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Una storia di Nove_Facoceri

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Visioni

Un mondo d'acciaio

Pubblicato il 18 settembre 2017

Cassonetti, cassonetti, solo cassonetti, tutto il giorno cassonetti. Silvano passava la sua giornata spostando cassonetti pieni di trucioli di acciaio. Non era esattamente il sogno della sua vita, ma era già stato molto difficile trovare un lavoro e quando, dopo tanto peregrinare, gli si era presentata l'occasione di lavorare in quella grande ditta metalmeccanica, aveva accettato senza indugio.

Peccato però che era l'ultimo arrivato ed era stato destinato a lavori di fatica. Non che gli altri suoi colleghi non si spaccassero la schiena come lui, però almeno loro lavoravano a quelle belle fresatrici a controllo numerico o ai bei torni paralleli a cui lui avrebbe tanto voluto un giorno essere destinato. E invece per ora passava la sua giornata a spostare i cassonetti che contenevano i trucioli di acciaio che le macchine sputavano mentre producevano i luminosi e armonici pezzi che avrebbero formato un tutt'uno con altri pezzi fino a costruire meravigliosi meccanismi su cui Silvano non smetteva mai di fantasticare.

Silvano era un osservatore molto acuto e con il passare dei giorni aveva incominciato ad osservare quelli che erano diventati i suoi amici trucioli.

Ce n'erano di tutti i tipi: quelli a ricciolo, quelli elicoidali, quelli più a nastro, o quelli che erano semplici schegge e la loro quantità era enorme. Quei trucioli venivano poi fusi ed il materiale ottenuto riutilizzato, ma a Silvano dispiaceva un pò pensare che tutti quei residui dalle molteplici forme potessero essere distrutti riducendoli ad un pezzo di metallo senza anima.

Un giorno, dopo aver spostato l'ennesimo cassonetto verde, gli parve di vedere qualcosa di diverso e si issò sul bordo di uno di essi. Per vedere meglio si sporse un po' troppo oltre il bordo e cadde a testa in giù sul cumulo di trucioli. Sentì pungere da tutte le parti ed una sensazione di stordimento lo prese. Si portò una mano alla testa e fu in quel momento che sentì qualcosa muoversi sotto di lui. Spaventato cercò di spostarsi, ma si ferì le mani e qualche goccia di sangue colò sul letto di trucioli.

Il movimento diventava sempre più marcato e fu così che sotto ai suoi occhi terrorizzati vide materializzarsi un omino di metallo.

“Ma che accidenti!...” esclamò in preda al panico. Impossibile cercare di rialzarsi puntando le mani sui trucioli, si sarebbe ferito ancora più in profondità. Appoggiò la schiena contro il bordo e, puntando i piedi, cercò di strisciare verso l'alto. La tuta si bloccò, incastrandosi a metà. L'omino sembrava la rappresentazione di un personaggio di Metropolis, un film che ricordava di aver visto da bambino, qualcosa di irreale, ma allo stesso tempo affascinante. Non sembrava avere cattive intenzioni, si mise seduto su altri trucioli che improvvisamente si tramutarono in una sedia e lo osservò. Silvano iniziò a sudare freddo, avrebbe voluto urlare, ma la voce non accennava ad uscire. Appoggiò una mano contro la fredda parete del cassonetto e il dolore lo fece sobbalzare, finendo nuovamente a contatto con i trucioli. Stava accadendo qualcosa di strano, avrebbe dovuto sentire dolore, invece fu un atterraggio morbido quello che lo accolse. Guardò in basso e scoprì che tutto il metallo che veniva in contatto con il suo sangue si trasformava in qualcosa di vivo. I trucioli sotto di lui si erano intrecciati formando un cuscino, che gli ricordò la trama delle pagliette metalliche usate per pulire le pentole. Lo stavano aiutando, non sembravano assolutamente pericolosi. L'omino spalancò la bocca in qualcosa che Silvano associò ad un sorriso, poi seguì la direzione del braccino, alla cui sommità spuntava una mano alquanto stilizzata, finendo ad osservare la parete del cassonetto sulla destra. Dove prima c'era solo metallo, ora ne aveva preso il posto qualcosa che assomigliava ad uno schermo televisivo, nero e lucido, che di colpò si illuminò. Davanti agli occhi, come un quadro, riconobbe la sua vecchia casa in cui era nato e cresciuto, dove aveva trascorso glia anni più belli della vita, sino all'abbandono, dopo la morte di mamma. Quindici anni prima, quasi una vita, un luogo a cui non aveva più pensato, per paura di provare dolore, ma che in quel momento fissava con gioia. Era una ripresa esterna, a suo parere colta dal lato della casa dove papà aveva fissato ad un grande ciliegio l'altalena. Ma non era un'immagine statica, lo percepiva dal movimento delle foglie in primo piano e dal pinnacolo di fumo che fuoriusciva lento dal camino. Le finestre al piano superiore erano aperte, con i vetri chiusi, segno che la temperatura esterna era fresca. Anche le foglie non possedevano il verde brillante, ma una tonalità più scura, ed in certi punti tendevano al giallo.

