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Una storia di Nino

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Essenziale 2049

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CRIS4NTEM0

L'essenziale è in(visibile)

Pubblicato il 20 novembre 2017

Passeggiava sul tetto consunto del negozio, una delle tante strutture diroccate che stavano sudando sotto la sempre più rara pioggia invernale. L'ultimo noodle fatto a mano del ramen rosso di zio Uang, come si faceva chiamare, gli scivolò tra i quattro incisivi. Rosso perché, a differenza degli altri, lo zio aggiunge al piatto un mestolo di polpa di pomodoro, che compra illegalmente da un 10 che li coltiva in casa, al riparo dai monopolisti della TomaSauce. Tutti i giorni il vecchio cuoco litiga con alcuni puristi, in pochi apprezzano la ricetta. Moltissimi semplicemente non possono fare a meno delle assuefacenti mattonelle preconfezionate dalla WitkoRam, che immerge i propri spaghetti nella casomorfina e in chissà cos'altro prima di imballarli. Una delle loro scatole da 4 dosi costa come un ramen rosso. "Presto il denaro ucciderà gli ultimi rimasti", ripete sempre lo zio quando abbassa la serranda, dopo ore di inattività.

Appoggiò il contenitore unto sul bordo del cornicione e aspettò. Pochi istanti dopo l'imbevibile acqua color seppia riempì la ciotola monouso, che cadde verso la strada desolata. Atterrò tra due cassonetti della spazzatura butterati di semoventi macchie artropodi. Restò qualche momento immobile, sotto la pioggia, ad osservare l'enorme complesso della Cittadella. Maestosa e frastagliata, una serie di linee spezzate che si sovrappongono alla rinfusa, sempre più vertiginose man mano che ci si avvicina al centro, ovvero all'edificio politico, il cui tetto è più prossimo alla Luna che alla Terrra. Lo zio gli disse che aveva ben 252 piani, eppure una notte come questa lui ne contò 280, masticando una gomma al burro d'arachidi. Guardarlo da quella posizione così bassa gli faceva venire il torcicollo. Doveva buttare l'inanellata testa all'indietro, arricciare il naso e sperare di non avere le vertigini subito dopo essere tornato con gli occhi sull'orizzonte, una volta sfiorato il tetto. Una fitta rete di torrette automatizzate tutt'attorno impediva l'accesso a chi aveva stampato sui documenti un numero superiore al 2.

Gettò un ultimo sguardo alla via desolata di sotto, il coprifuoco sarebbe scattato tra mezz'ora ed i pochissimi che ancora si muovevano per le strade erano ormai rientrati da un po'. Annoiatosi, prese il suo skateboard a propulsione dallo zainetto che portava sempre con sé. Faceva sei giri attorno allo Star Noodle ogni notte, uno per ogni strambo incontro che ebbe durante il suo viaggio verso questo pianeta. Ne avrebbe fatti molti altri, di incontri, se fosse riuscito ad andarsene davvero quella volta che cercò di trascendere nel deserto, dopo aver salutato un amico, ed invece si risvegliò ancora tra le dune. Affiancava una palazzina, a metà tra gli alti e silenti grattacieli under-2 e la zittita periferia di over-8, pensando a quel buffo vanitoso in cerca di applausi, quando vide una cosa interessante. Passando tra le cubo-torri dei 6-8, intravide con la coda dell'occhio una strana luminescenza. Lo colpì particolarmente il candore di quella delicata luce che attirò la sua attenzione, a differenza dei vari fasci straboscopici che dirompevano dalle oblò-finestre dei singoli cubicoli. Tornò indietro, velocemente. Rallentò ed avanzò verso l'unica insenatura oscura in una griglia variopinta di risate metalliche, voci altisonanti da talkshow serali, esplosioni dei videogame, musica tecno. Vedeva dozzine di umani, di classe 6, 7 ed 8, chini sui propri factotum. Immobili, con le mani in pieno movimento.

"Impossibile..."

Si avvicinò sempre di più, confuso. Mentre lanciava occhiate oblique in ogni direzione, facendo attenzione che le robovedette in alto non lo scoprissero a sconfinare, stropicciava gli increduli occhi azzurri. Ora la luce lo abbacinava completamente, il suo cuore pompava al massimo, era quasi nauseato. Le tempie gli facevano male, il respiro diventava irregolare, la salivazione al minimo. Spense il motore e planò dolcemente.

"Un fiore!"

