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Cosa s’intende davvero per ispirazione?

È solo una questione di fantasia o c’è dell’altro?

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Pubblicato il 23 ottobre 2017 in Giornalismo

Tags: storie fabiogeda recensione ispirazione fantasia

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Viaggio alle radici delle storie

Fra coccodrilli, squame di pesce e sassi ...

con Martha Bartalini, Luigi Maiello

e le immagini di Valeria Coppola.

Inizia tutto dall’ispirazione...

Ma è proprio così? E soprattutto, cosa s’intende davvero per ispirazione?

È solo una questione di fantasia o c’è dell’altro?

A cercare fra le parole di chi le storie le ha sapute scrivere su carta e fuori, l’ispirazione il più delle volte rappresenta la reazione a uno stimolo concreto e vivo.

Georges Simenon sfogliava l’elenco telefonico di Parigi fino a trovare il nome che lo attirava al punto da costruirci intorno un personaggio. Cormac McCarthy è sempre stato attratto dai luoghi, specie da quella zona degli Stati Uniti, chiamata Southwest, dove è impossibile che “la gente non sappia nulla di cowboy e Indiani e non conosca il mito del West”.

Creazione di Valeria Coppola
Creazione di Valeria Coppola

Ma l’ispirazione creativa può scaturire anche da una foto, da un fatto di cronaca o da un’esperienza vissuta in prima persona o raccontata da terzi. È quest’ultimo il caso di Fabio Geda, fattosi orecchio e poi voce di una storia toccante quanto attuale, quella di Enaiatollah Akbari. L’incontro fra i due avviene durante una presentazione del primo romanzo di Geda, Per il resto del viaggio ho sparato agli indiani (Instar Libri, 2007), nel quale un ragazzino romeno intraprende un rocambolesco peregrinaggio dall’Italia alla Germania per ritrovare il nonno. Diversi protagonisti, diversi itinerari, ma un comune destino di clandestinità e di ricerca nella forma di una moderna Odissea.

La vicenda raccontata da Geda risuona in quella realmente vissuta da Enaiatollah, invitato a quella presentazione con l’intento di instaurare un richiamo fra storie. Dall’ascolto reciproco, è nata l’idea che ha portato alla stesura di Nel mare ci sono i coccodrilli (B.C. Dalai Editore, 2010)

Lo scrittore Fabio Geda
Lo scrittore Fabio Geda

“Per ascoltare davvero una storia non serve fare delle domande dirette ma serve lasciare che la persona ti racconti la propria storia così come ce l’ha nel cuore e poi leggermente indirizzarla”, dice Geda.

E così ha fatto.

Ne è uscito un libro che traspone un atto di giornalismo di narrazione in un racconto appassionato e poetico, dove poche domande aiutano a srotolare il filo di un percorso drammatico ma luminoso attraverso sei stati: Afghanistan, Pakistan, Iran, Turchia, Grecia, Italia.

In Pakistan, a Quetta, Enaiatollah ci arriva accompagnato dalla madre. È lei a salvarlo da morte certa con un atto d’amore supremo: abbandonare il proprio figlio al suo destino.

Lo lascia facendogli promettere tre cose: non usare droghe, non usare armi, non rubare.

Enaiatollah promette. Poi, lei che era sempre stata “così asciutta e svelta per tenere dietro alla vita”, riempie la notte di parole, di sogni e di desideri. Al risveglio, Enaiatollah si ritrova solo e, quando capisce che le parole ascoltate nella notte erano il modo in cui sua madre gli aveva detto Khoda negahdar (addio), intuisce anche che quell’abbandono è il dono di una seconda opportunità di vita da proteggere e perseguire con con tutto se stesso.

Dalle fogne di Quetta, ai cantieri di Esfahan e Qom, in Iran. Dalla polvere delle strade, alle montagne dell’Anatolia, fino al doppiofondo di un rimorchio carico di ghiaia diretto a Istanbul. Poi la meta della Grecia da raggiungere in gommone, con il timore dei coccodrilli che nel mare non ci sono ma nelle paure dei bambini sì. Uno dei compagni di viaggio cade in acqua e viene inghiottito dal buio. Enaiatollah e gli altri continuano a remare e gridare il suo nome.

Remare e gridare.

Finché, sfiniti e “infinitamente troppo piccoli per non soccombere a tutto ciò”, si addormentano. All’alba si ritrovano vicino alle coste elleniche e da lì riparte il viaggio: Mitilene, poi Atene, ultimo avamposto prima di raggiungere l’Italia. Enaiatollah lavora nei cantieri dei giochi per la ventottesima Olimpiade, mentre il suo gioco preferito, il Buzul-bazi, rimane confinato nel ricordo di un’infanzia finita troppo in fretta.

