette in pace col mondo, che canti girando per casa, o sotto la doccia. Che ridi per sciocchezze, che abbracci tua madre per quanto sei felice, che scrivi, scrivi, e appari una romantica sdolcinata. Una pace che ti toglie persino la fame, che ti fa dormire col sorriso, che ti accende, dove il buio ti aveva rapita.

Ho imparato che i problemi divisi per due appaiono più piccoli, e i grossi elefanti della vita sembrano solo formiche minuscole, da schiacciare con un piede.

Ho imparato che fare la spesa insieme può essere motivo di lite, perché magari dimentico qualcosa che mi era stato detto di ricordare, ma che scegliere il cibo insieme è forse – sentirsi come una famiglia- anche se in realtà non lo si è per davvero. Che quando si rincasa a casa tardi c’è la preoccupazione devastante che sia successo qualcosa, ma che quando alla fine ci si becca, il cuore fa salti all’indietro, un po’ come rivedersi dopo vent’anni, anche se magari ci si è salutati solo sette ore prima.

Ho imparato che dormire insieme è eccezionale, perché i mostri non ti fanno più paura. Che piangere senza nascondersi, non è una vergogna, ma una pratica molto speciale. Che guardare lo stesso programma in tv ti fa sentire meno distante, che ricevere il buongiorno ti fa partire davvero col piede giusto. Ho imparato che -d’amore si muore- davvero, e non è una sciocchezza. Che una foto può essere più preziosa dell’oro nero. Che stare al telefono a farsi le smorfie e giocare coi filtri bellezza è divertente. Ho imparato che fare l’amore è mostrare tutta la mia -radioattività- e non mi dispiace. Che non ero sbagliata, ero solo fuori tempo. Ho imparato che la gelosia ti toglie il respiro, ma ti fa sentire anche quanta paura hai di perdere tutto. Ho imparato che un tram in ritardo significa avere più tempo per stare insieme, e che le notti più belle sono quelle dove magari piove, si è seduti in macchina, con un passante che non si toglie di torno, e con una luce arancione sul viso, perché poi ci si bacia come due ragazzini, e non c’è niente di meglio al mondo.

Ho imparato che le cose omesse, o le bugie bianche fanno un male cane. Ho imparato che a volte ci sarà qualcuna migliore di me, ma che non necessariamente – dovrà essere migliore di me- per quella persona. Ho imparato ad aspettare e rispettare gli orari di lavoro, a tenere a mente mille impegni, come se fossero i miei. Ho imparato quanto sia bello raccontare di quell’amore agli altri, o di quanto sia potente starsene zitti, ma col cuore negli occhi e il respiro un po’ corto. Ho imparato che i silenzi saranno tanti e profondi, che -basta- non significa per forza basta davvero. Che una parola brutta, a volte può essere solo detta per rabbia, che scusarsi davvero mette la pace nel cuore. Ho imparato che i baci belli sono anche quelli quasi accennati, che baciarsi al telefono non è così’ ridicolo come si poteva pensare. Ho imparato a toccare uno schermo e sentire davvero la carezza, ho imparato ad usare i siti delle compagnie aeree, amazon estero, a girare su google maps per vedere cose che non ho visto con i miei occhi. Ho imparato a pensare in grande anche quando non ci riuscivo. A sperare nelle cose impossibili, un po’ come l’Alice di carroll.

Ho imparato che bisogna dirsi ti amo quando si è in pace, ma dirselo ancora più forte, e ancora più volte, quando si è in guerra.

Ho imparato che dirsi ti amo fa tremare le gambe.

Ho imparato che piangere fino a svenire, succede.

E che ridere fino a sentirsi lo stomaco bruciare, succede.

E che amare fino a sentirsi davvero vivi, succede.

Ho imparato che nello stomaco oltre le farfalle ci sono i coccodrilli e le giraffe. Persino i panda, perché quelli gli assomigliano un sacco.

Ho imparato che a volte si ha così voglia di abbracciarsi, che le ossa fanno un po’ male. Che respirare la stessa aria a volte fa un po’ paura. Che tenersi per mano ti restituisce un bel po’ di dolore indietro, che è bello accarezzarsi un po’ le dita, fino a confondersi.

Ho imparato a sbattere le porte dell’auto, a cercare il suo profumo in ogni profumeria, spruzzarmelo addosso e avere un po’ i brividi. E che c’è più casino in un pullman che in un mercato. Che i pacchi possono essere mandati anche indietro, che le camicie possono essere stirate in verticale. Che a letto ci si può passare una giornata intera e sentirsi apposto come dopo una gita in barca.

Ho imparato che sognare di -fare qualcosa- è già fare qualcosa.

Che non esistono cose davvero impossibili, solo cose possibili in modi diversi.

Ho imparato che cucinare porta via molto tempo, che mandare messaggi quando si è arrabbiati porta via molte forze. Ho imparato che strofinarsi la faccia è davvero tenero, e che il mio profumo preferito è quasi stomachevole, perché non si toglie di dosso, nemmeno dopo la doccia. Ho imparato che ricevere regali non è poi così sbagliato, che farne uno è davvero difficile, perché ogni cosa ti sembra banale o inutile.

Ho imparato che da me fa buio prima che in altri posti. Ho imparato che scrivere dei biglietti al mare è romantico, che se mi arrabbio sono quasi più bella. Che fare l’amore è come bere da una sorgente infinita di stelle fuse.

Ho imparato che tifare per una squadra di calcio può essere divertente.

Ho imparato a fare pizze gourmet e vantarmi con tutti di chi me l’ha insegnato. Ho imparato che la storia non è così noiosa. Che aspettare rende le cose più interessanti. Che a volte le promesse arrivano ad essere mantenute anche dopo dieci anni. Che non serve un contratto firmato per sentirsi – sposati-.

Ho imparato che togliersi subito i vestiti di dosso può sembrare inopportuno, ma che anche a novembre può fare caldo sotto la pioggia. Ho imparato che dei messaggi di compleanno, scritti nel modo giusto, sono più belli di una festa piena di gente. Che a mezzanotte del capodanno, con le linee intasate, coi brindisi sbagliati, coi posti sbagliati, puoi persino amare da lontano, più degli altri.

Ho imparato che quando qualcuno ti dice – ci amiamo più degli altri- forse all’inizio non ci credi, ma ripensandoci, riesci a capire che non è così sbagliato, perché in tutta la storia del mondo, mai due, si sono amati più di noi.

Allora non mi pento di niente. Nemmeno se adesso fa male.

Che settecentotrenta giorni di amore, non sono abbastanza, e non sono nemmeno pochi.

Settecentotrenta giorni che al di là di ogni errore, tristezza, sbaglio, parola, mi hanno dato ogni cosa che desideravo.

E allora grazie, e auguri lo stesso.

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