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Una storia di CuorDiPolvere

Questa storia è presente nel magazine LeFou

Il lungo viaggio di Tsandour sotto la terra

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Pubblicato il 10 marzo 2018 in Avventura

Tags: Viaggio Avventura

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Era piccolo, se lo ricordava, la prima volta che aveva aperto gli occhi: era memore, per così dire, di quei colori variopinti nei tramonti dell'autunno che si fa primavera, ne faceva quadri; gli mancava la penna, e l’abilità industriosa dell’ingegno colto, giacché s'era fatto tratto nel suo cuore di tenere a futura memoria quel ricordo prezioso ossia: quando s’era accorto d'esser vivo.

Per quello, ch'era eccellenza velata dal giudizio di quei molti che deridono il genio, s'era messo zitto zitto ad ascoltare.

Quei silenzi gli accarezzarono l'anima e lo portarono, col tempo, a vagare in solitaria presso ogni dove: fece amicizia, una mattina di Primavera di un certo ventitreesimo giorno, con uno Gnomo.

“Abito sotto una quercia -gli raccontò-, quella che pianta e allunga radici sopra il masso. Per sfizio, ti rivelo che nascondo un gran tesoro nella mia cava: son pieno di diamanti, e oro quanto ne vuoi”.

A lunghi passi andava e tornava ogni giorno nel bosco per abbeverarsi a una fonte dall'acqua limpidissima, che gli aveva fatta conoscere l'amico suo Gnomo nelle loro passeggiate nel sottobosco dei pini. Alla lunga disobbedì alle regole dell’Impero, che ordinavano come editto:

“Per ordine dell’imperatore, Gregorious Lajsant-Druidee, Primo della sua Dinastia, Signore delle terre d'ogni dove, d'ogni mare e continente, chiamo all'ordine: a quelli che trovano un tesoro, sia per giustizia fatto onore al Sovrano di rivelarne la conoscenza.”

Il nostro, ch'era nato nelle montagne ed era cresciuto al gelo, aveva per fortuna una bussola incantata con le acque di un pozzo quando nel centro vi si specchia la luna, che gli dava direzioni su delle rotte tutte diverse.

Peregrinando, vide sotto ai suoi occhi i fili d'erba farsi via via più grossi: aveva smesso di tornare a casa, giammai riposava; poi i funghi le pietre e addirittura gli alberi che ingigantirono. Di li a poco fu capace, con questo artifizio, di entrare nella tana dello Gnomo.

*

Era nella terra che si scendeva, proprio alle radici. C'era caldo, perché sotto di essa, gli diceva, c'era un fuoco che nessuno era mai riuscito a vedere: era un mistero, questo, perché sotto sotto si sentiva scoppiettare. Eppure la luce mancava del tutto; fino a quando gli disse che voleva mostrargli una cosa, una stanza preziosa, e lo condusse nella sala del tesoro. Lì la luce abbondava addirittura, perché basta dirlo, era tutta piena di pietre tra le più preziose che la terra produce, ed erano di tutti i colori e le forme e dentro le stesse, delle fiamme che s'allungavano tutto dentro il corpo cristallizzato.

Rimase ad ascoltare il tintinnio che ognuna di esse faceva e si mescolava alle altre a mò di melodia.

Nel frattempo, nelle alte stanze delle Torri dell'Impero, i sapienti al servizio del Sovrano vennero a sapere, leggendo nelle rughe delle foglie, che un tesoro era stato trovato, nei boschi a settentrione; decisero quindi di mandare un emissario al cospetto del Re. La sentenza fu la cattura.

*

Un serpente, che da lontano era arrivato fin li a caccia di carogne, aveva sentito la notizia e gliel'aveva sibilata con la sua doppia lingua. A sentirlo, pensò dapprima di farsi Gnomo del tutto, e vivere per sempre dentro al bosco, sottoterra; poi si vide per un attimo e sentì puzza di maledizione.