Nel mare ci sono i coccodrilli di Fabio Geda.
Nel mare ci sono i coccodrilli di Fabio Geda.

Coi soldi guadagnati ad Atene, riesce a raggiungere Venezia, poi Roma e infine Torino, dove una famiglia lo accoglie insieme a un nuovo concetto di normalità. Solo otto anni dopo l’inizio del suo viaggio, ottenuto il permesso di soggiorno come rifugiato politico e ritrovato se stesso, Enaiatollah riesce a mettersi in contatto con sua madre.

Il loro è un dialogo muto, fatto di sospiri e di pianto,

nel quale, capire di essere sopravvissuti, equivale per entrambi alla consapevolezza di essere finalmente vivi.

L’uno per l’altra.

Alla fine di questo viaggio dell’eroe, un breve intervento di Geda consegna al lettore tutto il significato del libro:

“Enaiatollah ha finito di raccontare la sua storia poco dopo aver compiuto ventuno anni (forse). La data del suo compleanno l’ha decisa la questura: primo settembre. Ha appena scoperto che nel mare ci sono davvero i coccodrilli”.

Dove decade il principio di verosimiglianza, emerge la storia vera: il gesto narrativo la fissa su carta e la rende esempio capace di far luce su tante altre storie simili, sul dramma dei migranti bambini e di quei trafficanti di uomini che rappresentano i veri coccodrilli in acqua e fuori.

Straordinario conoscitore del mondo dei ragazzi, Fabio Geda torna a un romanzo che li rappresenta con L’estate alla fine del secolo (B.C. Dalai editore, 2011). Un’altra storia rispetto a Nel mare ci sono i coccodrilli ma con un elemento in comune: anch’essa è nata da un incontro. Questa volta si tratta di Franco Debenedetti Teglio, ispiratore del personaggio di Simone Coifmann e di diversi episodi raccontati nel libro. Ma andiamo per gradi.

L’estate alla fine del secolo di Fabio Geda.
L’estate alla fine del secolo di Fabio Geda.

È l’estate del 1999 quando un ragazzino con un nome da grandi, Zeno, è costretto a lasciare la Sicilia a causa della malattia del padre. Così, all’improvviso, un paesino dell’entroterra ligure diventa il nuovo orizzonte nel quale orientarsi mentre il padre affronta le terapie all'ospedale di Genova e la madre lo assiste. Zeno resta con un nonno - Simone Coifmann - che non sapeva nemmeno esistesse, un uomo trincerato nel suo mutismo e in un passato che si reitera sotto forma di dolore esistenziale. La loro è una convivenza forzata, ma è proprio nella quotidianità condivisa che si schiude la possibilità di una relazione.

A poco a poco nipote e nonno iniziano a conoscersi e, nel farlo, delineando i tratti di un romanzo di formazione che verte su un ricordo sviluppato per via binaria: da un lato Zeno, ormai adulto, rilegge e reinterpreta l’estate 1999; dall’altro il nonno porta alle luce vicende del suo passato. Lui, Simone Coifmann, ebreo nato nello stesso giorno in cui in Italia vennero promulgate le leggi razziali, ha custodito la sua storia fra le pagine di un quaderno che il nipote ritrova all’indomani della sua morte. Passato e presente si alternano nella successione dei capitoli e, mentre il nipote e il nonno si avvicinano, anche lettore impara ad amare i personaggi di questo libro che, circa a metà, offre anche uno spunto giocoso per chi narra storie:

“La vita, per chi racconta storie, è come il maiale: non si butta mai via niente”

Si rielabora, si seleziona, si combina in un lavoro di rifinitura che, per molti versi, somiglia all’approccio dell’artigiano con la sua materia.

Ecco che la realtà si trasforma in finzione letteraria e la storia si configura, in parallelo, come ricerca e rielaborazione dei dati raccolti, gli stessi che hanno attirato la nostra attenzione nel punto zero dell’atto di creativo.

Succede anche al di fuori delle pagine, in un processo di trasformazione che, a volte, oltre a contare numerosi anni, coinvolge un’intera vicenda professionale. Ne è testimone d’eccezione l’architetto Frank Gehry che, nel film documentario Creatore di sogni diretto da Sydney Pollack, “poco a poco compone tutti i pezzi di un processo affascinante: trasformare la più bizzarra delle idee in una cosa (o in una casa) che esiste”.

Una di queste idee bizzarre ha profonde radici familiari. Da piccolo, infatti, Gehry giocava con le carpe che la nonna lasciava nuotare nella vasca da bagno. Una superficie a scaglie, un certo modo di riflettere la luce, una forma curva e scintillante, che sfugge.