L'omino si alzò, facendosi più vicino, Silvano non mosse un muscolo, sino a quando non udì nella testa la voce dell'essere, che gli parlava senza bisogno di suoni.

“Vieni con noi, dai, andiamo” sentì Silvano.

“Con voi, chi?” gli rispose semplicemente pensando.

“Con noi” e con quello che sembrava un sorriso l'omino indicò in alto, fuori dal cassonetto. Istintivamente Silvano seguì quel ditino strano e sobbalzò al vedere che dal bordo del cassonetto sbucavano tante altre testoline di omini uguali a quello che era insieme a lui. Tutti lo guardavano e tutti avevano quell'espressione di apparente sorriso e la sensazione di paura lasciò il posto ad una tranquilla sensazione di protezione. L'omino fece segno agli altri di scendere e Silvano si trovò attorniato dagli omini di acciaio. Il cassonetto pareva essersi allargato per contenere tutti e anche lo schermo sulla parete era diventato molto più grande. A quel punto nella sua testa Silvano sentì nuovamente la voce dell'omino: “Dai, vieni con noi” e gli porse la sua ispida mano. Nel momento stesso in cui la mano di Silvano toccò quella dell'omino, si sentì sollevare da una brezza leggera e si trovò nel giardino della sua vecchia casa in compagnia di tutti gli omini di acciaio. Era come se la sua vita attuale lo avesse trasportato nella sua vita precedente, ma si sentiva estrememente tranquillo, come protetto da quella piccola folla di esserini che, ridendo di se stesso, pensò che poco prima lo avevano spaventato.

Si guardò intorno e si accorse, dal modo in cui erano posizionate alcune cose, che era capitato nella sua vita precedente proprio poco prima che mamma morisse. Si stupì, ma non era per nulla in ansia o addolorato e sì che invece proprio quei giorni erano stati per lui un segno indelebile che nella sua vita attuale ancora portava. Ricordava con la sua mente di ragazzo la mamma che la malattia al cuore non aveva mai fermato da tutte le sue faccende ed il senso di colpa sia per il timore di essere stato la causa della sua malattia, sia per il fatto di non essersi accorto della gravità della stessa.

Raggiunse la porta di casa, quella con sopra incise le sue iniziali, fonte di una brutta punizione da parte di papà. Sentiva l'odore di cibo provenire dalla cucina e quell'inconfondibile profumo che da sempre albergava sotto il portico, fatto di erba e legna secca. Tutto era come allora, il tempo aveva riavvolto il nastro e lo aveva riportato a casa.

