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Una storia di Chrisma

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Reflex

"Mi scatti una fotografia?"

Pubblicato il 05 aprile 2017

“- Mi scatti una fotografia?

Lo sguardo vacuo di lei seguì un sorriso breve, tirato. Quasi stupito.

- Dici davvero?”

Non chiedevo fotografie.

Non l’ho mai fatto e generalmente non è mia abitudine.

Io sono il tipo che scatta tre, quattro, cinque volte, mentre parli e sorridi, quando non ti accorgi di me. Non mi piace quando la gente si mette in posa.

Cerca di venire bene, di nascondere la propria essenza. Di nascondere la realtà.

Chi si mette in posa mente.

Meglio far finta di cazzeggiare coi filtri, aspettare che tutti si distraggano ed imprimere un attimo d’infinito sulla memoria della mia Nikon.

Nel corso di questi anni avrò scattato diecimila foto, forse il triplo, e le ho conservate tutte; ognuna rappresenta un momento esatto, una sensazione che ho voluto imprigionare e tenere con me.

Le colleziono, io, le emozioni.

Quelle degli altri, sia ben chiaro. Di tanto in tanto mio fratello, quello piccolo, decide di donarmi lo stesso supplizio che io consegno agli altri, si mette a fotografarmi e non fa nulla per dissimulare.

E lì diventa complicato.

Diventa complicato fingere quando sai che qualcosa sta succedendo. Allora cerco di non mettermi in posa, di sembrare quanto più naturale possibile, altrimenti consegnerei alla mia macchina fotografica degli scatti inutili, da cestinare alla prima occasione senza possibilità di remissione.

Non ho molte foto, io. Mie, s’intende.

Al contrario, ho tantissime foto della mia famiglia e dei miei amici. E di sconosciuti.

So che potrei sembrare un maniaco, ne sono benissimo a conoscenza, ma quando non conosci qualcuno sai che non s’aspetta di ritrovarsi nei tuoi album e di conseguenza risulta più naturale.

Nelle mie collezioni ho dei paesaggi stupendi, che non credo troverò più in natura, attimi che non esisteranno in forme né in dimensioni uguali neppure tra cent’anni.

Io sono il fotografo.

Facciamo una distinzione però, un momento. Non m’incontri ai battesimi, alle comunioni.

Ai matrimoni.

Odio le feste, con quella finta cortesia, quella falsa gentilezza che sparisce durante le prime retromarce del ritorno presso le proprie caverne. L’alcool mitiga il disappunto e il disprezzo, servito in fragili flute di cristallo ormai opaco.

Più che altro cerco di dar sfogo al mio animo artistico in questo modo, imprimendo su carta fotografica ciò che di più bello il mondo ha da offrire.

E dannazione, il mondo offre oro anche quando cerchi ferro.

Ciò che trovi dipende da ciò che guardi, è ovvio.

“- Non sto scherzando, faccio sul serio: scattami una foto.

Lei continuava a sbattere quei grossi occhi color nocciola, di quel castano così chiaro da sembrare quasi dorati, allargando il sorriso. Il rossetto rosso, suo colore preferito, le ingrandiva le labbra, già carnose e turgide.

- Perché vuoi una foto? – chiedeva lei. Spostò poi un ciuffo di capelli dal volto, ordinandolo dietro l’orecchio.

- Perché sono felice e vorrei ricordarmi di me in questo modo.

Il suo sorriso appassì e io, stronzo com’ero, lo feci volare via.

- Vuoi ricordarti di te felice?

Annuii. Non immaginavo la sua prossima domanda, che arrivò come un colpo di mortaio.

- La riguarderai quando sarai triste?”

Credo di essere una persona abbastanza regolare. Studio ancora, ho la fortuna di fare ciò che mi piace e di vivere liberamente. Beh, più o meno; convenzioni sociali permettendo, ma mi sto attrezzando.

In ogni caso il periodo degli esami mi ha sempre messo fuori fase. Non sono neppure l’unico a sostenere esami, lo so, ma concentrarmi quando c’è un problema per me è complicato.