Dalle carpe della nonna al Guggenheim Museum di Bilbao il passo è lungo ma la relazione è forte: quel ricordo sembra aver lavorato nella mente dell’architetto fino a trovare realizzazione in quello strabiliante insiemi di linee, forme e materiali che fanno del museo di Bilbao uno dei capolavori dell’architettura contemporanea.

“Esprimere il movimento”, “dare alle sensazioni una forma tridimensionale”, “umanizzare gli edifici”: obiettivi raggiunti con determinazione e lavoro costante, manipolando e piegando la materia al servizio di una ispirazione che, anche questa volta, è stata dettata da un’esperienza diretta e profondamente attiva. Il Pesce Dorato, realizzato in occasione delle olimpiadi di Barcellona del 1992, è espressione ancora più esplicita del personalissimo quanto potente innesco alla base del processo creativo operato da Gehry.

Da opere monumentali a una storia piccola piccola e dura come la pietra.

Neve, cane, piede di Claudio Morandini (Exòrma, 2015) ambienta in alta quota una vicenda al limite del grottesco e non priva di effetti tragicomici: è quella del vecchio Adelmo Farandola, di un mondo capace di parlare attraverso piante e animali, di una realtà che scivola nella fantasia, nel ricordo o nella perdita di memoria, attenuando i contorni di ciò che è conosciuto come fa la neve.

Un libro da scoprire per il gioco che riesce attivare fra continue oscillazioni:

vero-falso, luce-buio, leggerezza-gravità, silenzio-rumore, presenza-assenza, vita-morte.

Una tensione che pervade lo stesso linguaggio del romanzo, capace di non perdere la lucidità anche quando il protagonista sembra rimanerne privo.

A storia finita, poi, Morandini ci offre il racconto sincero della nascita di quest’opera:

“Io l’ho incontrato davvero, l’uomo di cui ho raccontato la storia in questo libro e a cui ho dato il nome per metà improbabile di Adelmo Farandola. Una domenica, mentre salivo per un sentiero ripido e sdruccioloso, la lingua di fuori, hanno cominciato a piovermi addosso pigne e anche qualche sasso: sul momento ho pensato che dipendesse dall’instabilità del terreno, dalla stagione, che so, dalla natura. Quando però sono sbucato nella conca in cui contavo di fare tappa, ho visto un vecchio che mi aspettava a gambe larghe sul sentiero e teneva una pigna in una mano e un sasso nell’altra. Era solo, a parte un cane gonfio di pelo e incredibilmente sporco al suo fianco. [..]Ecco, Neve, cane, piede, è nato da questo episodio trascurabile. Un’avventuretta da niente, me ne rendo conto, poco più di un accordo di attacco: ma a coprire le lacune sono state la fantasia e, soprattutto, certe letture fatte comodamente seduto, di vite scomode, di eroi lunatici [...]”

Ricapitolando: 3 caratteristiche dell’ispirazione

Saltando di pesce in sasso, abbiamo cercato di capire di cosa parliamo quando parliamo di ispirazione. Abbiamo escluso che essa abbia a che fare con un vaneggiamento di tipo estatico per rintracciare, invece, alcune caratteristiche di ciò che rappresenta il punto zero di ogni storia. Ne riassumiamo 3.

L'ispirazione è:

- un incontro importante, coinvolgente e propulsivo: che sia una persona, un oggetto o un fatto, è qualcosa che resta nella mente e inizia a lavorare, lavorare...

- l’avvio di una lenta rielaborazione dei ricordi e dei dati raccolti;

- l’inizio di un processo creativo che ricorda da vicino il rapporto di un artigiano con la materia.

Tutto questo lo abbiamo scoperto andando a cercare fra le parole e le esperienze di Fabio Geda, Frank Gehry, Claudio Morandini, con incursioni rapide e indolori in Simenon, McCarthy e Sydney Pollack. Ma non finisce qui, adesso tocca a te!

Fai la tua domanda!

Se questo post ha solleticato la tua curiosità, oltre che la tua ispirazione, Intertwine ti offre la possibilità di continuare a ragionare sull’argomento con la domanda che TU - sì hai capito bene, proprio TU! - lascerai nei commenti o farai attraverso i nostri social.

Al resto penseremo noi: gireremo la tua domanda a Fabio Geda e la sua risposta, insieme alle altre raccolte, darà vita a un’intervista collaborativa a prova di storyteller.

Che aspetti? Fai la tua domanda ora! E, mentre la scrivi, munisciti di canna da pesca perché le idee, come dice David Lynch, vanno pescate come i pesci nel mare.

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