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Una storia di Franca.riso.31

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Notti estive

Pubblicato il 23 agosto 2015

Avvampi salivano dalla pelle tenuta troppo al sole quella mattina di fine giugno. Fece l'ennesima doccia fredda, tamponandosi con l'asciugamano di cotone, racchiuse i capelli fissandoli con l'osso di balena, passò poi a spalmarsi certe creme che le aveva consigliato il farmacista. A giorni sarebbe ritornata in città e l'aria condizionata avrebbe sostituito questa marina, aveva pensato quindi di approfittare del sole del salento. Dalla terrazza dell'hotel le luci cittadine si steperavano con il luccichio delle lampare. La brezza marina arrivava fino al suo piano e lei la inspirò profondamente. Una musica lontana le riportò immagini di feste estive, si girò a guardare suo marito dormire a gambe e braccia larghe sul letto, neppure volendo avrebbe potuto stendersi di fianco a lui. Si vestì lesta e silenziosa, furtiva chiuse la porta piano dietro di sé. Nella sua città tutta quella gente poteva contenerla solo un centro commerciale mentre qui invadevano chiassosi i marciapiedi, sostavano fuori alle gelaterie, entravano e uscivano da negozi notturni. Varcò la soglia di un locale malamente illuminato, tirò su la gonna per cavallare lo sgabello troppo alto per lei. Il barman la notò, lei invece rivolse lo sguardo al suo fianco su un uomo che reggeva mollemente un bicchiere alto abbastanza da farsi scorrere in gola il poco liquido rimasto. Fece cenno al barman di preparare lo stesso intruglio. Le bottiglie scorrevano leste nelle mani del ragazzo e alla fine porse il bicchiere nello spazio del bancone che lei confinava con gli avambracci tenuti saldamente sul ripiano, nonostante le tentate invasioni degli altri avventori. Avvicinò il bicchiere alle labbra lasciando scivolare un rivolo che si infilò nella camicia. Con una mano la sbottonò quel tanto che le consentì di passare la mano tra i seni. Lo sconosciuto al suo fianco sorrideva malizioso. Ancora un bicchiere e lasciarono abbracciati il locale. L'uomo puzzava di alcool e sudore. Quell'odore la nauseava e al tempo stesso la eccitava e in quel crescendo lo seguì per le scale in pietra che scendevano verso il vecchio porto, un posto riparato dove le reti scordate s'annodavano a lattine di birra e buste di plastica mentre la puzza di pesce in decomposizione ammorbava l'aria. L'uomo maldestramente fece scivolare i pantaloni sulle ginocchia. Lei sentiva l'onnipotenza pervaderla, liberò i capelli ficcandogli il fermaglio nella giugulare. Per un attimo gli occhi dell'uomo si liberarono della gravità imposta dall'alcool, poi un velo amorfo tornò a coprirli mentre il sangue caldo si faceva largo tra gusci di cozze e teste di pesce. In una pozzanghera d'acqua stagnata, sciaquò l'arma e poi reggendola tra i denti, con ambo le mani raccolse con cura i capelli, facendo poi scivolare l'osso nel mezzo. Guardò per l'ultima volta l'uomo riverso a terra e una strana sensazione di pace l'avvolse. Mentre ritornava in albergo si sentiva in sintonia con quei volti sorridenti che incrociava e pensò con tenerezza a suo marito, ignaro e riverso sul letto. Un uomo mite e inutile. In fondo uccidere era stato fin troppo facile, cosa avrebbe potuto mai trattenerla nel ripeterlo?

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