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Una storia di Nightafter

La rimpatriata - Pt. 2

Feste di Piazza

Pubblicato il 11 dicembre 2017 in Altro

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Sciopero a scuola quella mattina, l’Aula Magna era gremita di studenti in assemblea: all’ordine del giorno c’era da votare l’occupazione dell’Istituto.

Un bel clima festoso riempiva l'ambiente, un assordante vociare collettivo, un casino niente male, in fondo alla sala si erano uniti una mezza dozzina di banchi, dietro si erano accomodati quelli del comitato di base: l’organo politico studentesco del Liceo.

A ridosso delle pareti laterali dei banchi, trafugati da aule del piano, ospitavano i ragazzi bivaccavanti, libri fermati da cinghie elastiche, zaini e tubi di plastica contenenti rotoli di carta per disegno.

Avevano piazzato una pedana davanti ai banchi del comitato: quelle ompiegate per le modelle in posa, durante le lezioni di Figura, sopra uno studente munito di megafono, sciorinava il suo intervento.

Era un compagno militante della “IV Internazionale”, gruppo studentesco di vocazione rivoluzionaria, che lì da noi andava per la maggiore.

Arringava da una ventina di minuti, ad una platea palesemente disattenta, un soporifero pippone sulla crisi mondiale del sistema capitalista.

Sul muro alle sue spalle uno striscione tazebao elencava i punti programmatici della nostra rivendicazione, in vernice rossa, a caratteri cubitali, la scritta: ” BORGHESI LADRI! GIU’ LE MANI DAL NOSTRO FUTURO! “.

A seguire il suo proclama meno di un decimo dei trecento studenti che animavano quell'assemblea, gli altri erano intenti a farsi allegramente i cazzi loro.

L'ambiente era teatro di un animato via vai: una transumanza vivace e colorata che si sviluppava su ogni livello dell'edificio scolastico, trovando in quello spazio una tappa obbligata di quel vagare anarchico e rumoroso.

Accucciati a terra, si organizzavano piccoli gruppi di attività e cultura alternativa, nei quali si dava vita alla produzione di cartelli e striscioni policromi con slogan politici, si ascoltava progressive-rock da mangianastri con volumi sparati a palla, o si faceva musica dal vivo, con estemporanee jam session di chitarra, armoniche a bocca, fustini di detersivo vuoti e congas.

Ma soprattutto si rollavano gigantesche canne, con filtrini ricavati dai biglietti del tram usati e cartine Rizla+ Silver King, incollate tra loro fino ad ottenere spini di almeno venti centimetri.

L'aria della stanza era satura di fumo, la fragranza al patchouli si mescolava all'olezzo di ascella mal lavata ed al profumo dello shit delle canne fumate, potevi strinarti senza toccarne una, bastava respirare regolarmente.

C'era in programma, per la mattina successiva, un nostro corteo di sostegno a quello dei metalmeccanici FIOM, l'idea era di fare gruppo unico con quelli del Secondo Liceo Artistico di piazza Omero: quello in cui ero stato stangato e cacciato in malo modo l’anno prima.

Mi piaceva sta cosa, Giulio ed io, che non ci vedevamo da un po', ci saremmo ritrovati a sfilare , fianco a fianco, come ai vecchi tempi, lo avrei chiamato per concordare di andarci insieme.

Due anni prima, durante un'altra manifestazione, Giulio mi aveva salvato le chiappe da una situazione difficile: me la sarei sicuramente vista brutta se non fosse stato per lui.

Anche in quel frangente, il corteo del nostro Liceo e quello di altre scuole cittadine, si erano uniti per solidarietà a quello dei metalmeccanici in sciopero.

Va detto che i lavoratori, delle nostra solidarietà, se ne battevano il culo alla grande e ne avrebbero fatto volentieri a meno, anzi, per lo più ritenevano che la nostra presenza togliesse credibilità alla loro protesta, per loro eravamo degli sfigati figli di papà, piccoli borghesi e perdigiorno.

Ingrati e prevenuti, sostenevano che, per noi, queste mobilitazioni fossero unicamente l'occasione per fare casino e saltare le lezioni.

Comunque era venuta fuori una manifestazione imponente: un corteo chilometrico che si snodava tra i grandi corsi cittadini, costringendo a deviazioni improbe il traffico della mattina, un gran bel puttanaio, con mezza città bloccata e gli automobilisti che smadonnavano in maniera sacrilega.

Era la seconda manifestazione a cui partecipavo, era eccitante, avvertivo un senso di appartenenza, di comunione ad un grande evento di popolo: era il battesimo del mio impegno politico.

Un sentimento di orgoglio e pienezza mi riempiva il petto: la lotta per il riscatto sociale delle masse, marciando al fianco della grande classe operaia, gli slogan urlati in coro, un grande rito collettivo e sentirsi una goccia nel grande fiume della storia.