Come dicevo, credo di essere una persona abbastanza regolare, tranne che per un piccolo ma significantissimo particolare: quando apro una porta, la devo per forza chiudere.

Non riesco a tenere questioni in sospeso, porte aperte per l’appunto.

E finisco per dimenticarmi di camminare, rallentando i miei processi.

Se una cosa comincia ho bisogno che finisca. Se ho un problema lo devo risolvere.

Non lo dimentico, non lo posso dimenticare.

Levatevelo dalla testa.

Sembro così ostinato eppure non è neppure così! È difficile esprimere lo stato in cui mi trovo. Ho soltanto bisogno di rilassarmi un po’ e trovare il modo giusto d’affrontare le situazioni.

Perché... beh, sì... delle volte mi faccio un po’ sopraffare. E quando succede prendo la Nikon e m’avvicino al mare, infilo le cuffie e mi guardo attorno.

Una volta a casa ho nuovo materiale su cui lavorare. Una volta a casa sono un uomo nuovo.

“- Cioè... ora sei triste? – mi domandò, interrompendo i miei ragionamenti, mentre cercavo di formulare una risposta sensata.

- No. Credo di no. Non lo so.

- Noi siamo amici, Marvin.

- Lo so, lo so... - sorrisi. - Ti ho chiesto solo una fotografia, Rebecca...”

Allora: Rebecca.

Non ha migliorato lo stato effettivo delle cose.

Amici di amici, ci siamo conosciuti qualche mese fa a un compleanno. Sì, di quell’amico lì, di cui era amica anche lei. Era maggio, faceva caldissimo e la camicia bianca pareva attaccarsi addosso con le ventose.

Sudai colla quella sera.

Eravamo in un locale un po’ fuori mano, un ristorante in mezzo alla natura, con diversi alberi a guardarci dall’alto e le stelle a vegliare su di noi. Io edi miei fratelli eravamo seduti allo stesso tavolo, assieme alla fidanzata storica di quello intermedio, Sarah, che ormai avevo cominciato ad identificare come quarto componente della fratellanza.

La sala era assai rustica, con mattonelle di cotto e mobili in legno. Le tende, le tovaglie, i tovaglioli, erano tutti d’un bianco gradevole e delizioso, che s’ingialliva con le luci calde che inondavano tutti gli invitati, quella sera.

Ero calmo, mi stavo divertendo coi miei fratelli e tutto pareva andare per il meglio. Poi Sarah s’alzò per andare in bagno, lasciando passare quella ragazza parecchio alta e sorridente, che rubò il mio sguardo per tutta la serata. La ricordo come se fosse ieri, e invece sono quasi sei mesi che conosco il suo nome: era ben stretta all’interno d’un elegante vestitino, rosso come il rossetto che portava. I capelli, biondi come i miei, forse un po’ di più, erano tenuti alti con una coda elegante; le lasciava libero il collo che veniva impreziosito da un pendente di pietre, poggiate delicatamente sulla scollatura.

Dimenticai di respirare per quanto fosse bella.

Tuttavia, e se ci ripenso mi darei una ventina di martellate sulle dita, ero uscito da poco da una lunga relazione e non avevo alcuna voglia di buttarmi in nulla che non fosse qualcosa di voluttuoso e soprattutto volatile, quasi incorporeo.

Insomma, niente di serio; non ne avevo voglia.

E fu mio fratello, il minore, a sorridere per primo. Mi guardava mentre la scrutavo e mi disse di finirla, di star diventando troppo invadente con quello sguardo.

Rebecca manco se ne accorse a dire il vero, me lo confessò qualche settimana più tardi. Già, perché fui così attratto da lei che cercai di parlarle per quasi tutta la prima parte della serata; la urtai, le chiesi scusa, le sorrisi e tornai a sedermi.

Sapeva della mia esistenza. Dovevo solamente isolarmi con lei, per qualche minuto, perché si ricordasse della mia faccia almeno un’altra volta. Fu quando la vidi uscire fuori per fumare che rubai una sigaretta a mio fratello minore, il più minore, e la raggiunsi.

Non ero un fumatore, avevo fatto la cazzata di provare qualche volta, da più ragazzino, ma nacque e finì lì. La raggiunsi e le chiesi se avesse da accendere, lei mi sorrise ed annuì.

