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Una storia di Nikolay

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Le domeniche da nonna Rafilina

Quando la polpetta era menù fisso

Pubblicato il 12 novembre 2017

Ci vedevi entrare nel vicoletto verso mezzogiorno.

Stavi sempre appostata come un carabiniere fuori al balcone ad aspettare che arrivavamo. Ti facesti comprare 'na panchina da giardino apposta per quello. Perché ogni volta che volevi uscire fuori, dovevi portarti appresso la sedia del salotto ed era 'na tarantella.

Meglio la panchina: stavi più comoda, poi era buona pure considerando che si potevano sedere anche gli ospiti.

Succedeva ogni domenica.

Leggende narrano che per fare il ragù mettevi la sveglia alle cinque della mattina. Il ragù, è risaputo, per venire bene deve spuppuliare lento lento sopra i fornelli, sennò il sapore non è speciale poi.

"Ueue siete arrivati...", sempre con la voce di pacienza assai, a qualsiasi ora mettevamo piede in casa. La presenza dei figli nella tua dimora era tutto, e spesso e volentieri ce lo facevi notare. Entravo, e appena mi vedevi, facevi un sorriso. Era uno sorriso di felicità, suppongo.

Un sorriso che spariva quando furtivamente aprivo il forno alla ricerca delle polpette. "Ueue che vai cercando là sotto?", e io che me ne scappavo. Qualche volta mi acchiappavi pure, e ti lamentavi con mammà.

"Questi mo' vengono qua e io che metto a tavola che si sta mangiando tutto lui?". Mammà mi faceva la cazziata, ma la cosa finiva là.

Poi uscivi fuori dal balcone un'altra volta per vedere se gli altri figli tuoi arrivavano, e io mi lanciavo nuovamente alla ricerca delle polpette. Qualche volta cambiavi posto, ma alla fine le trovavo sempre. Altre volte tenevo l'impressione che, pur accorgendotene, facevi finta di niente. Tanto seppure finivano prima, l'importante era che le mangiavano gli altri, tu ti potevi accontentare pure di un'altra cosa.

Ne andavo proprio fiero di quelle polpette, ti facevo la pubblicità nel quartiere. Quando mi trovavo a giocare coi nipoti della signora di fianco, le figlie ogni volta che mi vedevano dicevano sempre: "E oggi quante polpette ti sei mangiato? So' buone eh le polpette di nonna Rafilina?", e io facevo cenno di sì con la testa.

Quando ero piccolo parlavo poco e mangiavo tanto. Oggi...mi pare non sia cambiato granché. Aspettavo 'na settimana intera per poter mangiare le tue polpette. E ogni volta uscivo sempre a questioni con papà.

Ne pigliava una, la apriva in mezzo, e diceva: "Guarda qua, non lo vedi? Assai pane e poca carne. Ma poi pure quando gli dai il morso, si sente proprio che la carne è poca. Il pane poi fa male, perciò non te ne mangiare assai".

Io mi incazzavo.

A me che me ne fotteva se stava più pane che carne? Quelle erano buone e basta. E pure quando mammà ogni tanto diceva: "Oggi ti faccio le polpette come le fa la nonna", alla fine era sempre 'na delusione tremenda.

E allora ero costretto ad aspettare la domenica successiva per poter sentire di nuovo l'odore di fritto dal fondo del corridoio, appena entrato nella tua casa, la nostra, quella di tutti.

Mi affacciavo verso la porta della cucina zitto zitto, mettendo la testa fuori e sperando sempre che quando lo facevo tu eri voltata dall'altra parte.

Mammà mi faceva da complice, a volte era lei che mi dava il segnale al momento giusto, quello in cui entravo e ti facevo saltare da dietro.

"Uh mannaccia!".

Tentavi di incazzarti ma evidentemente non era cosa tua.

Correvo in salotto, mi buttavo sul divano, e tu che mi venivi appresso pronta per un altro cazziatone coi fiocchi.

"Io qua mo' ho pulito, ti vuoi muovere?".

Facevo la finta di alzarmi e appena ti voltavi convinta che ormai stessi per uscire dalla camera, mi ributtavo sul divano. Ad un certo punto decidevi che era meglio rinunciare, tanto avrei fatto sempre come volevo.

Tornavi fuori a guardare nella speranza che gli ospiti rimanenti arrivassero. Poi non c'è la facevi più, e nervosamente, cercando di non farti sgamare, pigliavi la pasta e la volevi buttare in pentola.

"Aspetta, questi ancora non so' arrivati, che fai?", ti rimproverava tua figlia. Giustamente tenevi fame e non pensavi più a nessuno.

"Ma quello è orario, non dobbiamo mangiare?", rispondevi.

Per non parlare dei cenoni fatti a Natale. Ci mancava poco che non cominciassimo a mettere i piedi sotto la tavola alle sette del pomeriggio.

"Quello poi è tanta robba, noi prima finiamo e prima giochiamo a tombola, o no?".

Volevi giocare sempre a tombola, era proprio 'na passione. Il problema è che non sentivi tanto bene, allora ogni volta il numero bisognava ripeterlo due, tre, quattro volte. 'Na passata di tombola e si rischiava di arrivare a festeggiare San Silvestro.

Una volta pranzato, spesso i tuoi figli non si intrattenevano granché.

Andavano via appena cominciava a farsi scuro il cielo, e tu ti sedevi con lo scialle sulle spalle, la stufa accesa, la televisione col volume al massimo, ma con l'occhio sempre vigile fuori, a spiare le macchine che arrivavano.

"Ma tu che dici, dopo vengono un po'?", facevi vicino a mammà.

"Non penso, verranno domani", ti rispondeva lei.

"Vengono domani, eh?", e ti veniva n'espressione d'amarezza.

Da quando tuo marito se ne era andato, avevi continuato a campare solo per i figli tuoi.

Il tuo cuore ormai sbatteva solo per loro. Sbatteva sempre e comunque.

Poi bello e buono si è fermato, senza dire niente a nessuno, in una mattinata di marzo.

E io quelle polpette non le ho più assaggiate.

E a tombola il numero adesso lo diciamo solo una volta.

E lo scialle mo' sta poggiato sulla sedia.

E il volume della televisione abbassato.

E nessuno guarda più dalla finestra.

Nessuno si sveglia alle cinque per far spuppuliare il ragù.

Nessuno aspetta seduto alla panchina fuori al balcone.

Non ci sta più attesa, gioia, tranquillità, appena entrato nella tua casa. La tua, la nostra, quella di tutti.

O forse 'na volta era così.

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