Giulio era già stato diverse volte in piazza con suo fratello Marco, che era più vecchio di noi, simpatizzava per Lotta Continua e frequentava Lettere con Indirizzo Storico all'Università.

Lui aveva quindi una certa consuetudine con queste esperienze e da veterano mi trattava con la condiscendenza che si ha verso un giovane discepolo, si era assunto la missione di catechizzarmi per lo sviluppo della mia coscienza politica.

Inutile dire che nel farlo se la tirava anche un po’, ma glielo si perdonava volentieri.

Con quella faccia da gatto che lo faceva assomigliare al “Che”, la chioma bruna fluente e ribelle, il taglio obliquo degli occhi gialli che brillavano di arguzia e ironia, una Galloise "papier mais" senza filtro, sempre accesa all'angolo delle le labbra, possedeva quella naturale sicurezza di chi è dotato di fascino, e lo sapeva.

In effetti era difficile capire dove liniziasse il confine tra la sua disponibilità ed un ego macroscopico, potevi amarlo a pelle, o trovarlo irritante, ci volle del tempo ed una conoscenza più profonda, per apprezzarne le qualità caratteriali ed umane.

Quella mattina partimmo dalla scuola formando una colonna di oltre duecento ragazzi: Giulio ed io stavamo nel blocco di testa del corteo, scendendo dal corso Duca degli Abruzzi affluimmo al corso Vittorio Emanuele, diretti verso la piazza Carlo Felice, davanti alla stazione di Porta Nuova.

Già tutti gli esercizi commerciali che si affacciavano sul nostro percorso, avevano precauzionalmente tirato giù le serrande, i portici erano praticamente deserti.

L'intento era di imboccare la via Roma e raggiungere quindi Piazza San Carlo, dove ci attendeva il palco per il comizio finale dei sindacati che avevano indetto quella giornata di sciopero.

E fu li che scoppiò il casino.

Un gruppo di manifestanti si staccò dal corteo con l’intenzione di raggiungere l’adiacente stazione ferroviaria, per mettere in atto un’azione dimostrativa di blocco dei binari.

Era presente un nutritio numero di camionette della celere disposte lungo il controviale del corso, in un attimo, celerini in formazione antisommossa, numerosi come bibliche cavallette, si materializzarono sull’imbocco della stazione, sbarrando il passo ai facinorosi.

Una generosa dose di ruvide manganellate dissuase. immediatamente, i più animati da quell’ardimentoso intento.

La vista del fuggifuggi concitato e delle prime teste rotte dette fuoco alle polveri: una gragnola di biglie d’acciaiodi e dadi metallici del diametro di quattro centimetri, lanciate con le fionde, si riversò sui caschi e gli scudi in Lexan delle forze dell’ordine.

Alcuni tra i più irriducibili, già inferociti dalla manacanza di rinnovo contrattuale, dalla umana insostenibilità dei ritmi di produzione recentemente implementati, e dal fioccare, nelle rispettive fabbriche, dei licenziamenti per attività sindacali antiaziendali, fecero comparire dei robusti palanchini, con i quali iniziarono a scalzare dal selciato della piazza cubetti di porfido, che divennero presto, micidiali proiettili da lancio.

Si generò una fitta sassaiola degna della migliore Intifada palestinese.

Giulio, che ben conosceva quale esito avrebbe potuto condurre a breve quel tafferuglio, nel generale clamore che si era creato, mi gridò: - Occhio che qui butta male. Tu stammi dietro e fai tutto quello che faccio io. Chiaro?! -

Annui senza sapere che dire, era la mia prima partecipazione ad uno scontro di piazza, e la cosa, che fino a qualmomento avevo tenuto in conto solo come ipotesi virtuale, vederla accadere realmente, mi creò un certo allarme interiore.

Per meglio dire, più esattamente: una sensazione prossima al panico.

Dopo pochi minuti echeggiarono sinistri gli acuti di sirena, ne contai una sequanza di tre, e ci ritrovammo al centro di una violenta scena di conflitto urbano.

Partì la carica della celere, una marea di caschi, scudi e manganelli roteanti, si riversò sulla piazza Carlo Felice, provocando uno scompiglio impazzito di gente che correva a perdifiato tra aiuole e vialetti del piccolo giardino al centro della piazza.

Molti cercando scampo si dirigevano verso i portici di via Roma, o infilando le piccole vie traverse laterali, parevano api impazzite in fuga da un alveare in fiamme.

Avevo sentito parlare di cariche di alleggerimento della polizia, che avevano lo scopo di disperdere i dimostranti quando le situazioni di piazza si facevano calde.