Poi mi presentai e nacque un bel rapporto, in cui imparai a conoscerla: era una donna forte, lei, nonostante celasse delle debolezze di fondo.

Ma colorava tutto, col suo sorriso. Metteva gioia di vivere.

“- Il problema è che... I tuoi occhi, Marvin...

La guardai per qualche secondo, incapace di sostenere il suo sguardo dorato. – Che hanno che non vanno, i miei occhi?

Lei spostò il volto e fissò una macchina che s’era parcheggiata di fianco alla nostra. – Nulla. I tuoi occhi sono bellissimi, Marvin. È solo che... io li capisco..

- E che dicono?

Tornò a guardarmi, assumendo una strana smorfia in volto.”

Ma col tempo accettai il fatto che fosse troppo, troppo complicata per me. Sofisticata come poche, elegante anche quando non doveva, provocatoria e maliziosa ma comunque divertente.

E permalosa.

Dannazione, quanto era permalosa, Rebecca.

Accantonai ogni possibile tentativo con lei perché nacque una grossa amicizia.

Fui me stesso e mi divertii. Fu meraviglioso, soprattutto quando poi andammo a letto assieme.

Le cose accadono quando devono accadere, forse è vero.

Ma non avevo dimenticato che lei fosse mia amica, forse una delle più care che avessi, e che non volevo ancora legare il mio nome a quello di qualcun’altra.

Ecco, stabilito questo, lei decise d’innamorarsi di me.

Porco cazzo.

“- I tuoi occhi dicono che non hai dimenticato del tutto, Marv...

Sorrisi. Non avrei mai potuto. E glielo dissi pure. – Non potrei mai...

- Beh... Devi. Io sono andata avanti...

Sorrisi ancora. Facile andare avanti quando riesci a dimenticare."

Stette male. Parecchio male.

E non demordeva, era quello il punto. Non ha mai finito di spingere sull’acceleratore, mi provocava e mi metteva in condizione di sorridere imbarazzato, certe volte, e io la rifiutavo ancora, fomentando la sua fame di raggiungere il suo obiettivo; lei voleva me ma io non volevo lei.

Non perché fosse sbagliata per me.

Non volevo lei e nessun’altra, in generale... Non volevo niente.

Alla fine litigammo furiosamente. Cioè, litigò lei, non m’era mai passato per la testa d’alzare la voce con lei. Sostanzialmente non sono un tipo che alza la voce.

È questo il motivo per cui mi si consuma il fegato: quando vorrei liberarmi del peso che s’accumula nel mio petto finisco per ingoiare tutto.

E sembra di buttar giù sabbia. Soffoco.

Quando riuscii a farle capire la situazione tutto sembrò diventare più semplice.

“ - Beata te, Rebecca. Io non riesco ad andare avanti in questo modo. Specialmente perché so che ti stai accontentando...

- Non mi sto accontentando, Marvin! – tuonò lei, col timbro sempre più altisonante che riempiva l’abitacolo della mia vecchia Ford.

- Invece sì! Sei così presa da non vedere come ti tratta Patrick...

Mi bruciò con lo sguardo. – Non permetterti di giudicare quell’uomo.

- Non giudico lui, ma quello che fa.

- Lui è una brava persona.

- Non lo metto in dubbio, ma tu meriti di meglio.

Sorrise ancora, intingendo la punta della freccia nel veleno. La scagliò velocemente.

- Tu saresti meglio?”

Alla fine riuscimmo a recuperare qualcosa di molto simile al vecchio rapporto che avevamo. Tuttavia lei sapeva che io sapevo e quindi tutto risultava così strano. E anche io sapevo che lei sapesse.

Decisi di voler andare avanti con la mia vita. Fummo entrambi bravi quando cercammo di non far pesare ciò che era successo tra di noi. La sua calma però venne meno quando, un giorno, studiando in biblioteca, una ragazza ci provò palesemente con me.

Kimberly, si chiamava, capelli rossi ed occhi azzurri. Bella ragazza, belle labbra e carattere di fuoco.