“Attraversa la porta” lo incitò l'omino, che guardandolo meglio scoprì essere più grande e colorato degli altri. Non capì, che significava attraversare? Il piccolo essere di metallo sembrò leggergli dentro e con gentilezza gli prese la mano, facendolo passare attraverso la porta chiusa. L'interno si rivelò duro da accettare: un mare di ricordi lo invase, ogni oggetto presente era fonte di richiamo al passato. Era casa sua, l'unica che mai avesse sentito gli appartenesse. Poi lo sguardo incontrò la figura curva sulla stufa a legna e il cuore riprese a galoppare. Mamma, malata ma sempre attiva, intenta a cucinare la cena per tutti. La ricordava così, era una fotografia scattata nella mente, ma quando si avvicinò scoprì che la donna forte che sino alla fine aveva mascherato il dolore, stava piangendo. In mano una lettera, sul tavolo la busta di un centro analisi. Era la prima prova della presenza della malattia, nonostante lei sembrasse ancora forte. Perchè era stato portato lì, per avere ancora un'occasione? Se era così non l'avrebbe sciupata. Si mosse per la cucina, osservando ogni cosa, in cerca di indizi. Mamma era morta in primavera e, a giudicare dal tempo, si trovava in autunno. Quindi c'era ancora tempo, ora che era uomo, e non il ragazzo impotente che aveva subito la sua dipartita senza essere in grado di intervenire. Passò in sala, dove ricordava ci fosse appeso un calendario. La mamma aveva l'abitudine di annotare e spuntare le scadenze su di esso. Era aperto su ottobre e l'ultima riga rossa posta sul giorno 24. Ora sapeva quanto le rimaneva da vivere e che poteva essere in tempo. Papà era stato piuttosto superficiale sull'aiutarla, ma in fondo era un contadino, dedito al lavoro e spaventato dal mondo. Se solo si fosse interessato, l'avesse portata da uno specialista, invece no, aveva lasciato che fosse solo lei la padrona della propria esistenza, ed aveva fallito. Su un tavolino vide la sua vecchia fionda, costruita qualche anno prima dal nonno; allungò la mano, ma invece di afferrarla la attraversò.

“Non puoi” sentì sussurrare dall'omino. “Ma puoi farlo in altro modo”.

Di nuovo il senso di smarrimento, l'impotenza. Come poteva essere d'aiuto a sua madre se in quel mondo era solo un'ombra, uno spirito di passaggio?

“Usa gli altri sensi” l'omino di latta lo guardò con sguardo dolce e penetrante. Silvano capì e si diresse di nuovo dalla madre.

Purtroppo non poteva cambiare il corso delle cose, ma poteva capire di più e l'omino annuì sorridendo ai suoi pensieri.

La mamma aveva appoggiato il foglio con l'esito delle analisi aperto sul tavolo, tanto papà era al lavoro e lui, bambino, se anche avesse letto non sarebbe stato in grado di capire. Ma ora non era più un ragazzino e ricordò che papà non gli aveva mai spiegato esattamente cosa avesse la mamma se non con un vago accenno al fatto che il suo cuore stanco non ce l'aveva più fatta a reggere. Si avvicinò così per leggere il referto, ma doveva fare in fretta prima che mamma finisse quello che stava facendo e tornasse per ritirare il foglio.

L'omino era sempre al suo fianco e gli infondeva la calma che lui da solo non avrebbe avuto. Lesse con tranquillità riga per riga e man mano che leggeva uno stupore sempre più grande si impadroniva di lui. Sentiva nella sua testa la voce dell'omino che gli diceva che le cose non sono sempre quelle che sembrano e che lo incitava ad andare avanti. Arrivato alla fine sentì di avere il bisogno di sedersi e di colpo uno degli altri omini si materializzò e diventò per lui la sedia che tanto desiderava. Da lì osservò la mamma che si muoveva svelta nella cucina e mentre la guardava pensava e dentro di sè sorrideva a quella donnina che aveva versato solo qualche piccola lacrima, ma che con coraggio aveva affrontato quello che sapeva che sarebbe successo senza farlo pesare a nessuno e soprattutto mantenendo sempre con lui quel sorriso che non avebbe mai più dimenticato. Chissà cosa stava pensando in quel momento mentre stava preparando la cena. Rispose l'omino con il suo sussurro nel cervello di Silvano “Senza dubbio è preoccupata perchè sa che dovrà lasciarti, ma sappiamo tutti e due che lei in realtà non ti ha mai lasciato, non è vero? E' con te sempre, anche mentre ci sposti dentro ai nostri cassonetti perchè nei tuoi pensieri lei non morirà mai”.