Era bellissimo. Candido come la luna quando i nuvoloni chimici si diramano, latteo come i denti impiantati del proprietario di quella che ormai chiamava casa, che li esibiva in un sorriso disgustato ogni volta che parlava con zio Uang per rincarare l'affitto. La pianta si trovava alla base di una teca piramidale rovesciata, che gli fece ricordare della campana in vetro che utilizzava per proteggere la sua rosa, quando era Piccolo. In casa non c'era nessuno, il che lo meravigliò. I numeri che abitavano nei cubicoli non li lasciavano praticamente mai, spesso chiedevano ai ricchi proprietari di ricoprire anche la porta col cementacciaio, per sentirsi al sicuro ed evitare le tasse per gli infissi imposte dal Governo. Un bagno, un letto ed il factotum: a loro non serve altro per lavorare e divertirsi abbastanza da non scendere tra i 9. Aveva sentito storie di alcuni 8 che erano nati e morti nello stesso cubicolo, ma gliele aveva raccontate Phil detto "boccone". E non solo perché vendeva spiedini di pollo.

La maggioranza della popolazione viveva ormai in scatole totalmente automatizzate: pochi metri cubici, letteralmente, fatti ad hoc, in grado di rispondere ad ogni esigenza. I cubicoli erano collegati tra loro da un potente social network da cui non ci si poteva disconnettersi. La postazione factotum era in una schermata di autodiagnosi, la porta non era bloccata. Inoltre le pareti erano piene di quadri elettronici in modalità demo, senza immagini personali: il vecchio proprietario doveva essere morto da poco o si era trasferito, ed il cubo era in via d'assegnazione.

Sicuro che non vi fosse pericolo, sollevò la finestra a scorrimento. Notò che la teca, in realtà, era completamente aperta, senza vetro. Allungò la mano, chiuse gli occhi e deglutì. Pregustava il momento in cui avrebbe ritoccato quelle linguette setose ed umidicce, fragili ma corpose, odorose e piacevoli, tipiche di un fiore.

Nulla. Solo calore e poi un bip. Non era una teca, bensì un dispositivo olografico ornamentale. La mano organica lo mandò in demo. Ogni dieci secondi cambiava il contenuto della piramide: il crisantemo fece posto ad un pesce rosso fluttuante, poi ad una piccolissima canna di bamboo, quindi ad una medusa cobalta.

"Idiota di un bambino!", si sgridò da solo colpendosi la fronte riccioluta con il palmo della mano. Sospirò. Ricordò quando era felice, da Piccolo. Quando i fiori gli parlavano, prima che venissero tutti tagliati, quando le volpi gli diventavano amiche, prima che fossero tutte sterminate. Quando era libero di andare dove voleva, prima che perdesse il suo potere. Di nuovo ripensò a quella volta nel deserto...

"Principino!", il suo polso gli urlò.

"Zio Uang...", rispose infastidito l'esploratore notturno.

"Dove sei? Quello è forse un cubicolo?"

"No, io...", disse mentre si allontanava rapidamente, "stavo girando qui vicino".

"Lo sai che i 9 come noi non possono stare vicino agli 8! Se ti vedesse una robovedetta..."

"Se ti vedesse una robovedetta ti sbatterebbe detto per sconfinamento!", fece eco l'altro, "Lo so, lo dici ogni volta".

"E tu ogni volta non mi ascolti, testardo di un sognatore!"

Il giovane roteò gli occhi, il vecchio incrociò le braccia.

"Non volevo..."

"Non preoccuparti zio Uang, lo so che mi vuoi bene."

L'anziano signore con occhi stretti parlava da un riquadro sul polso del ragazzo dai capelli d'oro

"Torna qui, lo Star Noodle domani apre più presto!"

"Perché mai? Tanto non verrà nes..."

"Domani saranno esattamente cinque anni da quando offrii il mio ramen rosso ad uno strano bambino con un lungo mantello e degli stivaletti a punta."

"Il mio compleanno! Lo avevo dimenticato..."

"Io no. Perché non sto tutto il giorno a fare sciocchezze!"

"Tu credi che un giorno... torneranno tutti a parlarsi? Ad innamorarsi? Ad addomesticare gli altri?"

"Torna a casa e ti risponderò!"

Il canuto ristoratore sparì in uno sciabordio concentrico di pixel grigi. Lo faceva sempre quando non aveva una risposta. Il Piccolo Principe, che ormai tutti chiamavano solo P, tranne lo zio, sapeva che ritornato nel retrobottega del ristorante, lo avrebbe trovato disteso, a fingersi addormentato, per evitare domande alle quali non voleva rispondere. Lo sapeva lui, lo sapeva Uang e lo sapeva anche il tizio che abitava in quel cubicolo fino a poco fa. Gli umani hanno dimenticato di parlare tra di loro, di amarsi, di addomesticarsi gli uni con gli altri. Non guardano più col cuore, troppo impegnati a dividersi il mondo con gli occhi. Ed ora? P si girò verso la teca.

"Simula r-o-s-a!"

La teca si scurì per poi accendersi. Una corolla rubra si dispiegò, erigendosi da un mare smeraldo.

Ora è troppo tardi, ed i fiori, come la realtà, sono invisibili bugie pixellate.

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