Proprio il mio opposto.

Quello fu un periodo in cui io e la macchina fotografica non ci separammo mai; fotografavo ogni cosa mi suscitasse emozioni.

Ne scattai una, del volto di Rebecca un giorno in cui anche Kimberly era presente.

Astio. Comprensibile.

Tuttavia la rossa m’intrigava e una sera decisi di accettare le sue avances e d’invitarla a cena.

“ - Sarei sicuramente meglio, Becca... Ti amo! Ti darei tutto me stesso!

- Io voglio stare con lui.

La guardai per tre secondi, scontrandomi con l’oro delle sue iridi, prima di sospirare, sorridendo sconfitto.”

Il fatto fu che, nonostante fossi attratto molto da lei, fisicamente parlando, con Kim non era scattato nulla. Forse ancora la mia ex, che trapanava le mie sicurezze dalle retrovie della mia mente.

Ci baciammo, più e più volte. Ma lasciai inteso che non funzionasse.

Tra me e lei ci fu solo un flirt, ma come capitò con Rebecca, anche a Kim la cosa lasciò l’amaro in bocca.

La rividi qualche volta, lavorava in un locale d’una zona che frequentavo spesso coi miei amici e che battevo di tanto in tanto per le mie fotografie, ma non fu mai mossa da rancore o risentimento.

Non andava, lo aveva capito. Anche se notavo il suo dispiacere.

Lo so, perché le scattai una foto.

“La guardai per qualche secondo, che durò anche di meno. Ormai il suo sguardo era intermittente come il mio. Cosa ci stavamo facendo?

- Se questo è ciò che ti fa stare bene... se ciò ti farà felice. Beh, vai pure, Becca.

Lei mi guardò con le lacrime agli occhi, mordendosi il labbro inferiore, screpolato dal freddo di quel Natale ormai trascorso.

- So come ti senti, Marvin.

- No... – sorrisi. – Non hai proprio idea di come mi senta adesso...

- Mi spiace che tu stia così.

- Che dovrei dirti, adesso? – allargai il mio sorriso. – A te ci tengo e se tu pensi che il meglio per te sia un uomo che ti snobba, che ti mette sempre al secondo posto, talvolta anche al terzo e al quarto, e con il quale probabilmente non avrai futuro non posso fare altro che sostenerti. Ma prima di amarti ti voglio bene e mi sembra giusto che sia io ad aprirti gli occhi.

Lei rimase in silenzio, come se avesse appena ricevuto una pugnalata. Avrei voluto avere tra le mani la Nikon, per immortalare quell’emozione.

Rabbia vera. Rabbia pura.”

Continuai a sentire Kim, in maniera amicale s’intende.

Avevo messo in chiaro le cose ma ovviamente vedevo il suo volto spruzzato d’efelidi appassire dopo ogni sguardo che mi lanciava.

Mi spiace per lei.

Fu in quel periodo che s’inserì una quarta persona in quest’equazione: Patrick.

Era un vecchio amico di Rebecca, con diversi anni in più a lei e molti, molti più impegni. Non lo vidi mai, erano gl’inizi di dicembre e l’aria cominciava a diventare parecchio più fredda.

Col senno di poi mi sarei accorto che non passavo un Natale così gelato da almeno cinque o sei anni. In ogni caso lei mi parlava di lui, del fatto che le dispiacesse fosse così poco disponibile e di come la sua relazione dovesse rimanere segreta perché la sua famiglia non avrebbe ben visto un uomo più grande di lei.

Non così tanto, almeno. Dodici anni sono tanti.

Quando mi diceva ciò che faceva con lui rimanevo un po’ perplesso: era così presa da questa pseudorelazione da non vedere per nulla la sua assenza.

Si vedevano soltanto una volta alla settimana, il mercoledì.

E subito glielo feci notare: per me non era mancanza di tempo ma disinteresse.

Rebecca era la mia amica e nessuno doveva trattarla male.

Paradossalmente, lei che era la vittima di quel comportamento così menefreghista, non riusciva ad aprire gli occhi, a vedere che la stava soltanto usando per riempire un buco.

