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Una storia di sugarkane

Questa storia è presente nel magazine Le canzoni fanno male

Da troppo tempo

Quell'immagine era per lei qualcosa di terribile, ma non riusciva ad allontanarsene(ispirato al brano "Da troppo tempo")

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Pubblicato il 21 luglio 2018 in Storie d’amore

Tags: amore canzone musica pensieri tempo

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Stava camminando lungo il corridoio semibuio che collegava il salotto alla camera da letto, quando gettò un'occhiata distratta allo specchio del mobile bianco appoggiato alla parete. Sorpresa da ciò che vide, la donna tornò a guardare la propria immagine riflessa. Non le sembrava nemmeno di vedere se stessa: il suo volto era pallido e stanco, quell'abito grigio stropicciato di due taglie più grande la rendeva goffa e la sua (una volta) folta chioma rossa era costretta in una coda - precaria a causa dell'elastico consumato.
"Da quanto tempo non esco?" si domandò a voce bassa, "Tanto, troppo."
Quell'immagine era per lei qualcosa di terribile e triste ma, allo stesso tempo, non riusciva ad allontanarsene. Aveva perso entusiasmo per tutto, le proprie passioni e perfino se stessa, e la colpa era lui.
Le era apparso come la migliore medicina contro la solitudine, ma si era rivelato l'uomo più freddo e arrogante che le fosse mai capitato accanto. Non era in grado di cogliere altri suggerimenti e stimoli se non quelli che gli nascevano dentro e che, solitamente, lo spingevano a fare di tutto pur di sapere che l'ego si era nutrito a dovere; il suo più grande talento era uccidere l'euforia dei momenti migliori se non lo avessero avuto come centro di gravità, soprattutto quando a volerli era lei - puntualmente riportata al proprio posto di subalterna perché, d'altronde, non era di certo la più forte dei due. Se glielo avesse domandato apertamente, però, la donna non gli avrebbe mai risposto, di questo era sicura: "Questo piacere non te lo do".
Vide i propri occhi nello specchio riempirsi di lacrime: avrebbe voluto con tutta se stessa sistemare l'assurda situazione in cui vivevano, anche e più di quanto non avesse fatto fino a quel momento, ma nessun discorso tra i due durava più di un paio di banalità. Era difficile parlare con lui: introverso, permaloso, spesso infantile e prepotente, anche la minima cosa sarebbe bastata per farlo chiudere in se stesso.
Quella tranquillità in cui vivevano da diverso tempo, lo sapeva, non prometteva nulla di buono. Il loro rapporto si era logorato al tal punto da non avere nemmeno più la forza di fare domande. La donna lo guardava prepararsi e uscire la sera senza controbattere, a volte aspettava di sentire il rumore della porta per bisbigliare un saluto noncurante e sprofondare in un profondo sonno in grado di non farla soffrire.
Non avevano più nulla da dirsi, quasi avevano scordato le reciproche voci. Forse solo i loro corpi, quelle rare volte in cui capitava fingessero di essere una coppia sana, riuscivano ad intendersi, a soddisfarsi almeno un po'.
La donna si asciugò le lacrime che le scendevano lungo le guance e capì di dover davvero, una volta per tutte, riprendere in mano la propria vita. Senza indugiare a pensarci, altrimenti sarebbe rimasta lì ancora a lungo.
"Io me ne vado, è meglio." affermò ad alta voce, mentre l'elastico le scivolò e i capelli rossi le caddero morbidi sulle spalle.
Respirò profondamente e si diresse svelta verso l'armadio della camera da letto, decisa ormai a riempire le valige con le proprie cose e levare le tende da quella sofferenza.

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