Ma quella che avevo sotto gli occhi di leggero non aveva nulla.

Quelli pestavano con metodo e temibile determinazione, qualsiasi cosa con due gambe, che fosse in movimento.

Il sommo Pasolini, per i famosi fatti di Valle Giulia, aveva speso parole di comprensione per questi ragazzi di vent’anni in divisa, figli del popolo, poliziotti per bisogno e fame, non per scelta.

Io ce lo avrei voluto il buon Pier Paolo, ora, in quella piazza a spiegare a quelli con la testa rotta dagli sfollagente o la faccia grondante di sange, per il naso o i denti spaccati da un calcio, preso da un robusto anfibio, calzato da un figlio disagiato in divisa, del sottoproletariato rurale od urbano, mentre stavano a terra.

Noi, trascinati dalla folla, ci ritrovammo al centro del giardinetto, tutto intorno era già campo di battaglia, scontro fisico, grida di angoscia e sofferenza.

Ovunque intorno, occhi e volti stravolti da ira o paura.

Sangue che colava da nasi, teste, orecchie, da bocche spalancate di dolore per le botte inferte, macchiando il porfido rosso del pavé della piazza.

Gente in fuga cieca, cercava scampo, altri opponeva una inutile resistenza in un impari corpo a corpo, brandendo le aste degli striscioni, o lanciando qualsiasi cosa si trovassero in mano verso la furia implacabile dei tutori dell’ordine costituito.

Giulio urlò di seguirlo, e gambe in spalla ci trovammo a fendere la folla, puntando verso i portici sul lato sinistro della piazza.

Era quello l’unico spazio non ancora invaso dai celerini, che stavano effettuando un accerchiamento a tenaglia nei sottoportici del lato opposto.

Per quanto la cosa fosse poco dignitosa, per un giovane militante rivoluzionario, mi stavo letteralmente cagando addosso di paura.

La paura aveva una dimensione fisica prima che mentale, dava un ritmo sincopato al mio battito cardiaco, ero già in debito d'ossigeno, respiravo a bocca spallancata, l'aria fredda del mattino mi bruciava i polmoni come acido muriatico.

Tutto stava accadendo troppo in fretta, cazzo quelle scene, fino a quel momento, le avevo viste solo al telegiornale, non ero ancora pronto per la guerriglia urbana.

Non capivo cosa avesse in mente Giulio per toglierci da quel disastro, vedevo solo poliziotti spuntare come funghi.

Mentre correvo a perdifiato, un passo dietro a lui, gli urlai con disperazione:

- Ma dove andiamo per di qua, Giulio? -

- Corri scemo! Corri e non rompere il cazzo!! -

Eravamo ubriachi di adrenalina, il sangue nelle orecchie martellava sordo, il rumore del caos che ci circondava era stordente, avevo le gambe molli, connati di vomito a vuoto mi montavano acidi in gola.

Sentì esplodere i colpi di lancio dei gas lacrimogeni: entro poco i fumi avrebbero invaso la scena togliendoci il respiro, rendendoci ciechi di lacrime per il bruciore delle palpebre, il terrore nella mia mente era un muro rosso acceso.

Non distinguevo più nulla di ciò che mi circondava, era il panico: la folla non aveva più facce, era fatta di ombre indistinte, sfocate in un forsennato movimento.

Il mio campo visivo si era ridotto alla nuca di Giulio, mio unico riferimento certo in quell'universo disgregato, mia sola via di salvezza di animale in fuga.

Era l’istinto di sopravvivenza a sostenere la mia corsa, a non farmi inchiodare le gambe gravi come piombo, a cercare scampo da quelli che dietro sentivi avanzare rapidi e minacciosi, inarrestabili nella volontà di annientarci.

Unicamente la nuca di Giulio negli occhi, e infatti non mi accorsi della bordura in ferro che sporgeva da terra a delimitare le aiuole.

Era alta una trentina di centimetri, un tondino metallico continuo verniciato di verde, curvato ad archi a sesto acuto.

Ci inforcai un piede in pieno, neppure il tempo di capire, mi ritrovai lungo disteso come un sacco di sassi.

Istintivamente portai le mani avanti, voltando di lato la testa per salvarmi il setto nasale, il porfido ruvido del marciapiede mi baciò senza affetto sul lato destro del viso, dalla mascella alla tempia.

Una botta micidiale, che mi risuonò nella testa secco come il guscio di un di cocco rotto da una mazza.

Nella caduta rovinosa mi devastai le ginocchia, ed i palmi delle mani furono abrasi a sangue.

Restai intronato dal dolore, ad un metro da me tre poliziotti stavano riempendo di botte una ragazza a terra.