Fu quando lei mi disse che erano andati a letto assieme che implosi, totalmente.

Mio fratello mi scattò una foto, quella sera, una delle poche spontanee che tuttora possiedo, e mi ritrae intento a fissare il vuoto.

In quel nulla ci vedevo una pellicola, io, in cui Becca soffriva malvagiamente per via d’un uomo che l’aveva solamente utilizzata per i suoi scopi.

L’aveva posseduta, proprio come avevo fatto io, l’aveva accartocciata e l’aveva gettata via.

La pellicola terminava quando capii che ero innamorato di lei.

“ – Perché ora mi stai parlando in questo modo?! Non potresti semplicemente essere felice per me?! – esclamò lei, a pochi centimetri dal mio volto. Le guardavo le labbra rosse, distratto.

- Io non voglio che tu ti faccia male, Becca.

- Mi hai uccisa, quest’estate, Marv! Ti ho rincorso per praticamente tre mesi senza riuscire mai a prenderti e ora che finalmente ne sono fuori ti scopri innamorato di me?!

Sorrisi. – Curioso, vero?

- No! Mi sembra la più grande stronzata di questo mondo! Sei soltanto geloso!

- No, un momento, aspetta... Io non sono geloso, Becca. Vorrei averti con me ma non posso, quindi va bene, me ne farò una ragione. È che non ti voglio con quello.

Mi guardava, non capendo. – Patrick è un brav’uomo.

- Non lo metto in dubbio, ma...

- Ma nulla! La situazione è questa!

- Siamo... siamo stati benissimo, negli scorsi giorni, dopo essermi dichiarato a te...

Continuava a guardarmi, in silenzio. Io ripresi a parlare.

- Potremmo stare così per sempre, non pensi?

Scosse la testa. – Te l’ho detto. Tu sei tu e lui è lui."

Mi avvicinai a lei in maniera esponenziale, dopo quella sera. Eravamo sempre insieme, giravamo a braccetto e l’ho avuta vicina alla mia bocca tante di quelle volte da chiedermi per quale motivo non l’abbia baciata.

Forse perché era sbagliato.

Sono fatto così, non mi si dica nulla.

Il Natale s’avvicinava sempre di più, il freddo ci costringeva a stare più vicini quando poi un giorno decisi di prendere coraggio e dichiararmi.

Ricordo ancora tutto come se fosse ieri.

Eravamo sul lungomare e il vento le spettinava i capelli, costringendola più e più volte a rimetterli a posto. Si stringeva a me, che ero affacciato a un muretto mentre la salsedine mi baciava le labbra, screpolate per via del gelo. Le umettai con la lingua, le riasciugai e poi la guardai negli occhi.

Le chiesi se volesse provarci di nuovo con me, perché in tal caso io mi sentivo pronto.

Ero sicuro di me, sapevo del suo debole nei miei confronti ed ero ben conscio di ciò che avevamo passato assieme e fu proprio per quello che quando mi disse di no rimasi totalmente sgomento.

Non voleva. Aveva intenzione di provare con quell’uomo a costruire qualcosa di concreto.

Fu lì che decisi, forse per la prima volta nella mia vita, d’imporre ciò che pensavo. La presi per la vita e la tirai a me, baciandola in maniera appassionata.

Lei non andò via. Non si staccò da me, aderendo al mio corpo fino a quando i nostri occhi riacquisirono un contatto.

Sbatté le palpebre quattro, cinque volte, sospirando e sorridendo imbarazzata.

Disse che era confusa.

Bene, pensai. Confuso è buono. Pensavo d’essermi insinuato all’interno delle sue dinamiche, d’aver minato alle sue sicurezze e di aver rimesso tutto in discussione.

Quel giorno le scattai qualche foto.

“ – È che mi pare tu ti stia ostinando a rifiutarmi, Rebecca. Come se fosse una sorta di vendetta nei miei confronti... – le dissi. E un po’ mi pareva anche vero.

Il problema stava nel fatto che non capivo cosa provasse lei per quell’uomo.

- Ma ti pare, Marvin... – sbuffò, voltando lo sguardo dall’altra parte, dandomi quasi le spalle. Strinsi lo sterzo e cercai di calmarmi.