“Devo scappare da qua -si disse, ed era solo-. Devo fuggire se voglio salva la testa” e mentre tornava a fare lunghi passi e brutti pensieri, si tornò ad allargare e divenne subito sospetto, perché era proprio lui il ricercato.

S'era tenuto, perché gli aveva detto l'amico suo ch’era un amuleto antico fatto apposta per i viaggiatori, un rubino che andava proprio verso il porpora, in una mescolanza curiosa. Aveva il potere, quando sapeva di essere intorno al collo, di fare dono dell’invisibilità. Per paura d'esser sgamato, se l'era messo allora e s'era fatto agio di quella condizione, che si dimenticò di toglierselo e divenne col tempo un vero e proprio fantasma. Questa, lui non lo sapeva, era la maledizione dell’artefatto, e se ne accorse quando ormai passava nei muri e la gente non lo ascoltava più.

*

Nel mondo dei fantasmi, forse a qualcuno è capitato, la vita c’è ma è difficile da sentire. Questo era capitato a Tsandour, e stava scontando quella pena in un paese pieno di sabbia, a oriente.

I paesani ogni tanto si prendevano di paura, perché certe notti riuscivano a vederlo -tutti riescono a vedere un fantasma, una volta ogni tanto- e ne parlavano in giro. La cosa, passando di voce in voce, si fece più grossa di quant'era e il Califfo decise d'inviare i messaggeri alati ai Falconieri, gente garbata che aveva studiato tanto e per mestiere smantellava maledizioni, scacciava fantasmi e malocchi, folletti anche, e coi diavoli grossi ci combatteva con la spada. Giunsero nel califfato e lo trovarono alla prima notte di pattuglia, nel vicoletto di Piazza Tre Gigli, che non sapeva chi era e tutto il resto a tabula rasa. Tornò sui suoi passi, verso il Palazzo Imperiale, per raccontare tutto al suo Re e liberarsi d'ogni colpa.

Venne accolto ed ascoltato volentieri, con l’onore di un buon vino: si era ripreso tornando indietro, e voleva pure vendicarsi dello Gnomo.

Il Sovrano, ch'era saggio, gli aveva detto che spettava a lui quell'impresa, e venne armato con una lancia benedetta di acciaio fino. I magi lo presero a parte e gli dissero che quella creatura era un signore del Mondo di Sotto, protettore ed eremita della caverna, e per specialità aveva il menare gli uomini in sogni senza uscita, dopo averli ingannati con miracoli. Elargiva la conoscenza, a patto di un sacrificio assai forte: tutta la vitalità, tutta l’anima. E lui, entrando in quella tana, era caduto nel tranello e aveva acconsentito al farsi mettere alla prova.

Furioso, tornò nella foresta dalla quale era partito, e fece a mille pezzi la quercia per stanare il suo avversario. Era un mostro però, non la creatura che conosceva, perché sembrava un lungo rettile dalle teste che non si possono contare. Era uscito dalla tana, ch'era tutta spaccata e aperta, e gli sputava addosso un acido piccante. S'allungava per morderlo, non aveva punto debole, era tutto capo senza coda.

Combatté senza risparmio alcuno: tutto gli bruciava, si sentiva in mezzo alle fiamme, finché gli mancarono le forze, e gli occhi gli si riempirono di serpi che mordevano.

*

Fu li che gli parlò lo Gnomo, il suo vecchio e saggio amico, che era li al suo fianco. E mentre gli parlava, lui tornava alla veglia e si rendeva conto del fatto: che le serpi non erano altro che le fiamme nascoste in quei preziosi, ch'era rimasto a fissare rapito dalla loro melodia.

“Bentornato -gli disse lo Gnomo-. Sei stato messo alla prova e sei stato trovato degno. Ora, com’è giusto, tutto questo sarà tuo. Io posso andarmene”.

“Andare dove?”

Era nella stanza, gli era caduto il cappello lungo, rosso. Se lo prese di nuovo. Era da solo.

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