Prendeva i colpi in posizione fetale, con le braccia si copriva la testa per proteggersi la il viso, ad ogni botta sobbalzava con un lamento strozzato.

Ero perduto, faccia a terra nascondevo la testa tra le mani puntandomi sui gomiti, mi sentì afferrare alle spalle di brutto, qualcuno mi stava tirando su per il cappotto.

Ci siamo, mi dissii, legai le dita sulla nuca in attesa dei colpi in arrivo, serrai forte i denti: ora mi pestano, pensai.

- Alzati coglioneee!!! Cazzo fa li a terra? - Era Giulio, sopra di me che urlava stravolto.

Mi alzai, scomposto e dolorante, in qualche modo ripresi ad andargli dietro, mi accorsi di aver perso una scarpa, ebbi un esitazione guardando intorno per cercarla.

- Giulio, cazzo! La mia scarpa, L'ho persa!- Urlai.

- Te la infilo su per il culo la tua scarpa, imbecille. Corri! Testa di cazzo, corriii!!! -

E allora ripresi a correre, zoppico come uno sciancato, ma correndo più forte che potevo.

Giulio si infilò nel portone spalancato di un palazzo d'epoca sotto il portico, io gli andai appresso come l'ombra della sua ombra.

Imboccò poi con sicurezza lo scalone in marmo, con corsia rossa, che si apriva sul lato del grande androne.

Salimmo a perdifiato la scala, nel suo mezzo la tromba dell'ascensore, una fitta gabbia metallica nera che saliva per cinque piani.

Aggredivamo i gradini a due o tre alla volta, le lingue di fuori, i fiati strozzati, mentre i rumori della piazza divenivano un eco più lontana.

Finalmente giungemmo all’ultimo piano, sul pianerottolo si apriva un lungo corridoio con molte porte di abitazioni: si affondava verso il cuore del palazzo.

- Di qua.- Disse Giulio: lo percorremmo rapidi, in tutta la sua lunghezza, al fondo c'era una svolta verso destra, un dislivello di tre gradini da scendere ed il corridoio riprendeva. In un attimo compresi che l'edificio faceva parte di un blocco a pianta quadrata di impianto settecentesco, che costituive una porzione dell'intero isolato.

Stavamo passando da un palazzo a quello contiguo, collegati tra loro dal corridoio dell'ultimo piano.

Alla fine ci ritrovammo su un grande pianerottolo ed iniziammo a ridiscendere, su un altro versante, per una scala gemella a quella da cui eravamo saliti.

Giungemmo al piano terra, attraversammo il portone d'uscita, eravamo in strada, davanti a noi via XX Settembre, tranquilla come in una domenica mattina.

La piazza del casino era rimasta nella parallela alle nostre spalle, ne udivamo ancora il clamore, ci incaminammo rapidi verso la prima traversa, attraversammo la piccola piazza Paleocapa e proseguimmo su per la via San quintino.

Dal corso Vittorio, in parallelo, le sirene delle camionette della Celere erano l'unico rumore di traffico, in quello scampolo di cielo grigio sopra le nostre teste.

L'aria ci portava il sentore acre dei lacrimogeni che erano stati lanciati mentre noi ci eclissavamo su per il palazzo.

L'aria era fredda, ma noi grondavamo di sudore, fatica e paura, avevamo i capelli fradici, appiccicati al viso e sugli occhi.

Mi pulì la fronte con la mano, appena ebbi un filo di fiato chiesi a Giulio: - Come facevi a sapere dei palazzi comunicanti? -

Lui si infilò una sigaretta tra le labbra e si fermò per accenderla.

- Tu sei qui da dodici anni, io ci sono nato. I miei antenati l'hanno costruita questa città.- Aspirò una boccata di fumo, poi continuò: - Io questa città la conosco. Sei tu che non conosci un cazzo, brutto terrone. - Rise.

Risi anche io: - Grazie, fratello. Pensa se mi beccavano? -

Lui camminava e fumava guardando la strada: - Quello che ti facevano li era niente. Il bello veniva se ti portavano dentro, li si che ti divertivi. Ad un amico di mio fratello qualli della Digos hanno rotto tre costole e fatto sputare due molari.-

Un brivido di adrenalina mi fecce battere i denti, mi strinsi nel cappotto.

Proseguimmo attraversando il corso Re Umberto, caminavammo piano per non dare nell'occhio, come normali passanti.

Avevo il maxicappotto nero, imbrattato di terra e polvere, il tessuto dei jeans scorticato sulle gonocchia come la pelle sottostante, una scarpa in un piede e solo un calzino, di quelli tubolari da sport, di colore bianco, nell'altro.

Mi accesi una cicca anche io, fumai con aria distratta, cercando di non zoppicare in maniera troppo evidente. Per non dare nell'occhio.

(Continua)

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