Non avevo più nulla da perdere, ormai."

Aspettai ed aspettai, giorni densi e lunghi, pareva non finissero mai.

Passai la gran parte del mio tempo fingendo di studiare per l’esame che avrei dovuto sostenere a febbraio, ma puntualmente finivo per prendere la fotocamera e fuggire dai miei amici, che cercavano di rincuorarmi in ogni modo.

Dovevo solo centrare il punto, questo lo avevo capito. Tuttavia ero troppo coinvolto nella situazione e mi stavo cuocendo nel mio stesso brodo, consumandomi lentamente nelle paranoie e finendo per togliere sonno e tranquillità al mio tempo.

Irrequieto, cercavo di calmarmi mettendo a fuoco scene di calore familiare mentre ideavo qualche modo per conquistare Rebecca e portarla da me.

Fu quando poi mi chiamò e mi disse che la gara l’avesse vinta quell’altro che mi trasformai in un essere incorporeo, pallido e con i capelli perennemente spettinati.

I miei fratelli, che più mi vivevano rispetto agli altri, mi suggerirono di staccare la spina, di rilassarmi e prendermi del tempo per me.

Le cose si sarebbero rimesse a posto, dicevano.

E ci provavo pure ma Rebecca sentiva la necessità di parlare con me, di giustificarsi per la sua scelta.

E la cosa mi faceva arrabbiare soltanto di più.

Non volevo demordere e quindi organizzai al meglio il mio tempo per farle dei regali che le avrebbero fatto capire che io ci tenevo a lei, dimostrandole che ascoltavo ciò che dicesse: difatti le regalai una bottiglia di un vino semisconosciuto di cui mi accennò una volta e una soltanto, reputandolo il migliore tra tutti. Accompagnai con due calici, una sciarpa rossa, il suo colore preferito, e una playlist fatta da me.

Passammo un giorno pressoché perfetto, dove Patrick non entrò in nessun modo nei nostri discorsi. Nei suoi occhi c’ero io, il suo sorriso era aperto a ventaglio e prendeva il volo quando incontrava il mio sguardo.

Nonostante le sue parole sentivo di avercela quasi fatta.

La baciai ma subito mi allontanò. Fece segno di no con la testa, spiegandomi che non fosse il caso.

Eccolo, Patrick, che rientrava tra di noi.

Ero stanco e sfiduciato, avevo dato tutto me stesso per sentirmi sconfitto di nuovo.

E allora mi comportai come avrebbe fatto un uomo saggio: riconobbi la sconfitta, feci un passo indietro e la riaccompagnai a casa.

Rimase così colpita dalla mia remissività che prima di uscire dall’auto mi diede un piccolo bacio sulle labbra, quasi come se avesse voluto ricompensarmi per il mio impegno.

Un timbro sulla bocca, mi sorrise amaramente e si voltò, andando via.

Sennonché si voltò rapidamente, con gli occhi pieni di qualcosa che credo di non averle visto mai, corse verso la mia portiera, la spalancò e mi baciò con passione.

Venti minuti dopo era ancora lì.

Ed io ero perso, nell’abbraccio dei suoi seni.

“ – Che dovrei fare, Becca? Tu che faresti?

- Sarei felice per te! – mi rispose immediatamente, guardando ancora il vetro.

La fissai sorridendo e le presi la fotocamera dalle mani.”

Tuttavia quel bacio fu interrotto da un messaggio dal suo cellulare. Il nome Patrick sullo schermo riempì di fiele i miei polmoni, costringendomi a concentrarmi anche solo per respirare. Prima di aprire il messaggio s’allontanò.

Mi vide andare via, a tutta velocità.

Fu lì che iniziò la mia storia.

Quella vera, intendo.

Affrontai quel processo d’abbandono in maniera del tutto selvaggia, in balia delle mie emozioni, snobbando buoni e cattivi consigli e fissando le rovine nelle quali pareva affondassi.

Alla fine l’unica cosa che mi rimaneva era la mia Nikon.

“ – Calmati. Ti avevo chiesto soltanto una fotografia.”

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