Sì, l'omino aveva ragione, era proprio così.

Silvano spostò nuovamente lo sguardo sul referto che diceva che la mamma aveva una rara malformazione al cuore impossibile da operare o da correggere. In pratica nessuno avrebbe potuto fare nulla per allungare la sua vita, tanto meno lui.

"Ecco cos'era" pensò "ma avrei potuto aiutarla. Se fossi stato con lei, poterla portare in ospedale d'urgenza, poterla..."

"Rileggi bene" gli rispose l'omino con il pensiero

"Malformazione congenita del miocardio"

"E' stato un miracolo che sia arrivata fino a quel punto, Silvano" gli arrivò la voce "fin dalla nascita avrebbe rischiato, in qualsiasi momento. Non è colpa di nessuno"

"Sì, però..." azzardò lui.

"Non è colpa tua"

"No, capisco, ma sai..."

"Non è colpa tua"

Improvvisamente, chiara nella mente come non lo era più stata da secoli, la voce di sua madre aggiunse:

"Non è colpa tua, piccolo"

L'istinto gli suggerì di andare ad abbracciarla come aveva rifiutato di fare la sera prima che lei morisse. Lei aveva tentato, ma lui voleva far vedere di essere diventato un vero ometto, mica si sarebbe tanto piegato a quelle frivolezze. In quel momento ne aveva un bisogno pazzesco.

"La puoi solo attraversare" gli spiegò l'omino con un accenno di sorriso "ma lei ti sentirà"

Silvano allungò timidamente la mano verso di lei, che ebbe un tremito appena percettibile. Voltata, di spalle, sul piano di lavoro della cucina, come la vedeva spesso. Si avvicinò di più e la strinse forte tenendola in vita. Lei, facendo finta di niente come lui aveva fatto a sua volta, sorrise, tra sé e sé.

"Ciao, madre..." la salutò lui, mentre si riavvicinava agli omini.

"Tutto bene?" gli chiese la sedia di metallo cambiando di nuovo forma in un cagnolino.

"Sì, più o meno" sorrise tristemente lui "adesso so. E' con me e la strada che abbiamo percorso insieme la seguiterò."

"Sei forte, piccolo" rispose l'omino e lo aiutò a passare attraverso la porta, di nuovo.

Uno sguardo veloce alla casa e in cammino verso la sua realtà. Silvano sapeva bene, ora, che la casa, la madre e tutto, sarebbero sempre rimasti con lui. Da tornare a trovare ogni volta che lo desiderava. Si sentiva pieno, riempito di pace.

Di consapevolezza.

"Non c'è niente di cui aver paura" si disse e di colpo si ritrovò dentro il cassone in cui era capitombolato all'inizio.

- Sil, ti sei fatto male? - gli chiese una voce. Il cassone era appena stato svuotato dal truciolo metallico e lui ci si rannicchiava quasi, dentro. La mano dell'altro carrellista, che gli dava il cambio turno, lo stava tenendo. Lo sguardo interrogativo e preoccupato aveva un mezzo sorrisino, non di scherno ma di incoraggiamento.

- Tutto benissimo - sorrise lui - c'era troppo olio in terra e sono scivolato. Sarà una cretinata? -

- No, no - gli rispose Cristiano, il secondo carrellista - ci siamo scivolati tutti. Deve avere qualcosa di magico, sto cassone. Dai, che sta per finire il turno, tra poco si va a casa. Beato te... -

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