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Una storia di StefaniaCastella

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Ovunque tornare

del faro e le sue leggende

Pubblicato il 12 novembre 2016

un faro ltra cielo e mare

Sotto la pioggia non vedevo che grigio e l'alito di gelo che usciva dalla mia bocca. Che strazio essere trasferito qui in un paesino di poco più che un centinaio di anime, che strazio la pioggia che finiva per perdersi col mare. “Meno male che c'è il mare” ho sempre pensato. Meno male. Non ho mai terminato il turno così presto albeggiava, gelata mattina, una di quelle mattine in cui vuoi solo tornare, ovunque, ma tornare. Un agente di polizia, sono un agente di polizia, sono uno che crede in quello che vede. Ero. Lo ero.

Posteggio la macchina al bordo del marciapiede lo faccio sempre per raggiungere il baretto sulla spiaggia che d'inverno smonta i lidi e gli ombrelloni e resta arrugginito, baluardo unico a ricordare che c'è stata l'estate. Aspetto un 'altra estate dopo questa, la mia prima qui. La mia casa qui, anche se casa è Marta lontana, mia madre ancora di più. Infondo a meno di trent'anni, cosa potevo chiedere di più che realizzare il sogno inseguito da sempre disposto a seguirlo ovunque mi avrebbe portato. E mi portava qui. Caffè e il sale che incrosta le pareti intorno, il viso scolpito di un uomo che lavora da tutta la vita e ha imparato a conoscermi nel poco tempo che sono qui. Io ho imparato l’accento e le frasi e quegli intercalare che non avrei immaginato di capire. La forza del mare si infrange schizzando fin sopra il bancone a ridosso della spiaggia. Che cazzo di posto a pensarci. Guardo il faro, si staglia nel centro della lotta perpetua tra il cielo ed il mare, lo guardo ogni volta che arrivo al baretto, e Gerardo mi ammorba con le storie di vita che il nonno raccontava e racconta e tramanda e non sento che Cohen che rimbomba alle orecchie, le cuffiette mi mettono la giusta distanza. Mi allungo sul molo finché resto sospeso a due passi dall'acqua, da dove quel faro imponente sembra potersi toccare.

E' lì che la vedo mentre cerco ostinato di accendere la prima delle sigarette della mattina dopo il caffè e restarmene in pace tra il mare ed il mondo "Mi aiuti" è un grido strozzato, arriva di corsa non so bene da dove, mi prende un gran colpo. E' una donna bellissima, fradicia di acqua e pallida che sembra un tappeto di neve le si stenda sul viso. Che cazzo? "Mi aiuti la prego io… mi segue...mi prenderà e…" è ferita “si calmi, mi spieghi sono un agente la posso aiutare”. Ha smesso di piovere secchiate di acqua e scorgo dei tagli, al viso, alle mani. "Sanguina, che diavolo le è successo e da dove veniva?" Cerco nelle tasche nel micro inutile borsello un fazzoletto, o qualcosa che gli rassomigli, lo prende si asciuga il viso, le lacrime il sangue. “C'è un bar qui vicino andiamo, mi spieghi" Mi guarda e non mi risponde, mi guarda e sembra non mi capisca. E fissa quel faro che si erge davanti. “Mio figlio è lì, è rimasto con lui”

Che fottutissimo posto per morire. La testa mi pesa, l'orecchio alla porta, cerco di sentire i suoi passi. "Puttana esci dal cesso, che se non esci entro due secondi sfondo la porta e sfondo anche te". Amore. Ma quando è che è diventato così, amore? E quand’è che lo è diventato ed io non me ne sono accorta. E sono una vigliacca, mi sono chiusa al cesso per paura di prenderle e prenderle ancora. Ho pensato “stavolta mi ammazza”. Ho pensato “è la volta che scappo, prendo il bambino e scappo, col cazzo che mi fai ancora del male. Bastardo”. Amore.

Ricordi al tavolino del bar dove ci siamo incontrati? Il barista faceva lo scemo e guardava nella mia scollatura, e tu lo hai guardato un secondo soltanto, e lui è sparito. Eri così, così forte amore, che credevo mi avresti messa al riparo dal mondo e portata in un mondo diverso, che non avevo mai osato sognare. Fuori scuola la macchina bella, tu più grande di me, un lavoro alle spalle, le amiche invidiavano i tuoi occhi belli posati su me. Poi su di me hai posato anche il resto, e così “Sono incinta” e ci siamo sposati. Ero giovane e bella, bello anche tu e l’amore era bello, finché non ti è più bastato, finché lentamente il tuo viso cambiava, dicevi di fare attenzione, di non trascurarmi “che poi l’uomo si stanca e se ne piglia un’altra” Che mica mi avevi sposata così, così stanca e disfatta, sfatta così tanto che non potevo ribellarmi, e che una sera, gli amici volevano bere, e dovevo essere carina, e da lì cominciava il mio buio più nero del buio. “E mo’ se non fai come dico, ne prendi tante, che neanche ti ricordi come ti chiami” Ricordo le risa, ricordo gli schiaffi, ricordo le mani schifose a sporcarmi anche l’anima e i soldi, quanti soldi, inutili soldi che gettavi sulla mia faccia sconfitta. Una cosa, ero solo una cosa, che il trucco nemmeno riusciva a rendere umana. I calci, e i pugni che ho preso, neanche li conto, le volte che “sono scivolata e…” e le preghiere infinite del dopo, e ogni volta ho creduto, e ceduto. Creduto mi portassi lontano. “C’è un paesino carino, un albergo sul mare, vedrai ci farà bene partire io te e il bambino” Peccato che tra le tue mani in mezzo alle mie cosce, capivo che non era una gita romantica. Peccato che in quell’albergo a due passi dal mare ce n’erano tre o forse quattro dei tuoi cari amici bavosi "E adesso se non fai come dico, ti faccio saltare il cervello” La prima volta che ne vedevo una così da vicino, e sentivo quel freddo alla tempia, e pensavo “stavolta lo fa, lo so che lo fa. Se non scappo ci muoio”. E mi infilo nel cesso e aspetto non so più neanche cosa. E penso al piccolo che è rimasto tra loro a dormire e mi sento morire. E guardo di fuori e l'ira del mare che sbatte e che batte gli scogli. E batte la tempia “La prego mi aiuti..."

“E quindi lei continua a cercare suo figlio e… Ma mi stai a sentì Franco?”

Mi desto un secondo.

"Tiè, l’accendino, volevi fumare. Fratello mi sembri stordito stamane”. La voce di Gerardo che non ho sentito "La donna, hai visto la donna che ho portato qui …" “Ma quale donna, senti ti parlo da un’ora di quella leggenda, di quella signora che correva sul molo. Guarda che è una storia vera. Il marito gliene dava tante, e poi un giorno che si vede che gli giravano di più, le ha svuotato il caricatore in mezzo agli occhi. Il piccolo non s’è mai trovato. Da allora le vecchie del paese se so’ inventate tante storie, dicono di vederla, che passa, che cerca il bambino…” E il faro è una bestia dispersa che stanca del mare si lascia stordire di vento e di acqua. “Fammi un caffè che ho bisogno di darmi una sveglia” e frugando ritrovo qualcosa, sembra un fazzoletto macchiato di sangue, un’impronta ormai vecchia, e mi sento più vecchio pur io sfiancato dal vento, un vento di mare che sposta i pensieri, guardo quel molo e non penso più a niente. Tornare ovunque, tornare.

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